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martedì 15 gennaio 2013

Modalità economiche ed ecologiche dello spazio e del tempo

Scritto di Elmar Altvater
per la rivista Capitalism Nature Socialism
Edizione italiana: Capitalismo Natura Socialismo
Traduzioni di Giovanna Ricoveri, Ornella Cilona, Gloria Malaspina
Rivista internazionale di ecologia socialista, pubblicata a New York, Barcellona, Roma
CNS n. 1, marzo 1991

Versione ridotta del testo pubblicato su Prokla (Journal for Critical Social Science), n. 67, giugno 1987.

1. Introduzione 
Se l'attività fisica potesse essere ridotta in periodi di tempo infinitesimamente piccoli, il concetto di spazio fisico diventerebbe senza senso. Poiché invece le attività del mondo reale «richiedono tempo», le coordinate spaziali rappresentano il quadro di riferimen­to di tutte le attività materiali e sociali. Un'economia fuori dallo spazio e dal tempo, ad esempio, esiste soltanto nei modelli neoclassici della «economia pura», e la sua rilevanza teorica resta limitata proprio a causa del suo livello eroico di astrazione. È chiaro che nessuna attività può essere confinata entro un tempo eguale a zero, e purtuttavia questo è esattamente il fine del capitale. Ridurre il tempo di circolazione del capitale è un principio costitutivo dello sviluppo capitalistico. Grazie alle moderne tecnologie di trasporto e comunicazione, si è ridotto il significato dello spazio definito sia in senso quantitativo (e cioè come distanza) sia in senso qualitativo (caratteristiche concrete delle strutture sociali). Oggigiorno è possibile andare da Berlino a New York in meno di dieci ore e rnilioni di dollari possono essere spostati via fax da Singapore alle fiahamas, via Londra, pigiando un bottone, come se tra questi luoghi non vi fosse più nessuna distanza fisica. Con la separazione della moneta dalla sua forma materiale (metallo o carta che sia) e la sua trasformazione in moneta elettronica, o informatica, la spazialità della circolazione della moneta tende a scomparire. Lo tihazio è superato dalla velocità della luce. La riduzione del tempo, toglie significato anche allo spazio. E per converso, lo spazio fisico è condizionato in modo tale da ridurre ,tnche il tempo delle attività. Con l'accelerazione del trasporto fisico, il tempo si riduce ad un insieme di impedimenti: e gli impedimenti naturali, culturali e sociali alla circolazione del capitale devono essere rimossi. L'«usurpazione dello spazio» ha come fine la rimozione degli impedimenti all'accelerazione delle attività produttive e di trasporto: diventa dunque al tempo stesso «produzione di spazio» e costruzione di una «seconda natura».

2. La contraddizione tra economia ed ecologia

Lo spazio fisico deve essere governato in modo da ridurre il periodo di tempo dell'attività economica. La logica della riduzione del tempo dell'attività economica e la rimozione degli impedimenti quantitativi e qualitativi del tempo è il vero imperativo della valorizzazione del capitale, o - in termini weberiani - è la «razionalità della "dominazione mondiale dell'Occidente"». Que­sto significa adattare le coordinate di spazio e tempo ai principi di ottimizzazione dei mezzi e dei fini. La creazione di un sistema sociale di coordinate con una forma specifica spaziale e temporale, attraverso la produzione di strutture materiali e di norme immateriali, non fa parte delle coordinate tradizionali, originarie e «naturali» dello spazio e del tempo. Questa è la produzione di «socialità». «Una percezione unificata di tempo, spazio, causa numero, ecc.. La società non può abbandonare queste categorie all'arbitrio degli individui senza arrendersi. Per vivere, la società ha bisogno non solo di una certa conformità morale, ma anche di un minimo di conformità logica». Per dirla con le parole di Norbert Elias, il tempo ha il «carattere di una istituzione sociale, di regolatore degli eventi sociali, è una modalità dell'esperienza umana; e i cronometri sono parte integrale di un ordine sociale che non può funzionare senza di essi...». I cronometri, o strumenti di misurazione del tempo, sono stati inventati solo recentemente. Prima, l'attività era la misura del tempo. Ora è il tempo stesso ad essere la misura dell'attività. Spazio e tempo divengono così categorie sociali. Inoltre, le società sono definite dagli impegni normativi che esse stesse assumono. E ciò spiega il riemergere dell'interesse per i nessi tra «rapporti sociali e strutture spaziali», che ha determinato un più stretto rapporto tra ricercatori sociali e geografi demografici, in un periodo in cui nessuno dei due gruppi - con poche eccezioni, tra cui Lefebvre e Poulantzas - ha studiato in senso teorico lo spazio territoriale come matrice sociale. Tuttavia questo non è il tema centrale cui è dedicato il presente articolo. Il problema non è tanto quello della «socialità» dello spazio e del tempo in quanto tali, ma quello di un principio sociale che permetta di ridurre gli intervalli di tempo, assoggettando la quantità e la qualità dello spazio al principio dell'accelerazione. Naturalmen­te, non è possibile astrarre totalmente dallo spazio e dal tempo, poiché qualsiasi attività, come qualsiasi produzione e consumo, presuppone la trasformazione della materia e dell'energia dalle forme in cui esse sono date in natura alle altre forme di cui abbiamo bisogno come esseri umani. Nella produzione e nel consumo, non è possibile trascurare gli attributi quantitativi e qualitativi dello spazio e del tempo, né le specificità del valore d'uso dei diversi prodotti e processi produttivi. Persino la riduzione dei processi economici a pagamenti monetari, attraverso la teoria dei sistemi, non può sfuggire a questo fatto senza invalidare le sue stesse premesse. Anche la informazione comunicativa ha un sostrato materiale - la carta moneta, ad esempio - che è il risultato di processi voluti e guidati, di trasformazione dell'energia e della materia. Le sue conseguenze sui sistemi di comunicazione economica potrebbero essere isolate solo se la comunicazione si potesse realizzare senza informazione, ma ciò è chiaramente un'assurdità. Produzione significa produzione di spazio e produzione di natura. I risultati della produzione (e del consumo) si manifestano nello spazio come orizzonti culturali, edifici, città, strade, rovine di centrali nucleari, canali, fognature, smog, deserti, depositi di spazzatura, e via di seguito. Come ha osservato Marx, quel che fa di un posto un luogo di caccia, è il fatto che specifiche tribù vi vadano a caccia. Quel che fa di una regione una regione mineraria, è il fatto che il metallo venga estratto dalle società minerarie. Quello che rende una regione un'area industriale, è la realizzazione su quello spazio della decisione degli imprenditori o degli organi di pianificazione statale di insediarvi una regione industriale. Quel che fa di un particolare spazio un'area di ricreazione è l'impoveri­mento delle altre aree e il trasferimento delle occasioni di soddisfacimento del bisogno umano di tempo libero in un dato territorio, definito luogo di vacanza dal suo stesso uso. In breve, è il processo di produzione e di consumo socialmente organizzato, normativamente definito e politicamente influenzato (tagli esseri umani, che forma i diversi ambienti regionali. E ciò ha una duplice caratteristica, e cioè la produzione dello spazio è al tempo stesso anche la sua valorizzazione, e la sua produzione e il suo consumo hanno insieme aspetti materiali e di valore. Le loro coordinate spaziali e temporali hanno entrambe dimensioni economiche e dimensioni ecologiche. Le logiche delle diverse funzioni operano insieme, nella stessa area territoriale. Ciò risulta già chiaramente dal fatto che la trasformazione della materia e dell'energia nel processo di produzione e in quello di consumo è un processo fisico specifico, legato allo spazio e al tempo in modi specifici. Ma il processo di circolazione, con la sua logica di comprensione del tempo, e con la distruzione degli ostacoli spaziali quantitativi e qualitativi, trasforma la produzione in un momento di riproduzione capitalistica globale, e cioè il mercato mondiale. A questo punto, non si tratta più della trasformazione di risorse in un valore d'uso scambiabile - dal minerale di ferro al ferro semilavorato. Ora la materia prima, lavorata in particolari condizioni spaziali, diventa un elemento dell'ammontare totale del materiale di ferro nel mercato mondiale, e «si confronta» con la stessa materia prima estratta e lavorata in condizioni spaziali totalmente differenti. La concorrenza sul mercato mondiale costringe il capitale ad avvicinarsi alla media delle condizioni spaziali. Le specificità, individualità e particolarità della produzione e del consumo, dipendenti dallo spazio, sono così «livellate». Paesi e luoghi perdono le loro inconfondibili caratteristiche e si trasformano in segmenti della circolazione e della comunicazione globale del mercato mondiale. Le specificità locali, regionali e nazionali della comunicazione (il mangiare, le forme giuridiche, le regole del traffico, la lingua, e così di seguito) finiscono quasi sicuramente per essere considerate intrusive. I modelli di consumo, trasferiti dal processo di circolazione e dalla concorrenza nel mercato mondiale, esprimono una realtà spaziale specifica, così come i modelli di produzione. Le condizioni di produzione delle merci e le condizioni di valorizzazione del capitale devono adeguarsi le une alle altre per ragioni di «concorrenza». Il mercato mondiale si manifesta come pure oggettività. In questo processo, ambiente naturale e rapporti sociali sono entrambi trasformati secondo un «piano» che rispetta le compatibilità del mercato mondiale, e che astrae dalle differenti regioni e dalle condizioni naturali, culturali e sociali di riproduzio­ne, esistenti nelle diverse regioni. La competitività non esisterebbe se il profitto non fosse il fine della produzione e del commercio. Ma il profitto è il sovrappiù prodotto nel processo produttivo di merci specifiche, mentre gli inputs dei fattori sono misurati in termini monetari. L'attività economica, in particolare la produzione, è dunque definita in due modi. Da una parte, la produzione non è altro che la trasformazione della materia e dell'energia. Dall'altra parte, è la creazione di sovrappiù misurati in termini monetari (e perciò indipendentemen­te dalla quantità del valore d'uso). La trasformazione della materia e dell'energia, sul piano qualitativo, segue alcune leggi di natura, le cui coordinate sono definite in termini di tempo e di spazio fisico. Georgescu-Roegen ha diviso in due il concetto di tempo (ma la stessa distinzione potrebbe essere fatta per il concetto di spazio): il tempo «T», che può essere descritto come un «monologo interiore» o come una «sequela continua di momenti; e il tempo «t», che denota l'intervallo di tempo tra due attività usando un cronometro metallico. Nel tempo definito monologo interiore, è irrilevante quando si realizza un particolare processo fisico, come ad esempio l'oscillazione del pendolo. E possibile soltanto misurare gli intervalli. Tuttavia, la connessione tra tempo storico «T» e tempo dinamico «t» è impossibile. In altre parole, i fenomeni meccanici sono senza tempo («Zeitlos») ma non fuori del tempo («zeitlos»). In questo senso temporal-meccanicistico, è possibile prevedere i processi senza ambiguità, ma ciò richiede l'eliminazione di tutti gli elementi del tempo «T». Analogamente, la misurazione del tempo con cronometri sempre più perfezionati definisce il tempo come l'intervallo intercorrente tra due attività, indipendentemente dalle connotazioni storiche delle attività medesime. Anche nella vita sociale vi sono tendenze alla de-storicizzazione del tempo, ad esempio la misurazione di una volata o di una gara di sci non può essere pienamente realizzata. Indipendentemente da dove queste attività si realizzano, la sola misura rilevante è l'intervallo (distanza e tempo) tra il punto di inizio e quello finale. II tempo «t» è indipendente dall'attività umana; non è parte della coscienza ed è pertanto irrilevante per fissare le coordinate delle attività. Tuttavia, i processi fisici che si realizzano nello spazio e nel tempo producono risultati importanti sulla coscienza e sull'attività umana. Nell'intervallo tra due attività, e cioè durante il processo stesso, l'entropia aumenta, e si verifica qualcosa di irreversibile. La conseguenza temporale dell'attività modifica il mondo. Una logica specifica si sviluppa dunque nelle coordinate tempo e-spazio (come pure nelle coordinate sociali ed economiche): la produzione del sovrappiù economico è guidata dall'imperativo quantitativo della crescita, attraverso la riduzione degli spazi di tempo delle attività umane (in particolare di quelle di produzione e di consumo). E lo fa, accelerando e superando gli impedimenti quantitativi e qualitativi dello spazio, in modo da comprimere il tempo, inserendo «T» dentro «t». Esistono dunque due sistemi di coordinamento dello spazio e del tempo che, sotto forma di due modelli di «spazio funzionale», sono fissati su una realtà socio-territoriale. Questo è quel che si intende per «contraddizione economica ed ecologica». La definizione che Durkheim dà della società, come di una parte della natura, anche se nella sua forma più alta, è dunque sbagliata. Lui descrive la categoria del tempo semplicemente come scansione del ritmo della vita sociale. In realtà lo spazio e il tempo di una società, specie se capitalistica, e lo spazio e il tempo fisico della natura non sono affatto identici. La logica dei loro rispettivi spazi funzionali diverge.

3. Entropia e scarsità

L'energia non può essere prodotta, ma solo trasformata da una forma ad un'altra. Le due leggi della termodinamica definite da Claudius nel 1865 sono, primo, che l'energia dell'universo è costante e materiale e che gli inputs energetici sono sempre eguali agli outputs; secondo, che l'entropia del mondo lotta per massimizzare se stessa. Energia e materia usate passano dall'ordine della distribuzione ineguale al disordine della distribuzione eguale, non essendo così più di grande utilità. «Noi possiamo usare un dato ammontare di bassa entropia solo una volta». Dal punto di vista dei criteri dell'uso umano, nessuna trasformazione di energia o materia è perfettamente efficiente, in quanto una parte si perde sempre sotto forma di calore. Se il calore si diffonde in modo uniforme, il flusso di calore dal quale deriva l'energia si interrompe del tutto. Georgescu-Roegen ci offre un esempio assolutamente convincente: a confronto con l'ammontare di calore esistente nell'oceano, il calore di una caldaia di nave è infinitamente piccolo. Ciononostan­te, il calore dell'oceano non può essere usato, o si potrebbe solo con grande difficoltà, mentre invece il calore della caldaia può essere trasformato per spostare la nave. Come i processi di trasformazione della materia e dell'energia, anche la produzione e il consumo sono soggetti alla legge dell'entropia crescente. Ciò significa che il sistema economico e le tendenze in esso presenti non possono essere capiti concettualmente, se non si tiene presente la loro condizionalità, e cioè i modi in cui agiscono le leggi naturali. Un aumento dell'entropia è inevitabile nei sistemi chiusi. Nei sistemi aperti, invece, l'entropia può rimanere costante o diminuire per migrazione. Ciò spiega la crescita dirompente di certi biosistemi, che sono in grado di assorbire nutrimento ed energia da altri sistemi. Anche nei sistemi chiusi, l'efficienza della trasforma­zione della materia e dell'energia possono variare, e questa variabilità si misura in termini di inputs di materia e di energia rispetto alla parte di output, utile agli esseri umani (si sottolinea brevemente qui che, formulata in questi termini, la legge della termodinamica è ovviamente antropocentrica). Si può pertanto fare un uso di materia e di energia più o meno efficiente, parsimonioso, o sprecone, con intelligenza o senza. La velocità dell'inevitabile aumento di entropia può dunque crescere o diminuire. Nei sistemi biologici, ad esempio, sembra che il «tasso di produzione dell'entropia» dipenda dal grado di complessità e diversità del sistema. Sono esse a determinare la scala del riciclaggio nutritivo e la necessità di inputs di materia e di energia esterna, così come la reattività e la risposta agli shocca esterni. Nelle foreste tropicali, ad esempio, è possibile dimostrare che la transizione alle forme monoculturali fa pericolosamente aumentare il rischio di un sistema ecologico di fronte a shoks esterni, con possibilità di collasso totale del sistema. Nei sistemi sociali, tuttavia, il «tasso di produzione dell'entropia» dipende da quel che uno può chiamare «l'intelligenza del sistema». E questa intelligenza a decidere quanto è grande il saggio di sfruttamento delle risorse rinnovabili, se e come processi di sostituzione di risorse non rinnovabili possano essere portati avanti, e fino a che punto è possibile sviluppare l'uso del tempo e dello spazio in modo da ottimizzare la disponibilità di risorse e i cicli della loro riproduzione. Le condizioni sociali e i meccanismi di regolazione della società e della natura sono una risorsa immateriale e perciò, in linea di principio, rinnovabile - ovviamente decisiva per il saggio di produzione dell'entropia. Gli approcci economici-ecologici (ad esempio il riciclaggio dei rifiuti e il risparmio, gestito con il computer, dell'energia prodotta chimicamente) dipendono da scelte politiche e sociali, che possono sia far aumentare la crescita dell'entropia, oppure ridurre il ritmo di questo processo irreversibile e limitarne le dimensioni spaziali. A questo punto, il problema è di sapere se il potenziale dell'intelligenza di sistema incontra restrizioni intrinseche alla struttura e alla funzione del sistema socio-economico. Anche se il saggio di produzione dell'entropia può essere rallentato, non potrà mai essere ridotto a zero in un sistema chiuso, e ciò ci riporta al problema degli usi alternativi, poiché le risorse sono scarse. A questo punto, ci serve l'economia come scienza dell'uso razionale di risorse scarse. Senza scarsità non ci sarebbe bisogno dell'economia. Se l'aumento dell'entropia fosse eguale a zero, o addirittura negativo, non ci sarebbe scarsità, e l'economia perderebbe il suo scopo. Nella «bio-economia» di Georgescu-Roegen, orientata alla termodinamica, la scarsità viene inclusa in base alla Seconda Legge della termodinamica. Quest'ultima è l'econo­mia dei processi irreversibili, mentre l'economia imperante si basa sulla reversibilità dei cicli economici. L'economia imperante ignora dunque il fondamento della termodinamica e la sua categoria centrale, quella della scarsità.

4. Economia e tempo

A questo punto, la modalità del tempo e la connessione dei processi sociali e della materia presente, passata e futura stanno di nuovo davanti a noi. In economia, la modalità del tempo e la connessione con questi processi è stata sostanzialmente eliminata con l'introduzione del concetto di «interesse», e cioè con la discontinuità rispetto ai valori economici futuri. Al contrario, la «bio-economia» sottolinea che «occorre sapere che ogni nuova automobile - per non parlare degli strumenti di guerra - significa meno aratri per le future generazioni». Il giacimento minerario più grande del mondo, la miniera di Carajas nella regione orientale dell'Amazzonia (circa 18 miliardi di tonnellate di minerale, con un contenuto di ferro pari al 66 per cento) durerà circa 500 anni ad un saggio annuale di estrazione di 35 milioni di tonnellate, in base alle stime disponibili. 500 anni è un periodo di tempo lungo, ma finito. A confronto con i milioni di anni da quando il deposito si è formato, è una breve spanna di tempo. Il tempo della terra, quello delle risorse, e quello umano usano intervalli di tempo differenti per misurare la spanna di tempo tra il passato, il presente e il futuro. Da questo punto di vista, sono probabilmente corretti i calcoli del Club di Roma sulla disponibilità e sul consumo delle risorse. Danno decisamente l'impressione che la disponibilità di risorse non è infinita e che essa si esaurisce nel tempo, anche se il loro tasso di esaurimento - dal punto di vista delle generazioni attuali - è abbastanza lontano nel futuro. Le risorse sono mobilitate dal processo economico in un periodo di tempo relativamente breve, ma dopo sono disponibili solo in termini quantitativamente limitati e qualitativamente degradati. Oppure sono totalmente, irreversibilmente, consumate. In questo caso lasciano memoria di sé per la loro eredità: scorie radioattive, mari di fanghi rossi nel caso della produzione di alluminio, e così via. Su questa dimensione termodinamica della scarsità, è sovrappo­sta - si può dire - la maschera della scarsità economica, e infatti le risorse sono scarse dal punto di vista economico quando sul piano economico non vale la pena di ricercarle, svilupparle ed impiegarle, perché il rapporto costi-benefici è negativo. La scarsità è definita non solo dalla limitatezza delle risorse e dall'irreversibilità del loro consumo, ma anche - dal punto di vista economico - dal principio di razionalità che proviene dallo spazio funzionale dell'economia, e cioè dal mercato mondiale. Paradossalmente, la scarsità di spazio funzionale economico può persino portare alla abbondanza nell'offerta di risorse. Ciò si verifica quando «risorse scarse» diventano care, e gli alti prezzi favoriscono un incremento dello sfruttamento delle stesse risorse. Esempi recenti sono lo sfrutta­mento dei giacimenti di petrolio nel Mare del Nord, l'apertura di nuovi campi petroliferi in Texas, e lo sviluppo dei surrogati del petrolio, come quello estratto dalla canna da zucchero nel programma Proalcool, in Brasile. Per converso, il nuovo giacimen­to o il programma di sostituzione può diventare antieconomico quando i prezzi della materia prima cadono. Nello spazio funzionale dell'economia, i prezzi indicano la variazione delle scarsità. Questa è la sola spiegazione fornita dagli economisti per la mobilitazione delle disponibilità di risorse (e per la fine di tale mobilitazione) a seconda di quel che impone la profittabilità. Usando questo concetto di scarsità e la razionalità dei calcoli basati su di esso, l'economia sostiene di riuscire a risolvere qualsiasi problema, o comunque di tenere qualsiasi problema sotto controllo. Ma i problemi sono più complicati, e non solo perché i prezzi (e i saggi di interesse) sono determinati da variazioni imprevedibili del mercato mondiale. Ancora più importante, la scala temporale dei calcoli economici e dei movimenti di prezzo derivanti da tali calcoli divergono considerevolmente dai tempi delle risorse. L'orizzonte pianificatorio delle compagnie nucleari, ad esempio, è al massimo di diverse decine di anni. Mentre la vita media delle scorie radioattive è di circa 100 mila anni. In sostanza, l'economia è una scienza «antidiluviana». Sulla sua bandiera, si potrebbe scrivere, «après moi, le deluge».

5. La termodinamica e i sovrappiù economici
Secondo le leggi dalla termodinamica, la produzione non è altro che la trasformazione della materia e dell'energia - un processo nel corso del quale un input disponibile è trasformato in un output necessario. Ne deriva una nuova merce, i cui effetti esterni vanno oltre l'orizzonte temporale e spaziale degli agenti economici. Ma questi agenti economici (capitalisti, imprenditori) non si acconten­tano della semplice trasformazione della materia e dell'energia. In realtà, essi sono indifferenti a tali trasformazioni, fino a quando non si crea un sovrappiù di capitale, che mette in moto il processo di , trasformazione. Nel concetto di sovrappiù, è possibile vedere la circolarità del processo economico, e cioè il riflesso dei risultati in rapporto alle loro precondizioni: in altri termini, l'eguaglianza tra input e output nella termodinamica (o ecologia) e nella produzione del sovrappiù in economia. Questa contraddizione definisce il rapporto tra economia ed ecologia nel modo di produzione capitalistico. La contraddizione ha una sua dinamica sociale. Come Marx ha indicato, il processo di produzione è insieme un processo di lavoro, nel quale la trasformazione della materia e dell'energia è realizzata secondo le leggi di natura, e un processo di valorizzazione, nel corso del quale un aumento del valore del lavoro si somma al capitale monetario, che il capitalista aveva anticipato. Tale duplice carattere della produzione e della riproduzione è possibile grazie alla forma in cui il processo si realizza. La precondizione è che il lavoro sia trasformato in lavoro salariato e che i lavoratori salariati realizzino un sovrappiù di lavoro, e cioè che essi vengano sfruttati. Senza questa specifica forma sociale del lavoro, non ci sarebbe alcuna differenza tra la trasformazione ecologica della materia e dell'ener­gia e la produzione del sovrappiù economico. Solo entro la forma salariata del lavoro diventa possibile che materia ed energia siano trasformate secondo un piano intelligente e, al tempo stesso, che si verifichi una redistribuzione qualitativa dei flussi di materia e di energia tra le classi sociali, e cioè dal lavoro al capitale. Nello spazio funzionale dell'economia, dunque, i processi sono attraversati da una modifica della misura, in cui sono valutate le unità di materia e di energia. I materiali che sono stati trasformati in valori d'uso, hanno anche valore di scambio. Essi sono sussunti sotto la forma del valore e quindi sotto la forma della moneta. Questa è la precondizione per realizzare la «logica» dello spazio economico funzionale che, in linea di principio, è duplice. Ogni conversione di materia ed energia è ridotta ad unità qualitativamente eguali, come se si trattasse di flussi di moneta, e pertanto la conversione può essere diversificata solo in senso quantitativo. Questo processo è ovviamente assai diverso dalla percezione delle trasformazioni di materia ed energia in rapporto alla loro varietà qualitativa, su cui si basa la percezione reale del cambiamento; rimane indietro, o cade al di sotto, di quella varietà qualitativa che rende storicamente possibile un orientamento verso l'espansione spaziale dell'accumu­lazione quantitativa. È questo aspetto della forma specifica dei processi economici che viene trascurata nella maggior parte delle analisi economiche, anche quando l'analisi si occupa della spazialità e della temporalità (ed è così in grado di afferrare la contraddizione tra ecologia ed economia). Tuttavia, la contraddizione è totalmente ignorata quando il valore è attribuito alla natura, senza specificare la forma del valore della natura. Il lavoro produce valore solo in quanto lavoro salariato. Quale forma deve dunque prendere la natura, in modo da produrre valore? Di fronte a tale domanda, Georgescu­Roegen si è arreso. Per lui, l'origine del valore discende dal «godimento della vista stessa»; egli trascura pertanto la forma specifica del valore nel capitalismo (per lui il valore resta una categoria soggettiva). In un'antologia sul tema «dei rapporti sociali e delle strutture spaziali», nessuno degli autori si "preoccupa" di affrontare il problema della forma del valore. Lo spazio è concepito soltanto come sostrato reale di «Vergellschaftung» e non nel suo rapporto con la natura, dove i processi sono iniziati attraverso l'azione sociale, basata sulle leggi della termodinamica. Dopo Chernobyl', questa è chiaramente una inammissibile semplificazio­ne: le scienze sociali hanno un gran bisogno di dilatare l'ambito della loro analisi. La forma sociale (o del valore) rende possibili due cose: primo, la logica quantitativa della valorizzazione del capitale astrae dal limite qualitativo del valore d'uso. In realtà, il capitale trova soddisfacimento nel trascendere tecnologicamente, esternalizzare economicamente, marginalizzare socialmente e reprimere politica­mente qualsiasi impedimento alla crescita del valore quantitativo (o produzione di profitto e accumulazione). La possibilità di produrre cm sovrappiù e l'accumulazione del capitale creano la tendenza sociale a svincolare il processo economico da qualsiasi limite qualitativo. La trasformazione di tutte le specificità qualitative ad un comune denominatore, che può essere espresso nella forma monetaria, ha reso possibile un enorme avanzamento della civilizzazione euro-centrica negli ultimi secoli, distruggendo al tempo stesso tutte le altre formazioni sociali e modi di produzione. In questo processo, inoltre, l'ambiente naturale è stato fortemente e aggressivamente modificato, spesso degradato o distrutto. Sono state spianate vere e proprie montagne; gli oceani sono stati svuotati dei pesci; molte specie sono state sterminate; le foreste equatoriali distrutte; immense aree sono state trasformate in discariche; mari, laghi e fiumi sono stati avvelenati. Tutto questo è stato fatto nel nome della valorizzazione e della crescita. Secondo, la pressione espansionistica inerente alla logica economica della produzione del sovrappiù ha una dimensione territoriale (così come la produzione si realizza sempre nello spazio). La produzione del sovrappiù è dunque identica alla conquista economica - esplorazione, sviluppo, penetrazione e sfruttamento - dello spazio, e cioè «produzione di spazio». All'inizio, lo spazio è conquistato in senso estensivo; successiva­mente, è capitalizzato in senso intensivo. La «tendenza propagandi­stica del mercato mondiale» (Marx) deriva dalla logica della valorizzazione del capitale. Il risultato è la globalizzazione del principio della contraddittorietà funzionale tra gli spazi dell'econo­mia e dell'ecologia - che niente risparmia nel mondo intero.

6. Frontiere e confini

Il processo di crescita capitalistica e di espansione spaziale non ha confini impliciti, ma è sostanzialmente delimitato da fattori esterni. Quando «l'ultimo albero sarà stato tagliato, ci si renderà conto che non si può mangiare il denaro», come dicono gli ecologisti della Germania occidentale. I confini ecologici che incontra il capitale nel tentativo di allargare le sue frontiere esistono invece, ma sono lontani nel tempo. Fino ad ora, le aree distrutte nei centri industriali sono state trasformate in parchi artificiali dall'industria del tempo libero, o messe da parte grazie all'offerta di viaggi nel «mondo incontaminato» della natura che ancora resta. La precondizione è, naturalmente, la monetizzazione del danno, un meccanismo che ancora funziona (per lo meno nei paesi industriali ricchi). Tuttavia, prima o poi anche questi santuari saranno distrutti. Che accadrà allora? Ciò significa che bisogna definire dei confini in anticipo - non solo confini ecologici ma anche confini sociali. Come questo articolo ha cercato di dimostrare, è la forma o valore sociale che non solo produce e cela la contraddizione tra economia e sociologia, ma la porta anche ad uno sbocco. Confini stabili possono essere fissati, dunque, solo se si modificano le forme della riproduzione sociale. Le contraddizioni tra modalità fisiche e sociali del regime temporale storico e della spazialità storica del capitale possono essere ridotte (mai eliminate, a causa della legge dell'entropia) soltanto con un aumento di intelligenza del sistema, e con la rimozione degli ostacoli ad uno scambio consapevole ed accorto con la natura, che sono oggi inerenti alla forma o valore sociale: il principio della produzione del sovrappiù, o profitto, e dell'espansione, o dell'accumulazione. Dobbiamo costruire delle linee di demarcazione sociale e politica, prima che la frontiera dell'espansione capitalistica raggiunga l'ultimo confine ecologico, che sarebbe fatale alle condizioni di sopravvivenza della razza umana. A questo punto potrebbe cominciare la discussione per una riforma ecologica, e questa discussione ci riporterebbe ai ben noti dibattiti sul riformismo e sulla scienza sociale.

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Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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