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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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mercoledì 6 febbraio 2013

Dalla ZAD

fonte: Invecen° 20, Gennaio

Corrispondenze con compagni francesi.

Potete spiegare che cos'è la ZAD e descrivere la zona per chi non la conosce?

ZAD significa Zone d'Aménegement Dif­féré (zona a pianificazione differita). Si estende per 2000 ettari, esattamente quanto dovrebbe essere grande il futuro aeroporto. Immaginate un grande rettangolo di 10 km di base e 2 per altezza. Si trova a 40 km a nord di Nantes, a 100 km a sud di Rennes e a 70' km a est di St. Nazaire, nella zona nord-ovest della Francia. Ci sono campi e case di contadini, vecchie costruzioni in pietra. Questa zona non è sta­ta toccata dalla ristrutturazione delle cam­pagne per 40 anni, per cui ci sono piccoli campi, estesi per ettari, senza monocolture intensive. Tutti questi campi sono suddivisi da boschi e boschetti. La ZAD è attraversa­ta longitudinalmente da 5 strade tipo statali, e alcune strade perpendicolari, meno di 10. C'è un bosco principale che si chiama Foréte de Rouen, grande circa 5 ettari..

Nel 2009 alcuni abitanti che vivevano nella zona hanno diffuso un appello che chiamava ad occupare questi duemila ettari. Sono così state occupate alcune case lasciate vuote da persone che sono andate via dopo essere ve­nute a conoscenza del progetto che interessa la zona. Inoltre sono state costruite abitazioni sia sul suolo che sugli alberi. In tutto, una quaran­tina di nuovi luoghi di vita. Da Zone d'Amenegement Différé è stata ridenominata dagli oc­cupanti Zone à Défendre (zona da difendere). Fuori dalla ZAD ci sono quattro paesini, tut­ti tra i 500 e i 2000 abitanti. Uno di questi si chiama Notre Dame des Landes, nome che poi è traslato all'intera zona.

Qual è il progetto su questa zona?

In poche parole, chiudere l'aeroporto di Nantes e costruirne uno nuovo a Notre Dame des Landes.
L'ipotesi di ristrutturazione estesa che riguarda il territorio nazionale si basa sull'idea di sgra­vare Parigi dagli oneri politici ed economici, togliere centralità alla capitale e ridistribuire le sue funzioni sul territorio, urbanizzando altre zone della Francia finora marginali ai grandi flussi economici. I grandi progetti su Marsiglia e in questo caso su Nantes sono da leggere in questo senso. Il triangolo tra Nantes, Rennes e St. Nazaire verrà organizzato in una metro­poli complessa, o d'equilibrio come si chiama tecnicamente, ovvero in un sistema in cui le tre città, seppur non unificate in megalopoli, saranno collegate da vie di comunicazione ad alta velocità che ne consentiranno un funzio­namento unitario. Quindi anche intorno alla ZAD ci sono case di contadini che saranno po­ste sotto procedura di esproprio. La zona della regione di Nantes, inoltre, è una regione di interesse naturalistico e quindi si in­serisce nel maledetto capitalismo verde per cui Nantes è stata eletta, lo scorso anno, città verde di Francia.
Il costruendo mega-aeroporto sarà dipinto di verde nel senso che vogliono fare un aeroporto ecologico che funzionerà con le energie rinno­vabili.
La ditta scelta per costruire l'aeroporto si chia­ma Vinci ed è la più grande multinazionale per le costruzioni al mondo. Ha una filiale, appo­sitamente tirata su per questo progetto, che si chiama Aeroport Grand Ouest. Questa ditta ha comprato gli aeroporti della zona ovest della Francia, però non ha mai costruito aereoporti. Sembra che questo aeroporto costerà 700 mi­lioni di euro. Vinci guadagna ogni anno 40 mi­liardi. La realizzazione di un aeroporto di 'alta qualità ambientale' permette di continuare con lo sfruttamento giustificandolo come eco-compatibile.

C'è un'opposizione a questo progetto. Quali sono le caratteristiche di questa opposizione?

Ci sono dei residenti della zona, anche dei pa­esi vicini, che hanno creato tempo fa un'asso­ciazione di stampo cittadinista che si chiama ACIPA (Associazione cittadina intercomunale delle popolazioni colpite dall'aeroporto). Ha migliaia di aderenti, ed è la più grande del momento. Poi c'è l'associazione di contadini - ADECA - di cui fanno parte sia i contadini della zona, che quelli dei paesi vicini. Inoltre c'è un gruppo di rappresentanti politici a vario titolo. Tutti questi si ritrovano in una struttura assembleare, che si chiama Coordination, che si vede ogni settimana.
Quello che è interessante è che dalla Acipa si sono staccati alcuni abitanti della zona perché volevano uscire dalla Coordination e hanno creato un gruppo che si chiama Gli abitanti che resistono, e sono stati quelli che son stati più vicini agli occupanti: a farci cose assieme, a discutere, a convivere. E poi ci sono gli occu­panti. Diverse persone sono straniere, inglesi, belgi, con esperienza in costruzione di capanne sugli alberi ed occupazioni di foreste. Tra gli occupanti non c'è mai stato un coordinamento strutturato in maniera rigida, ma si incontrano quando è necessario, ad esempio per parlare di confrontarsi con le associazioni.
La prima occupazione dell'area è stata nel 2007, ci son state due persone che hanno oc­cupato una casa e tra il 2007 e il 2009 hanno conosciuto diversi abitanti e grazie a questi rapporti si è creato il gruppo Gli abitanti che resistono che nel 2009 hanno lanciato la chia­mata per l'occupazione che è ancora in atto.

Che rapporti ci sono tra gli occupanti e le altre parti di movimento?

C'è la voglia di lottare contro l'aeroporto e quindi c'è anche la voglia di incontrare le altre parti di movimento. La base dell'appello per venire ad occupare in zona era finalizzato ad impedire i primi lavori - tipo i lavori di mi­surazione e planimetria - e a bloccare, anche con sabotaggi, le occasioni in cui il progetto era presentato alla popolazione. La resistenza all'aeroporto si è esplicitata con l'occupazio­ne di una zona, fatto che consente di collegare immediatamente i propri modi di vita e metodi di lotta. E avere un luogo fisico dove organiz­zarsi. Normalmente si facevano azioni comuni tipo occupare l'aeroporto di Nantes o organiz­zare un corteo in città tutti assieme. Quando partivano gli allarmi di movimenti di lavorato­ri nell'aerea, ci si organizzava informalmente o per bloccarli o per azioni diverse in piccoli gruppi che attaccavano mezzi o persone.

Questa è una lotta che va avanti da diversi anni ma negli ultimi mesi ha subito un'accele­razione, cosa è successo a partire da ottobre?

Prima di partire con il racconto degli sgombe­ri, vorrei parlare un po' della campagna contro Vinci, la ditta appaltatrice del mega progetto; è stata lanciata una campagna contro Vinci an­che qui in Francia, perché esistono in giro per il mondo altre lotte contro questa multinazio­nale, tipo le miniere di uranio in Niger, dove i minatori stanno conducendo lotte durissime contro Vinci, o in Russia a Khimki, dove una foresta rischia di essere spianata per fare posto a un'autostrada. In questo caso Vinci si è servi­ta di miliziani paramilitari fascisti per uccidere dei compagni che seguivano le mobilitazioni. A mio parere questo è stato un passaggio im­portante nella lotta a Notre Dame de Landes, ovvero trasferire la rabbia e la generica indi­gnazione contro i politici colpevoli di aver avallato un progetto così disastroso anche su un obiettivo reale ed esposto. Prima di parlare degli sgomberi vorrei elenca­re gli strumenti che questa lotta si è data sia per l'autogestione della zona sia l'autonomia della lotta. Ad esempio c'è un sito internet gestito da compagni e una radio pirata che non esisteva prima che la zona fosse occupata. Questa radio pirata occupa le bande di una radio di Vinci che un mero organo di informa­zione, perché trasmette informazioni utili sul territorio ma anche racconta di altre lotte utili come esempio e suggerimento. Chiaramente la sua funzione principale è quella di trasmettere informazioni su movimenti di truppe, posti di blocco, luoghi di scontri. Molti occupanti nei giorni caldi giravano con una radio a tracolla per avere le informazioni in tempo reale. Per tornare alla questione degli strumenti che que­sta lotta si è data, parlerei di queste cucine mo­bili in grado di sfamare centinaia di persone. In uno dei luoghi di vita c'era una grande cucina che ha cucinato pasti ininterrottamente per tut­ti gli abitanti della zona; un'altra buona trovata è stata la creazione di un freeshop, ovvero una stanza piena di indumenti di cui tutti potevano disporre liberamente. Ancora l'officina delle biciclette. Anche dopo gli sgomberi e la distru­zione di molti posti occupati, questi strumenti si sono comunque immediatamente ricreati.

Come venivano riforniti i posti dove collettiva­mente si conduceva la vita e la lotta? Da chi?

Attraverso l'autorganizzazione degli occupan­ti e la solidarietà concreta dei contadini e dei solidali, ad esempio recupero del cibo e recu­pero dei materiali. Inoltre c'era un orto collettivo che permetteva di avere verdure fresche sufficienti, ma anche una panetteria che due volte alla settimana sfornava il pane necessario a tutti gli abitanti della ZAD. All'inizio degli sgomberi è stato eretto subito un punto di rac­colta in cui i contadini dei dintorni converge­vano per portare cibo e materiale utile sia a di­fendersi che a ricostruire le cose che la polizia stava buttando giù. La cosa più stupefacente è che tantissima gente dei paesi vicini o di città lontane centinaia di chilometri, gente di tutti i tipi, vecchi, giovani, hanno iniziato a portare cose tipo vestiti, medicinali, attrezzi, tabacco, materassi, tende, coperte, calze e qualche volta benzina. Ma anche pneumatici e bombole del gas, delle cose pratiche per le barricate. Que­sto tipo di rifornimento è cominciato all'inizio degli sgomberi e non ha mai smesso di funzio­nare. Quando manca qualcosa uno o due giorni dopo arriva.
I posti collettivi sono tappezzati di messaggi, i più singolari sono stati quelli attraverso cui abitanti delle zone limitrofe si davano disponi­bili ad ospitare quelli che arrivavano da fuori, anche per qualche ora o per qualche giorno, quando volevano riposarsi. Questa solidarietà attiva non era immaginabile prima degli sgom­beri, perché non si aveva alcuna idea di come avrebbero reagito le associazioni o gli abitanti del posto alle situazioni conflittuali.

Arriviamo quindi ad ottobre e iniziano questi sgomberi...

Alcuni giorni prima del 16 ottobre è comin­ciata a circolare la voce di spostamenti di de­cine e decine di camionette verso Nantes. Gli occupanti hanno avuto quindi un po' di tem­po per tornare in zona se erano fuori zona e per incominciare a organizzare dei turni. Il 16 arrivano 1200 poliziotti. La mattina presto gli occupanti erano pochi, intorno ai 250, eviden­temente non c'è stata una risposta immediata agli appelli dei giorni precedenti. Si comincia con il piano che più o meno era stato studia­to, quindi barricate sulle strade asfaltate e una resistenza più o meno attiva attorno ai posti occupati. In due giorni però vengono sgombe­rati due posti e la polizia sembra puntare sulle costruzioni più stabili, ad esempio le case in pietra, ma si rendono conto che lo sgombero non è sufficiente perché qualche giorno dopo 6 case su 9 vengono rioccupate. Qualche ora dopo la polizia torna ma stavolta con mezzi pe­santi da cantiere per raderle al suolo e sgombe­rare definitivamente perfino le macerie. Dopo quasi una settimana la polizia non solo non è riuscita a sgomberare la zona del tutto ma ha innescato con il suo intervento un'affluenza di solidali da tutta la Francia: finalmente vi è una risposta a resistere in loco contro la polizia. Nessuno si aspettava un risultato del genere. Questo avviene dopo un iniziale momento di silenzio in cui la questura aveva cercato, at­traverso dichiarazioni rassicuranti, di far ap­parire l'operazione completamente riuscita. Ma il passaparola sui media indipendenti e la comparsa di alcuni video spesso creati ad arte dagli occupanti - fiduciosi nel ruolo dei me­dia- fanno trasparire la realtà della situazione. Inizia la fase di resistenza più decisa. Quindi grosse barricate sulle strade asfaltate che attra­versano la zona, le molotov, il picconamento del manto stradale per rendere impraticabili le strade. I media sono costretti ad accantonare l'immagine rassicurante con cui avevano de­scritto la lotta al suo inizio e un'edizione del tg nazionale apre con un lancio di molotov su un cordone di polizia.

L'ondata di sgomberi non funziona, le case vengono rioccupate, le pratiche di lotta espres­se richiamano l'attenzione su quanto sta suc­cedendo lì alla ZAD. Molti compagni arrivano da vicino e da lontano a resistere...

Un luogo che ha resistito una settimana intera è il Sabot, un orto collettivo di 6000 metri qua­dri, occupato collettivamente dopo un corteo di un migliaio di persone un anno e mezzo fa. In quest'orto si è resistito con molta determi­nazione per una settimana e questo è diventato il simbolo del fatto che si potesse resistere, del fatto che si potesse riuscire a reggere lo sgombero e le cariche, anche perché la tattica della polizia non era quella di avere un impatto duro, di usare tanta forza.

Raccontate come è avvenuta questa resistenza.

Non abbiamo molte informazioni ma l'impor­tante è che molte persone diverse hanno saputo resistere con pratiche eterogenee ma affianca­te le une alle altre. La strategia della polizia che veniva evidenziata dai media all'inizio era quella di "0 feriti e 0 arresti" e all'inizio sono riusciti ad attenersi a questa. Ma poi è cam­biato, ed è aumentata la determinazione. Vo­levano fare un'operazione pulita e non ci sono riusciti

La prima settimana non sono riusciti dunque hanno riprovato con questi sgomberi nella set­timana successiva: sono riusciti a farli?

Sì, su una quarantina di posti occupati ne hanno abbattuti trentacinque. Non sappiamo se la strategia fosse quella di radere al suolo tutto in due settimane, infatti è successo per lo più che le case venissero sgomberate, rioc­cupate, risgomberate e alla fine rase al suolo. Comunque i compagni hanno avuto l'impres­sione che la polizia fosse disorganizzata e che l'obbiettivo fosse distruggere le case e libera­re le strade della zona ma hanno avuto molte difficoltà di movimento e per questo motivo ci sono stati anche conflitti tra i diversi corpi di polizia. C'era difficoltà a capire gli ordini. Un episodio: uno sbirro sale su un albero per sgomberare la casa che c'era sopra, ma taglia per errore la corda della piattaforma che lo reggeva cadendo da 7 metri. Un altro sbirro si è fatto esplodere una bomba assordante in mano. Ci sono state molte occasioni in cui la polizia si è trovata in forte difficoltà. Da una parte questo movimento non ha un'organizza­zione unitaria, strutturata, quindi non ci sono dei momenti in cui si programma che cosa fare tutti quanti insieme, ma questa è stata anche la ricchezza del movimento perché ogni piccolo gruppo poteva organizzarsi autonomamente e decidere come resistere. Questo ha fatto sì che le persone partecipi siano diventate sempre più numerose e si siano anche create nuove cono­scenze e rapporti di affinità. Dopo questa data succedono altri momenti di partecipazione più o meno forti e dei momenti alterni in cui anche la polizia si ritirava per poi ripassare all'attac­co. Un'altra tappa importante della resistenza è stata il corteo di rioccupazione che gruppi di occupanti e compagni da fuori programmava­no da un anno e mezzo. Si era già detto che se a settembre fosse arrivato lo sgombero, si sa­rebbe dovuto arrivare in massa nella zona per rioccupare e ricostruire.
La manifestazione raggiunge le 35mila perso­ne e arrivano perfino 400 trattori e dei rimorchi pieni di legno e materiale per costruzioni. Mol­ti di quelli che vengono da altre città preparano dei kit per costruire casette. Sono case che si montano molto velocemente, quindi già dopo la prima giornata ne sono pronte quattro. In 5 giorni, durante i quali gli sbirri non arrivano, le case sono ultimate. Sia le abitazioni con bagno e riscaldamento, sia i dormitori, le sale riunioni e via dicendo (laboratorio del legno e del fer­ro). Anche la gente che è venuta da altri posti contribuisce ai lavori, costruisce barricate e si prepara alle prossime offensive. Offensiva che arriva 5 giorni dopo il corteo: il 23 novembre. Ci sono ancora delle case da difendere quindi si prepara la resistenza e si costruiscono molte barricate e si pensano strategie per bloccare la polizia.


Raccontateci di queste strategie.

Parliamo del Rosier (un'occupazione nella ZAD). Per quanto riguarda il Rosier c'è stata una presenza decisamente di massa, si è ar­rivati con i trattori portando il materiale per costruire barricate, cioè soprattutto ferraglia, balle di fieno e strutture metalliche. C'erano 2 barricate principali, larghe 5 metri e alte 4. Poi ci sono molte barricate più piccole che, nel complesso, bloccavano tutte le strade intorno. In alcuni casi si lasciavano anche i trattori in mezzo alla strada, e alcuni contadini trascor­rono tutta la notte a dormire nella casa insieme con gli occupanti.

Quindi gli sbirri ci hanno messo un sacco di tempo per sgomberare queste case dalle bar­ricate. 

Sì, uno dei problemi principali per loro è stata la presenza dei trattori che non sapevano come rimuovere, perché mancava il conducente... In un altro punto vengono messi 2 tronchi di traverso sulla carreggiata della strada e dietro vi viene scavata una trincea nell'asfalto che percorre tutta la larghezza della strada, 5 metri circa. Davanti al tronco in alcune parti ci sono filo spinato e chiodi e in altre parti balle di fie­no. Questo permette di rallentare la polizia e quindi sperimentare delle situazioni di scontro.

Sembra questa la tattica., far concentrare la polizia nello smantellamento di una barricata per poter poi bersagliarla dai lati, se sono co­perti da boscaglia... 

Sì, questo è quello che si è voluto metter in atto anche per poter provare materiali e tecni­che per condurre attacchi di questo tipo.

Ma questo riguardava solo compagni o anche gente del luogo? 

Direi compagni, ma nell'elaborazione delle tattiche invece c'è stata sinergia tra compagni e abitanti del luogo. Ti faccio un esempio si è deciso insieme ai contadini di fare in modo di non subire attacchi presso l'occupazione che loro avevano contribuito a difendere, piazzan­dovi attorno i trattori incatenati l'uno all'altro.

Pensi che un limite di queste giornate, sicu­ramente legato anche alla difficoltà oggettiva, alla stanchezza, all'impegno dedicato alla difesa, sia stato l'incapacità di passare all'at­tacco di quelle zone in cui la polizia o stazio­nava o proteggeva i primi lavori? 

Cominciamo a parlare della seconda ondata di sgomberi, dal 22 al 24 novembre. In questi giorni la polizia ha voluto risgomberare 3 luo­ghi di vita che erano sorti (o stati ripresi) dopo il primo ciclo di sgomberi. C'è da dire che 2 di questi 3 posti erano in mezzo a un bosco e quindi se non ci sono state troppe difficoltà a sgomberare quello esposto, negli altri 2 invece la polizia ha brigato. Le barricate e la resisten­za consentono a tanti altri che non erano esat­tamente lì di accorrere, bypassando i blocchi che la polizia aveva sistemato intorno a questi posti. Iniziano 2 giorni di battaglia, e in questi giorni arrivano fino ad un migliaio di solidali. La resistenza ha preso diverse forme, c'erano persone che praticavano la resistenza passiva - tipo catene umane, discussioni accese con la polizia, spogliarsi di fronte ai poliziotti. Da questo momento in poi la polizia ha abbando­nato ogni tipo di remora formale cominciando a gasare chiunque con candelotti ad altezza d'uomo e a picchiare con i manganelli. D'al­tro lato altre persone più determinate hanno cominciato ad attaccare la polizia con pietre, molotov, bastoni.
Mentre si resisteva alla ZAD, dei trattori han­no bloccato gli accessi della città a Nantes; praticamente dei trattori si sono parcheggiati in mezzo ai 2 ponti che conducono alla città, mentre a Rennes un corteo selvaggio attraver­sa la città. Ma su tutto il territorio francese ci sono delle reazioni immediate: da occupazio­ni di sedi istituzionali ad attacchi di. sedi po­litiche. Il giorno dopo sabato 24 era previsto da tempo un corteo a Nantes. Se alla ZAD in quello stesso momento si era in un migliaio in città i manifestanti erano ottomila, ad animare un corteo non autorizzato. Il corteo passa di fronte alla prefettura difesa dai reparti CRS e da un idrante e nonostante questo vi si scaglia­no contro ma non in maniera organizzata.

Come si muovevano i poliziotti nel bosco? 

A piedi e il loro obiettivo era proteggere i mez­zi che avrebbero poi distrutto le occupazioni. La polizia attaccava con granate stordenti, la­crimogeni, granate a frammentazione e le flash ball.
Le flash ball sono delle palle di gomma che vengono sparate da un fucile, come quello per sparare i lacrimogeni, che ha un mirino che consente di avere una precisione elevata, e ti raggiungono anche a 40-50 metri di distanza con precisione. Provocano da ematomi a la­cerazioni della pelle a seconda della distanza ma sono in grado anche di spaccare le ossa e ovviamente se ti arrivano in faccia ti rovinano (anche se alla ZAD nessuno ha perso occhi, come è capitato altrove). Le granate assordanti sono tirate a mano o con un fucile, dopo alcuni secondi esplodono con un boato che ti fa per­dere il senso dell'equilibrio e dell'orientamen­to e ti lasciano un fischio nelle orecchie, molto fastidioso. Inoltre i frammenti di plastica della granata sono in grado di attraversare i vestiti e di entrare sottopelle (plastica bollente ov­viamente). Le granate a frammentazione sono invece armi di difesa in dotazione alla polizia che formalmente vengono chiamate "armi di disaccerchiamento" ovvero armi che consen­tono a poliziotti circondati da moltitudini di mettersi in salvo. È relativamente da poco che usano queste armi di difesa per attaccare e han­no fatto la loro comparsa per la prima volta a Strasburgo in occasione di un contro summit. Inoltre raccontiamo un episodio strano. Lunedì 26 novembre nel pomeriggio arrivano tantissimi poliziotti su una strada lunga 3 km che attraversa la ZAD con l'intento di liberarla dalle barricate. La polizia arriva non solo con i suoi mezzi ma anche con dei camion su cui caricare le macerie. Erano tanti, circa 300, e cominciano a smontare le barricate da sud e avanzando smontano le barricate che trovano lungo la strada. A difendere una barricata c'era una trentina di persone che, mentre il fronte di poliziotti avanzava, cercava di rinforzarla ac­catastando rottami, filo spinato, etc. Nel mo­mento in cui la polizia era a pochi metri dalla barricata, all'improvviso una decina di quel­li che sembravano compagni, indossano sul braccio una fascetta con su scritto 'police', e iniziano ad afferrare qualcuno tra quelli indaf­farati sulla barricata. Al momento non siamo a conoscenza di fermi o arresti in quella situa­zione, anche perché non eravamo presenti. In­somma, a proposito di infiltrati questo episodio non solo è particolarmente inquietante, ma è anche inedito in questo scenario.

Quindi in questi 2 giorni è finita l'operazione pulita di sgombero e sono cambiate le rego­le di ingaggio. Che cosa ha provocato questo cambio di condotta? 

Sul momento c'è stato un cambio palpabile di pratiche, perché alcuni pacifisti dopo che venivano gasati poi ritornavano all'attacco con componenti che erano organizzate per lo scontro. Ha provocato sicuramente molti feriti e molta indignazione. Ma ci sono stati anche tanti arrabbiati. C'è stato un repentino cambio di registro discorsivo anche da parte delle vecchiette, per esempio, che chiedevano come poter far male alla polizia. Ci sono sta­te poche critiche rispetto ai metodi di difesa e nelle assemblee successive, ma anche nelle dichiarazioni dei personaggi più pubblici, non c'è stata nessuna critica. Comunque il secondo giorno riescono a sgomberare il bosco di Rou­en, anche se con molta più fatica e un enorme dispendio di lacrimogeni. A fine giornata il go­verno ha comunicato che ha concesso una tre­gua dicendo che si sarebbe dedicato molto più che in passato a spiegare l'importanza di un'o­pera di questo tipo. Il governo concretamente ha rinviato la deforestazione della ZAD di sei mesi, il che vuol dire un passo indietro rispet­to al ritmo dei lavori. L'inizio della deforesta­zione era previsto a gennaio. Il movimento da parte sua ha risposto: "noi stiamo contando i nostri feriti, non ci interessa il dialogo, voglia­mo solo che la polizia se ne vada immediata­mente e la base di ogni futura conversazione per noi sarà la modalità di abbandono di questo progetto". La prefettura a sua volta ha risposto che avrebbero tolto gli uomini dalla zona solo se si fossero liberate le strade dalle barricate e non si fossero più costruiti altri posti occupati. Il movimento ha quindi cominciato a discutere sul se e come liberare le strade; qualcuno ha proposto di liberarle a metà, ovvero dividere a metà le barricate in modo da lasciare solo mezza carreggiata disponibile. Gli occupanti hanno deciso comunque di vivere nella zona, e la decisione infine è stata questa: lasciare le strade semilibere e continuare a stare in zona. La cosa interessante è che la rabbia non è scesa immediatamente ma a partire dalla notte stessa del 24 ci sono stati piccoli attacchi ai mezzi della polizia ancora in loco; il presidio delle barricate fino all'alba è continuato. E domeni­ca 25 novembre si è vista la voglia condivisa di continuare a lottare soprattutto in un gesto eclatante: 40 trattori sono stati incatenati intor­no a una casa occupata disposti a rimanere lì a tempo indeterminato.

Com'è il rapporto con i giornalisti? 

Nella ZAD è stato sviluppato uno strumento che si chiama Automedia; questa lotta ha in al­cuni momenti una grossa attenzione mediatica e le varie componenti hanno posizioni diverse nei riguardi dei giornalisti: c'è chi non vuole avere rapporti con i media e chi invece pensa che sia importante dialogarci. Questo gruppo è nato da discussioni collettive partendo dal pre­supposto che piuttosto che evitare i problemi connessi a tale questione, è meglio affrontarli e trovare delle pratiche e dei modi per gestire la loro presenza; questo vale sia per i giornalisti che si muovono al di fuori della ZAD che per quelli che si muovono al loro interno. Automedia si occupa anche di produrre immagini e video, ed è composta da persone che partecipa­no direttamente alla lotta e abitanti della ZAD. Chiunque abbia partecipato alla lotta e sia co­nosciuto può entrare in questo gruppo che si occupa anche di gestire il sito. Il suo obiettivo è anche quello di minimizzare i problemi legati alla presenza dei giornalisti, se in certi posti questa non viene minimamente tollerata lo si spiega tramite cartelli, e se vengono violate tali disposizioni li si allontana anche violente­mente. Una cosa che è successa per esempio alla manifestazione del 17 novembre con il consenso generale, proprio perché erano stati avvisati prima. Ci sono però altre situazioni, come quella stessa manifestazione, dove non si può impedirne completamente, tranne che nello spezzone dei compagni, l'arrivo e la pre­senza. Per cui il 17 un gruppo di Automedia ha organizzato un banchetto a cui i media do­vevano presentarsi, e questo è stato comunica­to sul sito del movimento. A questo banchetto ai giornalisti veniva spiegato come avrebbero dovuto comportarsi, ad esempio chiedendo ai manifestanti se avessero piacere o meno di es­sere filmati, gli veniva poi attaccato al braccio uno straccetto colorato che consentisse a tutti di identificarli. Così per esempio chi veniva sorpreso a fare foto o video senza questo strac­cio al braccio, veniva allontanato senza susci­tare sorpresa. Questo riguarda sia i giornalisti di grandi testate che i freelance. In alcune oc­casioni il gruppo Automedia ha poi parlato con i giornalisti comunicando ciò che si era deciso nelle assemblee collettive; è capitato poi che venissero dati dei tempi - mezzora, un'ora - all'interno dei quali i giornalisti potevano sostare all'interno della ZAD. In definitiva, secondo noi, Automedia è una buona idea, un modo per tenere insieme delle posizioni diver­se su questa questione. Nelle situazioni in cui si compivano azioni illegali, invece, i giornali­sti non potevano esserci per evidenti motivi di sicurezza, ed era sufficiente che anche una sola persona esprimesse la volontà di non averli vi­cini perché questa decisione fosse sostenuta da tutti; non c'era bisogno di assemblee, votazio­ni o maggioranza e minoranza.

Dicevate che i contadini per poter partecipa­re a questa lotta si organizzavano tra di loro in modo che chi partecipava alla lotta venisse sostituito... 

Di fatto i contadini si sono autorganizzati per mandare avanti le loro attività e le loro fatto­rie anche con l'aiuto di alcuni occupanti che sono andati nelle loro terre a lavorare. Dall'11 dicembre questo luogo barricato da trattori è sotto sgombero tramite la decisione formale di un tribunale. Proprio oggi è stato occupato un altro campo per farlo diventare un nuovo orto collettivo.

Di azioni in solidarietà alla ZAD ce ne sono state tante... 

Tante sedi del partito socialista sono state at­taccate in diversi modi: vetrine infrante, scrit­te, imbrattamenti o presidi di fronte alle sedi. Un'altra pratica molto diffusa è stata quella dei cosiddetti pedaggi gratuiti, ovvero il bloc­co del funzionamento dei caselli autostradali, perché molte autostrade sono gestite da Vinci così come tanti parcheggi a pagamento nelle città, che infatti sono stati sabotati. Ci sono state anche occupazioni di cantieri, striscioni sulle gru e anche veri e propri attacchi a mezzi da lavoro. Per quello che riguarda le sedi po­litiche e istituzionali sono stati occupati molti municipi; alcune azioni sono state fatte anche al di fuori della Francia, sempre per colpire gli interessi di Vinci.

Secondo voi ci sono interessi di Vinci in Italia? 

Vinci in Italia è presente con un lavoro già svolto a Brindisi, degli enormi contenitori di gas allo stato liquido. Sappiamo anche che Vinci si sarebbe proposto per l'appalto riguar­dante il ponte di Messina. Vinci ha delle sedi a Roma e a Milano e ha delle filiali molto pic­cole che lavorano nei pressi di Vicenza, penso che siano piccole aziende che già esistevano e che Vinci ha rilevato. Una riguarda le biotec­nologie e una i pannelli solari.

1 commento:

LifeSuspended ha detto...

Perfetto e chiaro come sempre!

Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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