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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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mercoledì 6 febbraio 2013

Danzica 1970, un'insurrezione

fonte: Invecen° 20, Gennaio

Sabato 12 dicembre, Kociolek, vice primo ministro ed ex primo segre­tario del distretto della regione di Danzica, viene inviato dal partito ai cantieri navali della città dove in settimana è scoppiato uno sciopero per protestare contro la diminuzione dei salari. I can­tieri lavorano al 90% per l'Unione So­vietica, in conseguenza della specializ­zazione dei compiti imposta dall'Urss agli altri paesi del Patto di Varsavia e questo sciopero pignolo, che consiste nell'applicare con tale rigore le norme previste da provocare un rallentamento del lavoro, fa sì che i termini di conse­gna non possano essere rispettati e che i cantieri debbano pagare grosse sanzioni.Giunto ai cantieri, Kociolek prende la paro­la e, in un comizio a dir poco agitato, riesce a stento tra i fischi e le urla a promettere un innalzamento dei salari nel 1971. Il giorno successivo, domenica 13, puntualmente la radio e la televisione annunciano un "ri­maneggiamento dei prezzi" che aumente­rà quello di quarantasei prodotti di prima necessità riducendo al contempo quello di altri prodotti (per fare un esempio, il prez­zo dello strutto aumenta del 30% mentre quello dei dischi diminuisce del 18%). Nel­lo stesso decreto saranno aumentati i salari delle forze di polizia che ammontano a circa un milione di uomini su una popolazione to­tale di 32 milioni.
La stessa domenica alcuni delegati di due sezioni dei cantieri navali già in sciopero, che si recano presso la direzione del partito per discutere dei nuovi prezzi, vengono tutti immediatamente arrestati.
Il lunedì mattina tremila lavoratori, dopo una breve assemblea nel cortile dei cantieri, partono in corteo verso la sede del partito per chiedere la liberazione dei compagni arrestati il giorno prima. Durante il percor­so il numero dei manifestanti raddoppia: marinai, giovani e donne si sono uniti agli operai.
Davanti alla sede del partito, in breve tem­po, scoppiano scontri con la polizia. I ma­nifestanti riescono a impadronirsi di una macchina delle forze dell'ordine che, po­sizionata alla testa del corteo, viene spinta verso i cantieri navali rivelandosi partico­larmente utile: è infatti munita di altopar­lanti attraverso cui si spiegano le ragioni della lotta e si lancia l'appello per un nuovo concentramento alle 16 davanti alla sede del Partito e per una manifestazione l'indomani alle 7.
Nel pomeriggio gli scontri iniziano già pri­ma delle 16, la polizia tenta di impedire agli operai di raggiungere la sede del Partito ma non vi riesce, perché li trova armati di pietre, bulloni, sbarre, catene e tubi di piombo. Le pattuglie motorizzate della polizia devono cedere terreno. Durante il percorso vengono rotti i vetri della Casa della Stampa, del Te­atro, della Banca e del ristorante Monopol. Verso le 18 finalmente si raggiunge la sede del Partito: una pioggia di pietre rompe i vetri, alcuni giovani entrano e incendiano la tipografia situata negli scantinati. A questo punto entrano in azione alcune unità della milizia e dell'esercito, ma gli ordini di di­sperdersi non sortiscono alcun effetto così come i gas lacrimogeni. In questa zona gli scontri continueranno fino alle 22. Approfittando del fatto che le forze dell'or­dine sono concentrate nei pressi della sede del Partito, nelle vie laterali molti si danno alla pazza gioia. Un enorme falò viene fatto bruciare e alimentato con le tavole dello steccato di un cantiere edile e con gli albe­ri di natale in vendita in uno stand vicino. Arriva un'autobotte dei pompieri, alcuni adolescenti la fanno fermare, fanno uscire i pompieri e la spingono nel falò. Le fiamme circondano il veicolo e l'esplosione del serbatoio alimenta il fuoco. Altri due autobus vengono bruciati nella sera vicino all'alber­go Monopol.
Tutti gli alti funzionari si rifugiano nel­le caserme della marina, gli operai invece cercano di procurarsi armi e materiale per fabbricarle: i magazzini vengono assaltati per prendere bottiglie e alcool per preparare molotov, vengono assaltate le macchine della polizia per prendersi armi e altopar­lanti. Alcune di queste vetture vengono poi gettate dal ponte sulla linea ferroviaria. Al­cuni manifestanti vengono arrestati mentre escono dai negozi assaltati carichi di cami­cie, cappotti, pellicce, cibo e vini pregiati. Sin dalle prime ore del giorno seguente, martedì 15, risulta evidente che gli operai fanno di tutto per estendere lo sciopero e che in parte vi riescono. Alle 4 infatti anche il porto è in sciopero, i dirigenti discutono con gli scaricatori che rifiutano di riprende­re il lavoro. Col passare del tempo si mol­tiplicano poi i casi in cui le persone vengo­no obbligate ad abbandonare il lavoro, sui gruisti in particolare la pressione è molto forte. Alle 6 invece nelle officine Hydroster tutti hanno ripreso il lavoro, così come nella fabbrica di mobili per navi e alle ferrovie. Nel cantiere Nord e in quello delle ripara­zioni nessuno ha invece iniziato a lavorare. Un'ora più tardi seicento lavoratori del cantiere navale si spostano verso l'edificio della direzione mentre altrettanti lavoratori della fabbrica di mobili smettono di lavo­rare e si uniscono ai primi. In poco tempo davanti alla sede della direzione ci sono più di millecinquecento persone, il comizio del segretario del Comitato viene impedito con fischi e grida minacciose. Ai cantieri di riparazione tutti vogliono unirsi agli scio­peranti, un gruppo di operai arriva poi alle porte del cantiere Nord manifestando in fa­vore dello sciopero generale, ma gli viene impedito l'accesso alla fabbrica. Alle 7 e 30 un imponente corteo si dirige verso la città e man mano si accresce di ope­rai venuti da altre fabbriche, di passanti e di giovani; un piccolo gruppo di miliziani viene respinto e si nasconde nell'edificio del comando della milizia. Nei pressi del tribunale la strada è completamente blocca­ta da una folla che impedisce ogni accesso al quartiere, un gruppo si stacca e attacca il comando della milizia, alcuni tentano di demolire le porte blindate dell'entrata e nel parcheggio trovano sei autoradio della mi­lizia e altre tre vetture speciali. Un gruppo di tre persone entra in azione: uno demoli­sce i serbatoi della benzina, un altro tiene in mano una torcia accesa e il terzo li copre con una pistola. Dalla folla si alzano grida: "lasciate uscire i carcerati!" scopo dell'a­zione è infatti raggiungere la prigione. Vi è una nuvola di gas lacrimogeni. La milizia utilizza i manganelli e le granate ma non può resistere alle pressione dei manifestan­ti. Il gruppo più agguerrito, armato di sbarre di ferro, entra nell'edificio e prende posses­so del pianterreno dove si trova il deposi­to di armi da cui però all'ultimo momento alcuni funzionari erano riusciti a portar via mitra e munizioni. Alcuni manifestanti nel frattempo scavalcano le finestre e, forzan­do le porte metalliche, fanno entrare altri loro compagni. Il muro della prigione è a soli cinquanta metri. I poliziotti si mettono in posizione di difesa, verso di loro vengo­no gettate delle pezze imbevute di benzina. I miliziani resistono con pietre e granate e dalla finestra del comando vedono nel frat­tempo la folla bombardare con pietre, bul­loni e altri oggetti i loro colleghi in strada e massacrarne uno a bastonate. In una ventina di minuti arrivano i rinforzi che respingono i manifestanti e permetto­no ai miliziani asserragliati all'interno del comando di spegnere l'incendio al primo piano e a pianterreno. Il tentativo dei ma­nifestanti di liberare i delegati, gli operai e i saccheggiatori arrestati è fallito. La battaglia si diffonde in tutta Danzica. Nelle vie Hucino e Kalinowski alcuni gio­vani inaugurano una nuova forma di attac­co alle milizie. Fermano un camion, fanno scendere il conduttore e uno dei giovani si siede al posto di guida, mette in moto il vei­colo, lo dirige sulle forze dell'ordine e salta fuori dalla cabina. Contrariamente all'a­spettativa il camion però gira a destra verso l'entrata della stazione e la folla si salva per miracolo perché il mezzo viene fermato da un lampione.
Mentre da più punti si levano alte colonne di fumo nero, un altro tentativo di questo tipo viene realizzato davanti alla sede del Comitato Regionale che viene assaltato da più di mille persone. Quattro adolescenti arrivano dal lato del parcheggio dirigendo­si verso le finestre del pianterreno, fra loro una ragazza con impermeabile nero e calze bianche porta un bidone di benzina, i ragaz­zi la sollevano ed essa svuota il bidone sul davanzale della finestra, la benzina cola sul muro e basta un fiammifero per accenderla. Il fuoco si espande rapidamente. Nel frat­tempo un altro gruppo si dirige verso le fi­nestre dello scantinato che in breve verran­no distrutte da un'enorme fiammata. Ora gli incendiari cambiano tattica e lan­ciano verso le finestre delle pezze imbevute di benzina, le tavole e tutto il materiale del ristorante situato a pianterreno bruciano. Il palazzo è ormai pieno di fumo, l'entrata principale è in fiamme, i soldati per permet­tere di spegnere l'incendio ricevono l'ordi­ne di sparare una raffica di avvertimento. Tirano in aria dal quarto piano. Dalla folla un coro di risate segue la raffica. Viene dato l'ordine di evacuare l'edificio, l'esercito ri­ceve l'autorizzazione a utilizzare le armi. La tattica consiste nel formare un corridoio in mezzo al quale passeranno i lavoratori del Comitato e i miliziani che sono costretti a lanciarsi dalle finestre per uscire dal pa­lazzo. I soldati riescono a stento a mantene­re questo corridoio perché sono accerchiati dalla folla formata in maggior parte da gio­vani. Alcuni gruppi penetrano nell'edificio ormai abbandonato e appiccano il fuoco in diversi punti. Nell'edificio vi sono ancora due miliziani che non sono riusciti a sal­varsi per tempo, i manifestanti bloccano un mezzo dei pompieri accorso in loro aiuto e lo incendiano.
Nel frattempo i manifestanti sono dapper­tutto, incendiano altri locali, assaltano e saccheggiano negozi nelle vie adiacenti la­sciate completamente sguarnite dai soldati. Altri, per ostacolare la comunicazione e l'arrìvo di truppe, assaltano e incendiano la stazione e la sede dell'ufficio postale. Sono ormai le 15 e grossi gruppi di operai dei cantieri navali tornano sui luoghi di la­voro. Intanto le prime colonne di mezzi mi­litari, inviati dalle autorità, entrano in città dirigendosi verso il litorale. Alcuni giovani saltano sulle autoblindo obbligando i solda­ti, che ancora non si decidono a utilizzare le armi, a lasciare tre vetture. I rinforzi conti­nuano ad arrivare in città dove alle 18 è de­cretato il coprifuoco. La città è pattugliata dai soldati, i pompieri spengono gli incendi e gli operi del comune lavorano tutta la not­te per sistemare ciò che rimane dei palazzi del potere. Centoventotto tra uomini, donne e giovani vengono arrestati perché trova­ti in possesso di benzina, bastoni, granate e altre armi. Sono accusati di devastazione e saccheggio. Si contano sei morti e più di trecento feriti.
La polizia, l'esercito e il partito sono or­mai padroni della strada, gli operai hanno optato per rinchiudersi nei cantieri. Qui, per prevenire eventuali attacchi della poli­zia, minacciano di sabotare le attrezzature e di far saltare i tubi dell'acqua e del gas, di distruggere le navi in costruzione e di in­cendiare quelle in darsena. Dalla Direzione viene quindi dato l'ordine di far uscire dal­la rada le navi che possono e di mettere al sicuro la documentazione sulla costruzione delle navi.
La sera del martedì Kociolek parla alla te­levisione locale, non a quella nazionale per evitare che la notizia dell'insurrezione si diffonda e contagi altre città, e invita i la­voratori a tornare al loro posto promettendo aumenti salariali. Questo cordone sanitario riuscirà solo in parte, gli scioperi comunque si estendono ad altre città anche se non rag­giungeranno la radicalità espressa a Danzi­ca.
Mercoledì il centro della città è completa­mente in mano all'esercito e occupato mi­litarmente: le vie principali sono pattugliate da carri armati posti a cinquanta metri l'uno dall'altro. Chiusi nelle officine, accerchiati da tanks e autoblindo da cui ormai i milita­ri non esitano a sparare a vista, gli operai ribadiscono le loro rivendicazioni, mettono a punto i loro organi di gestione, di colle­gamento e rafforzamento dello sciopero, si organizzano per difendersi da attacchi mi­litari e per garantirsi il vettovagliamento, continuano insomma, autorganizzandosi, lo sciopero. Ma le possibilità insurrezionali e di autogestione generalizzata appaiono or­mai sconfitte, la disfatta subita nelle strade e l'isolamento hanno tolto spinta e vigore al movimento così che la normalità e l'inerzia quotidiana iniziano a riprendere il sopravvento.

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Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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