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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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venerdì 17 giugno 2011

Politica religiosa e politica laica


"Anche la politica, come la religione - scrive Stirner - ha voluto 'educare' l'uomo, portarlo a realizzare la sua 'essenza', la sua vocazione, fare qualcosa di lui, farne cioè un 'vero uomo', la religione nella forma di 'vero credente', la politica in quella di 'vero cittadino o suddito'. Di fatto non è molto diverso chiamare 'divina' o 'umana' la vocazione dell'uomo".
Marx risponde direttamente a Stirner anche a proposito della 'vocazione', ma è opportuno ricordare che, nell'atmosfera culturale luterana della Prussia il termine vocazione (Beruf) ha un significato preciso. Da Lutero in poi esso indica una "chiamata" divina rivolta al singolo che si esprime, però, non solo nella dimensione strettamente religiosa ma anche nella dimensione "terrena", sociale, politica, economica. Marx obbietta a Stirner che per gli individui - e ancora più per le classi - la vocazione è solo la rappresentazione nella coscienza, nel pensiero, deibisogni, degli interessi: essa è dunque solo "l'espressione ideale delle loro condizioni di vita reali". In questo senso dà anche la coscienza della soggettività di classe e, dunque, fornisce un'efficace indicazione all'azione.
E' difficile, certo, contestare la legittimità di tali obiezioni: effettivamente Stirner dimentica di considerare la "vocazione" all'interno delle reali condizioni storico-sociali. Tuttavia, ancora una volta, dopo e oltre Marx Stirner indica qualche cosa di tanto sottile quanto, soprattutto oggi, importante.  Questo "qualche cosa" rimane, comprensibilmente e giustamente, nascosto fino a che il movimento proletario e socialista deve dare la "scalata al cielo", cioè fino a quando il suo compito è quello di abbattere le barriere che lo separano dalla partecipazione alla distribuzione della ricchezza, al potere economico. E', questa, l'epoca mitica della cultura socialista: i miti, appunto, servono per la riconoscibilità, per la coscienza di classe. E servono, anche, per dare ai lavoratori la "sicurezza" che la loro lotta avrà il sopravvento. La prima, la seconda e la terza Internazionale hanno avuto bisogno di miti quasi religiosi. Nei paesi occidentali industrializzati, tutavia, il movimento socialista è ormai giunto dalla "pianura" priva di potere fin sull'"altipiano", dove finalmente può negoziare con efficacia (**mia nota: con quale efficacia per i bisogni reali dei lavoratori è sotto gli occhi di tutti!). La necessità del mito, dunque, viene meno con l'aumentare delle ricchezze distribuibili e, soprattutto, con l'aumentare della partecipazione al potere delle classi lavoratrici, mettendo in evidenza, invece, il significato "religioso" cui il povero Stirner - caduto nelle mani di quel grandissimo polemista che fu Marx - cerca di alludere (**mia nota: Stirner non era intellettualmente ne' 'povero' ne è mai "caduto" nella polemica irridente e faziosa di Marx, che avrebbe fatto bene invece a dirigere altrove, più proficuamente, le proprie fatiche iconoclaste).
La rivoluzione - sostiene Stirner nella sua "Storia della reazione" - è religiosamente rivolta al futuro; la reazione è altrettanto religiosamente rivolta al passato. La storia è così il palcoscenico della lotta tra profezia - la promessa di futuro della rivoluzione - e mito - il fissarsi delle verità nel passato, cui vuole tornare la reazione. La vocazione, sia essa "rivoluzionaria" o reazionaria, è dipendente da questa impostazione religiosa: per essa il valore del singolo non è mai nel presente, cioè non è mai in lui, ma fuori di lui, nel passato o nel futuro.
Proprio per questi motivi la rivoluzione sfocia sempre in una reazione, diventa essa stessa reazione. Poichè in essa protagonista è una prospettiva religiosa, assoluta, "alienante" (un'idea fissa). In essa c'é in germe la costituzione o la ri-costituzione di una ulteriore oppressione del singolo, di ulteriori "fantasmi" di un'ulteriore "gerarchia" o dipendenza morale e politica degli uomini. Alla "rivoluzione" Stirner contrappone la ribellione, che vede come protagonisti direttamente gli uomini e i loro interessi, e il cui tempo è esclusivamente il presente.
Come per la concezione religiosa che combatte anche per Stirner il tempo (nel suo caso, il presente) è solo una metafora per un'intuizione più profonda e originaria. Che l'uomo sia uomo già nel presente significa il rifiuto di qualsiasi sua "alienazione", di qualsiasi prospettiva che ne faccia l'oggetto di un programma a lui imposto, sovrapposto. La scelta del presente equivale, in Stirner, alla scelta di una politica laica (**mia nota: io la vedo come politica atea, laica non mi basta più), contrapposta alla politica religiosa. Per quest'ultima ogni scelta politica, ogni mutamento sono giustificati solo se sono inseriti all'interno di una visione del mondo, di un "sistema di verità", teista o ateo che sia. Per la politica laica - e per Stirner - la scelta politica e il mutamento non hanno neppure bisogno di essere fondati. Ciò che muove gli uomini sono piuttosto gli interessi concreti, indipendenti dalla loro trasformazione in idee fisse, in miti, in ideologie.
La ribellione dunque, ben lontana dall'essere - come invece Marx rimprovera a Stirner - il vuoto vaneggiamento velleitario di un piccolo borghese impotente, è il nome dato da Stirner all'atteggiamento politico laico, guidato solo dall'interesse, dal bisogno. Che poi questo nome sia, a sua volta, fuorviante, impreciso, persino mitico non deve impedirci di apprezzarne l'intuizione di fondo.
Ancora oggi vale la convinzione che l'agire politico volto al progresso e al socialismo non possa essere disgiunto da una prospettiva che Stirner definirebbe religiosa. Ancora oggi - nonostante la crisi delle "fedi" e delle ideologie - si cercano punti di riferimento fissi, "profeti", "vocazioni". In alternativa a questa "politica religiosa" conviene opporre una politica laica. Il suo slogan - per quanto possa avere significato uno slogan per i laici - potrebbe essere: progettare il presente. Forse è proprio la politica laica che può riscoprire il significato migliore del termine utopia, liberandolo dal suo originario significato religioso. Solo la politica laica, infatti, può progettare, scegliere, costruire: la politica religiosa è invece inchiodata dalla sua "fede" e dalle sue "verità" a modelli assoluti, fissi, dati una volta per sempre.
In definitiva: la politica religiosa attende il futuro, che la "profezia" assicura necessario; la politica laica, più pessimista, si muove, agisce per progettare il presente. Per questo può essere utopica.

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Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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