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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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lunedì 18 luglio 2011

Una storia cattiva

Articolo pubblicato sul mensile anarchico Invece - numero 6, Giugno 2011


Questa è la storia di alcuni atti repressivi che hanno colpito gli anarchici negli ultimi decenni. Se altri fatti sono stati esclusi è perché sono stati utilizzati quelli che più servivano ad indicare le trasformazioni della repressione avvenute nel corso del tempo. Se c'è una raccomandazione che vogliamo fare al lettore è che la storia che emerge in queste pagine non è la storia degli anarchici. Non è la nostra storia, la storia dei compagni, dei loro desideri, delle loro lotte, vinte o perse. Da questo punto di vista sarebbe una storia falsata, violentata, frammentaria.

Quella che si legge in queste righe è la storia del Potere, della sua assoluta volontà di sopraffare con la forza, l'arbitrio, la menzogna chiunque si opponga ad esso.


Lo Stato italiano, dalla fondazione della repubblica, è sempre stato soggetto alla contraddizione tra una tendenza alla pacificazione tramite l'applicazione di modelli socialdemocratici e il continuo riemergere della contiguità con il precedente regime fascista.
Da un punto di vista repressivo la contiguità era resa evidente da un travaso, dal vecchio al nuovo regime, sia degli strumenti giuridici (come il codice Rocco), sia degli uomini che componevano gli apparati dello Stato (magistrati, prefetti, membri della polizia, dei carabinieri e dell'esercito rimasero in gran parte invariati). I risultati di questa operazione si resero ben visibili: riabilitazione dei fascisti e arresti dei partigiani; repressione armata di operai, contadini e studenti; tentativi di colpo di Stato; creazione di forze golpiste all'interno degli apparati dello Stato (Gladio, P2); controrivoluzione preventiva. Gli anarchici furono tra i bersagli designati di questo sistema di dominio. Non avevano né volevano avere padrini politici e potevano fungere da capri espiatori nelle manovre palesi e occulte del potere. Così avvenne nei tentativi di montatura in seguito agli episodi delle bombe alla fiera campionaria di Milano e alla successiva strage di piazza Fontana.
Non furono di certo i tribunali, ma solo la forte reazione di piazza che mise in luce la verità sulla strage di Stato: quelle bombe le avevano messe i servizi e i fascisti. Da quegli episodi emerge nitidamente che la natura della repressione nei confronti degli anarchici è spesso riconducibile ad un attacco strumentale del potere contro i suoi nemici di classe.


A partire dal 1968, per oltre un decennio, le contraddizioni di questo sistema vennero affrontate frontalmente da un vastissimo movimento sociale che in buona parte era su posizioni rivoluzionarie. La nomenclatura per salvarsi sacrificò non solo le speranze della migliore gioventù, ma lasciò, sulla pelle di migliaia di persone. l'indelebile marchio della violenza di Stato.
se vogliamo chiarirci su quale sia lo stato della repressione che subiscono attualmente in Italia i rivoluzionari e i movimenti sociali dobbiamo partire dalla fine di quel periodo storico. Il fronte politico si coalizzò (alle­anza PCI-DC) contro le insorgenze sociali emanando una serie di leggi speciali (fra le altre: forte amplia­mento dei poteri della polizia e della discrezionalità della magistratura; inclusione di ogni ordigno esplosivo e incendiario nelle armi da guerra; reintroduzione del confino; aumen­to di pena per i reati con finalità di "terrorismo"; pene enormi per i reati associativi; premi e facilitazioni per "pentiti" e "dissociati"; esclusione della concessione della libertà prov­visoria per i reati di "terrorismo"; possibilità di perquisizione per bloc­chi di edifici senza autorizzazione del magistrato; aumento del fermo di polizia e della carcerazione preven­tiva).
A questo vero e proprio arsenale giuridico va aggiunto l'utilizzo delle forze repressive in logica di "Stato di eccezione" che consiste nell'istitu­zione di carceri e regimi di detenzio­ne speciali gestiti direttamente dai carabinieri (militari), utilizzo della tortura, esecuzioni sommarie. Inol­tre va segnalato l'utilizzo dei mezzi di stampa, in particolare di quella progressista, in maniera organica ai progetti repressivi. Questi dispositivi vennero creati principalmente per contrastare la lotta armata, ma partendo da que­sta "emergenza" vennero utilizzati anche per disarticolare tutti i movi­menti di lotta radicale. Esemplare rimane il processo contro l'Autono­mia ("7 Aprile"), nel quale i leader dell'organizzazione vennero accusa­ti fantasiosamente di corresponsabi­lità nelle azioni delle Brigate Rosse, in particolare nel sequestro Moro. Attraverso queste macchinazioni in­quisitoriali era possibile azzerare in­teri movimenti. Compiuti gli arresti, l'obiettivo immediato era raggiunto, poco importava se in seguito le accu­se si dimostrassero infondate. In quel periodo si creò il fulcro della repressione politica italiana, tuttora in vigore. Per questo anche in tempi recenti l'azione repressiva tende a ri­condurre la conflittualità all'intemo dei reati associativi: sono quelli che le garantiscono la maggiore discre­zionalità e il maggiore impatto pu­nitivo.


In seguito alla sconfitta e al conse­guente "riflusso" dei movimenti cor­rispose un periodo di pacificazione in cui lo Stato, mentre lasciava marcire i reduci della precedente stagione di lotta all'interno delle sue istituzioni totali, all'esterno ritirava le unghie mostrando la sua faccia più tolleran­te e disponibile al dialogo.


Bisogna aspettare oltre dieci anni affinché la magistratura istituisca un processo per associazione sovversi­va e banda armata che riguardi fatti accaduti successivamente al periodo d lotta che si era concluso nei primi anni Ottanta.
Il 17 settembre del 1996 i PM Ion­ta e Marini spiccavano 29 ordini di cattura e notificavano 68 avvisi di indagine nei confronti di altrettanti anarchici: si tratta dell'operazione
che non aveva intenzione di rifluire all'interno del recinto democratico dichiarandosi sempre pronta ad im­padronirsi un'altra volta del cielo. Tutta una serie di azioni illegali che si potevano in qualche maniera ri­condurre agli anarchici compiute a partire dagli anni Ottanta vennero ritenute parte del medesimo progetto eversivo. Si trattava anche di azioni di gravità penale rilevante tra cui ra­pine, omicidi, sequestri di persona, possesso di armi, attentati dinami­tardi.
L'obiettivo degli inquirenti era quello di chiudere i conti aperti con compagni di lunga esperienza e nel contempo stroncare la rinata vitalità degli anarchici, arrestando quanti più individui possibile e demonizzando un'intera area. A questo scopo ven­ne utilizzato il reato associativo, alle cui potenzialità repressive abbiamo antecedentemente accennato. Ma la grottesca ipotesi di struttura eversiva elaborata dagli inquirenti romani non corrisponde affatto nè alla realtà dei fatti né ai princìpi anarchici. L'inchiesta Marini era una vera e propria montatura, nel senso che tentò di utilizzare elementi che si ri­veleranno frutto della fantasia degli inquisitori. In particolare l'esistenza di una banda, denominata O.R.A.I. (organizzazione rivoluzionaria anar­chica insurrezionalista), strutturata gerarchicamente, il cui nome non era mai apparso prima né apparirà in seguito, i cui documenti costi­tutivi verrebbero ricondotti a degli articoli scritti dall'anarchico Alfredo Bonanno, i cui organi di propaganda clandestina sarebbero stati le riviste di movimento.
L'impianto accusatorio principale del processo Marini fallì anche da un punto di vista giudiziario, nel senso che dell'associazione sovversiva ori­ginale e dei suoi progetti si persero le tracce nel corso delle udienze. Alla magistratura non riuscì la ma­novra, ma l'impatto fu forte e riuscì a limitare le possibilità di crescita del movimento in quegli anni. Inoltre durante il secondo grado di giudizio, nel porto delle nebbie della Procura romana, alcuni compagni vennero comunque condannati a pene molto pesanti e venne riconosciuto loro il reato associativo.
Si trattava di un'altra associazione rispetto a quella di partenza, che non ha mai rivendicato nessuna azione: il cosiddetto "gruppo anarchico roma­no".
In questo processo emersero i limiti che la legislazione trovava utilizzan­do vecchi schemi contro l'emergere delle nuove forme di lotta. Il proble­ma degli inquisitori era evidente. Da una parte un certo numero di azioni dirette contro le strutture del potere di cui non erano riusciti a indivi­duare i responsabili. Dall'altra un movimento che le difendeva pubbli­camente. La "banda armata" era la quadratura di questo cerchio. L'altra difficoltà era quella di pro­sciugare la "palude dell'anonimità politica" - secondo le parole invo­lontariamente suggestive del Ros - in cui avveniva buona parte di quelle azioni (soprattutto le centinaia di sabotaggi ai tralicci dell'Enel, nel periodo della lotta contro il nuclea­re), riconducendo a un'unica e ine­sistente struttura organizzativa una conflittualità diffusa.
Questo tentativo di applicare deter­minati reati associativi al di fuori dell'"emergenza" per cui erano stati creati e giustificati sarà la base per le successive operazioni repressive.


L'attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001 segnò una svolta epocale sia nelle politiche interna­zionali, sia nelle dottrine repressive interne degli Stati.
A partire da quell'evento e dall'im­pressione che suscitò sull'opinione pubblica, i pianificatori del controllo ottennero il pretesto per realizzare ulteriori, liberticidi allargamenti dei reati associativi.
La parola terrorismo nella neo-lin­gua del potere dilatò il suo significa­to fino ad incorporare qualsiasi tipo di opposizione ai dogmi ed ai pro­getti del capitalismo.
Il termine sicurezza divenne il malcelato sintomo di una nuova patolo­gia: l'ossessione securitaria.
A partire dal credito che la paura indotta concedeva loro, i padroni di questo mondo diedero corso ad una serie di guerre infinite. Allo stesso tempo, gli esecutivi politici comin­ciarono a controllare in maniera sem­pre più diretta e disinvolta la repres­sione. In Italia questo cambiamento è manifestato dall'introduzione di una nuova serie di leggi emergen­ziali. È questa logica che garantirà l'inasprimento della repressione tra­sformando il contrasto nei confronti dei movimenti di lotta nel fronte in­terno della guerra, inasprimento di cui la mattanza di Genova 2001 era stata una adeguata anticipazione.
Dalla fine degli anni Novanta molti tra i compagni possono ricordare di essere stati indagati per associazione sovversiva. Diverse e reiterate furo­no le richieste di custodia cautelare legate a quelle indagini, ma fino al Giugno 2004 rimasero solo carta nella grandissima maggioranza dei casi.
È immediatamente dopo la sentenza di Cassazione del processo Mari­ni che parte un'ondata di arresti a danno di varie realtà del movimento anarchico.
Dalla grande inchiesta a carattere na­zionale si passa all'attacco a gruppi locali o legati da progetti comuni. Operazioni più circoscritte, quindi, ma coordinate da un'unica regia. La matrice comune è testimoniata dall'incalzante susseguirsi di arresti in un periodo limitato di tempo, dal fatto che le ordinanze sono una la fo­tocopia dell'altra e persino da un ar­ticolo de "La Repubblica" che inqua­dra gli arresti di Lecce e Cagliari in un-operazione coordinata in quattro mosse", preannunciando i successivi arresti di Roma e Bologna.


L'impianto accusatorio di tutte le nuove inchieste ricalca il teorema del processo Marini, fondato sulla tesi di un doppio livello: "uno pale­se e apparentemente legale, l'altro occulto e praticamente illegale". Il livello palese sarebbe rappresentato dalle attività svolte pubblicamente e quello occulto dai gruppi di affinità. La proposta dell'organizzazione in­formale viene mistificata, i gruppi di affinità fondati su una conoscenza reciproca profonda e intima e sulla progettualità comune diventano or­ganizzazioni gerarchiche e strutture indipendenti dai singoli componenti. Non solo viene trasfigurata una teo­ria anarchica per inquadrare i com­pagni e le compagne nei reati di tipo associativo, ma si opera anche una forzatura nel quadro accusatorio: i reati specifici contestati sono ben diversi da quelli usati per formulare un'accusa di associazione sovversi­va negli anni delle leggi emergenzia­li volte a stroncare i gruppi di lotta armata.
Dietro queste operazioni c'è eviden­temente la volontà politica di rego­lare i conti con gli anarchici anche nel tentativo di rilanciare l'immagi­ne degli apparati di sicurezza in un periodo in cui si susseguono diversi attacchi spesso rivolti alle strutture repressive. Creare lo spettro della minaccia del terrorismo interno, così come era avvenuto per quello internazionale, prepara il terreno per un aumento di controllo e della repressione.
Negli anni a seguire i tentativi di utilizzare l'associazione sovversiva non sono finiti, come dimostrano diversi procedimenti tuttora aperti, alcuni dei quali accompagnati da ar­resti.


Nel febbraio 2010, su ordine della procura di Torino, cinque compagni vengono arrestati e vari altri inda­gati per un'"associazione a delin­quere" la cui finalità sarebbe quella di "impedire le regolari funzionalità dei CIE, degli enti e delle strutture pubbliche e private operanti a vario titolo nel medesimo ambito nonché quella di impedire ed ostacolare l'at­tività di formazioni politiche come la Lega Nord, La Destra ed alcune sigle sindacali". I fatti contestati si riferiscono per lo più a pratiche di piazza. Questa operazione è il pre­ludio di una più ampia e pianificata, che vede il suo sviluppo negli arresti di Bologna.


Anche in questo caso le accuse che permettono la carcerazione preven­tiva sono quelle relative all'appar­tenenza ad una associazione a delin­quere.
I reati specifici contestati non sono, nella maggioranza dei casi, suffi­cienti per giustificare un arresto. È l'impiego strumentale del reato as­sociativo che garantisce almeno uno degli effetti che chi lo usa si ripro­pone: eliminare per un po' di tempo dalla circolazione qualche soggetto fastidioso e tentare di ridurre all"`e­saurimento" la realtà di lotta che si va a colpire.
Le "azioni delittuose" cui si fa rife­rimento nelle ordinanze di custodia cautelare sono costituite da: mani­festazioni non preavvisate; danneg­giamenti aggravati di edifici di par­ticolare rilevanza storica (i muri del centro città) e di sistemi informatici/ telematici; interruzioni di pubbliche conferenze e di manifestazioni elet­torali; blocchi stradali; occupazioni. Un capitolo a parte è dedicato alla "Campagna contro i C.I.E.".
Il "Fuoriluogo", uno spazio dove si svolgono da anni assemblee e inizia­tive, viene identificato come "base logistica" dell'"associazione" e po­sto sotto sequestro.


Nella settimana precedente gli arre­sti di Bologna si verificano in città degli attacchi con esplosivo e ben­zina rispettivamente ad una sede di IBM e ad una dell'ENI; una vetra­ta della Lega Nord va in frantumi. Successivamente a questi episodi un quotidiano locale dà notizia di una riunione in Procura tra gli alti espo­nenti delle varie forze di polizia e la magistratura. L'incontro verteva "su quanto era stato fatto, su quello che poteva essere fatto e su quello che si potrà fare, formulando un'ipotesi di reato che andasse oltre il sem­plice danneggiamento seguito da incendio". Gli inquirenti continua­vano dissertando sull'inadeguatezza dell'utilizzo dell'articolo 270 bis (associazione con finalità di terrori­smo) inflitto agli anarchici, "perché infelice sia dal punto di vista giuridi­co che sostanziale".
Se dal punto di vista giuridico in realtà la questione è ancora aperta, dal punto di vista sostanziale queste affermazioni ci spingono ad una ri­flessione.
La breve storia che abbiamo raccon­tato fin qui fa emergere alcuni dati di fatto.
Nel corso degli anni, le accuse asso­ciative si sono sempre più sganciate dalla contestazione (più o meno fan­tasiosa) di azioni armate, esplosive o incendiarie, per arrivare a fare a meno persino di reati di violenza. Perché scattino accuse associative basta l'intenzione di voler trasforma­re radicalmente la società. Per essere accusati di far parte di un'associa­zione a delinquere, ormai, bastano blocchi stradali, scritte sui muri, imbrattamenti di banche. tutti reati che da soli non giustificherebbero gli arresti.
Chi pensa che questa storia catti­va riguardi solo gli anarchici o altri gruppi rivoluzionari più o meno cir­coscritti, farebbe bene a ricredersi. Come dimostrano i recenti arresti di Firenze (cinque compagni agli arresti domiciliari e 78 indagati per associazione a delinquere), un simile dispositivo giudiziario può abbat­tersi anche contro la componente radicale del movimento studentesco. Lo spazio "400 colpi" all'interno dell'Università non era riconducibile ad un-area" precisa. I reati usati a sostegno della tesi associativa sono per lo più relativi a cortei o altre si­tuazioni di piazza. Sotto la spada di Damocle dei reati associativi si trovano potenzialmen­te oramai anche gruppi e movimenti che pensavano di essere al riparo. La ragione non è misteriosa. In assenza di un movimento socia­le che la contrasti, la repressione si allarga sempre di più. La desistenza, gli accordi con le istituzioni, la ri­nuncia al conflitto si traducono in un aumento complessivo della repres­sione. Ora si finisce in carcere per reati per cui un tempo era difficile perfino finire sotto processo. Evidentemente, lo Stato teme la na­tura potenziale e allusiva di certe pratiche in un'epoca in cui il conflit­to sociale torna ad affiorare. Eviden­temente, senza un allargamento e un innalzamento qualitativo di questo conflitto sociale, i compagni conti­nuano a far luce.
La repressione non è separabile dal fatto che siamo in guerra. E non col­pisce solo rivoluzionari o dissidenti. Le carceri sono sempre più affollate di stranieri, poveri o gente che tira a campare.
Mentre un sovversivo rischia di fi­nire in galera per un imbrattamento, altri ci finiscono per il furto di due birre al supermercato. I due aspetti procedono di pari passo. Se la solidarietà attiva nei confronti dei compagni colpiti dalla repres­sione è giusta e necessaria, l'allen­tamento della morsa repressiva non è separabile dall'allentamento della forza di gravità sociale...
Soffiare sul fuoco della rivolta ci sembra il più ragionevole dei consigli.

martedì 5 luglio 2011

Test per riconoscere un 'BlecBloc'.


di Alessandra Daniele
Come tutti sanno, noi esseri umani siamo biologicamente incapaci di incazzarci. Perciò, quando un gruppo di bipedi manifesta sintomi di incazzatura contro qualcosa che considera uno scempio, un'ingiustizia che si rifiuta di subire (come sta accadendo in Val Di Susa) è ovvio che non si tratti di esseri umani, bensì dei pericolosi mutanti geneticamente incazzati detti ''Blecbloc''. Costoro si annidano perlopiù ai margini della nostra civiltà, fingendosi della nostra specie, in attesa dell'occasione propizia per manifestare la loro vera natura incazzandosi. Alcuni di loro, infiltrati negli strati più interni della società, si sono mimetizzati talmente bene da aver dimenticato la loro vera identità. Quindi, per quanto sia terrificante pensarlo, ognuno di noi potrebbe inconsapevolmente essere un Blecbloc.
Carmilla è entrata in possesso di un test elaborato dal Pentagono, in collaborazione con Chi, per scoprire questi dormienti: si tratta di una serie di domande che pubblichiamo in esclusiva.
1 - Svegliati all'alba dal fetore asfissiante, vi accorgete che il vostro quartiere è stato trasformato nottetempo in una discarica, e che tutte le finestre del vostro appartamento sono state bloccate da una muraglia di rifiuti solidi, mollicci, e terra di risulta da scavo, seppellendovi vivi come gli schiavi di un faraone defunto. Come reagite?
a - Vi incazzate
b - Tornate a letto a dormire
c - Cercate tra i rifiuti qualcosa di valore
2 - Semi soffocati dai miasmi tossici, decidete di inumidire un asciugamano attraverso il quale tentare di respirare. Aprendo il rubinetto di casa vostra però, notate che da esso sgorga una sostanza in tutto simile alla diarrea. Come reagite?
a - Vi incazzate
b - La bevete
c - La imbottigliate per rivenderla come fango snellente
3 - Nella speranza di raggiungere il tetto, vi precipitate fuori dal vostro appartamento, e sul pianerottolo inciampate nei cadaveri dei vostri vicini, scoprendo dalle loro ferite, e dal cartello che portano al collo, che sono stati giustiziati dalle forze dell'ordine perché si opponevano alla discarica e/o allo scavo. Come reagite?
a - Vi incazzate
b - Vi compiacete per l'efficienza delle forze dell'ordine
c - Gli frugate nelle tasche, per sottrargli soldi e cellulare
4 - Dal televisore rimasto acceso nell'appartamento dei vostri vicini proviene l'audio del Tg1. Ascoltandolo, apprendete che la NATO ha appena concluso un affare molto vantaggioso, vendendo il pianeta terra a una razza aliena che lo distruggerà completamente per far posto a un'importante autostrada intergalattica. Come reagite?
a - Vi incazzate
b - Vi compiacete per il progresso della viabilità intergalattica
c - Entrate nell'appartamento, e lo saccheggiate.
Risultati
- Prevalenza di C
Complimenti, siete la parte migliore del paese. Quella che ci guiderà fuori dalla crisi economica a bordo di un treno superveloce e semivuoto, attraverso una nuvola d'amianto, e contro una parete di cemento.
- Prevalenza di B
Complimenti, siete l'opposizione ideale che governo e padronato sognano. Ragionevole, riformista, senza preconcetti ideologici, e con una comoda ramazza nel culo per spazzare i pavimenti dell'ambiente imprenditoriale.
- Prevalenza di A
Complimenti. Siete in arresto.

Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

A caccia di cibo

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L'uomo moderno come si procura il cibo?

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