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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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domenica 19 giugno 2011

Azione, Io e Logos

Scritto di: Danilo Marotta
pubblicato su Atheia / fonte: jadawin.info/stirner.htm

Un problema fondamentale: coniugare egoismo stirneriano e razionalità.
Il nostro obiettivo è dimostrare che l’individualismo di Max Stirner, opportunamente modificato, può accordarsi con il pensiero razionale senza sfociare nell’irrazionalismo.
Partiamo dall’esame di una tematica apparentemente lontana dall’argomento di cui vogliamo discutere: l’incoerenza è un valore? Se la volessimo considerare un valore, in un ambito razionale, dovrebbe trattarsi di un’incoerenza determinata da un certo atteggiamento della nostra volontà. Essa dovrebbe quindi essere sensata, motivata.
Ecco dunque che l’incoerenza si coniuga perfettamente con il “giustificazionismo speculativo”, che presuppone l’uso della ragione per giustificare il cambio di idee, in merito ad una presa di posizione contraria, addirittura antitetica, ad un atteggiamento assunto in precedenza. Ma in questo modo la wheltashauung egoistica si coniuga con la razionalità solo svilendola, riducendola a mezzo per assecondare e dare un senso ai procedimenti della propria volontà. Ma in base a cosa agisce questa volontà ? Stirner non lo spiega, e questo è il suo limite. La volontà dell’unico diventa wille schopenaueriana, cieca ed indomabile. Come domarla ? Come razionalizzare la wille? Lo si potrebbe fare stabilendo, con un atto della volontà stessa, un obiettivo verso cui tendere, e poi agire razionalmente sulla base di quell’obiettivo. Ma l’atto stesso di orientare la nostra volontà verso un unico fine prestabilito implicherebbe una de-terminazione, una de-limitazione della volontà stessa, con conseguente perdita dell’ottica egocentrica. Le stesse conclusioni varrebbero nel caso in cui, invece di tendere verso un unico fine, si lasciasse perdere completamente la razionalità per abbandonare totalmente il nostro agire agli istinti. Ma è proprio vero che una de-limitazione della volontà limiterebbe catastroficamente anche il nostro egocentrismo? Forse no.
Definiamo intanto la volontà. Chiamiamo volontà la forza di comportarsi in un certo modo sulla base dell’analisi degli stimoli che ci colpiscono dal mondo esterno. Ecco quindi chiarito il rapporto che lega me stesso agli altri. Se, ad esempio, io potessi violare in un modo o nell’altro il II principio della Termodinamica, potrei tranquillamente fare a meno della realtà esterna. Ma dal momento che per vivere (N.B - vivere è si un fine, ma è il fine del nostro corpo) non posso non relazionarmi con la realtà esterna (mangiando, dormendo, bevendo, respirando, parlando, facendo l’amore etc.), ecco dunque che la realtà esterna MI SERVE. Aponìa e Atarassìa sono escluse in questo universo, sono condizioni al momento irrealizzabili. Io mi servo della realtà che mi circonda: essa non è ne sopra ne sotto di me, ma intorno a me. Una contrapposizione con la realtà è inutile, perché NON MI CONVIENE (vedi oltre) Dal momento che per vivere devo analizzare gli stimoli esterni, ecco che mi si presentano molteplici possibilità di analisi ed interpretazione degli stessi. Chiamo RAZIONALITA’ il modo migliore in cui analizzare questi stimoli. Ma cosa significa “migliore” ? In pratica abbiamo spostato il problema. Naturalmente per “migliore” intendo “migliore per me”, ma (di nuovo) questo cosa significa? Se vivere è il fine del mio corpo, il fine della mia mente sarà di vivere bene, cioè di ricevere gratificazione. [A questo proposito è importante non confondere il concetto di gratificazione con la concezione comune esistente del piacere. Anche il dolore può essere gratificante] .
Tuttavia ancora una volta il problema è spostato, poiché esistono innumerevoli forme di gratificazione: crapula, digiuno, ascesi mistica, potere politico, ricchezza materiale, ricerca della spiritualità etc.  Queste forme di gratificazione variano da soggetto a soggetto, ma in base a cosa? I satanisti parlano di una natura che è propria di ognuno di noi, e che non dobbiamo far altro che assecondare. Ma tale natura non deriva per nulla dalla nostra volontà! Volendo essere stringati, la “natura” di ogni uomo gli deriva per una certa percentuale (stabiliamo empiricamente un buon 50%) dalle informazioni contenute nel suo DNA, e per la restante percentuale dall’ambiente in cui vive ed è cresciuto.
Ciò significa che un individuo A,nato e cresciuto in un ambiente X, non potrà mai (o potrà molto difficilmente) porsi nei confronti del mondo, e quindi esercitare la propria volontà, allo stesso modo di un qualsiasi altro individuo B, nato e cresciuto nell’ambiente Y. Del resto ognuno di noi occupa una precisa posizione fisica nella realtà (al di là della posizione centrale che ogni individuo occupa, metaforicamente, nell’universo!) e come potremmo non essere diversi l’uno dall’altro? L’invito alla tolleranza determinato da una tale visione della realtà mi pare quasi ovvio.
E chiaro quindi che la mia volontà è si illimitata, ma all’interno di un certo ambito, come se io potessi posizionare liberamente un punto all’interno di un segmento. Facciamo tutto ciò che vogliamo, certo, ma dal momento che la nostra volontà è condizionata (e perciò limitata contro il nostro stesso volere, è questo che non ci permette di essere onnipotenti!) da un certo ambito, facciamo tutto ciò che ci è possibile fare all’interno di quell’ambito.
Questo segmento (sia per ampiezza che per qualità) è determinato per buona parte da chi ci ha preceduto: abbiamo detto che l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo conta per il 50%, perciò anche noi possiamo cercare di modificare le caratteristiche del segmento per chi ci succederà. Ma dal momento che tutti coloro che ci hanno preceduto hanno cercato in vari modi e con diverse giustificazioni di ottenere la gratificazione, ecco che all’interno del segmento tutti i luoghi in cui il punto può posizionarsi sono potenzialmente gratificanti in base ad una certa ottica. 
E’ ovvio che la nostra razionalità consiste nello scegliere quello che mi gratifica di più.
Naturalmente agirò secondo una specie di morale utilitaristica, per cui se ad esempio assumo sostanze allucinogene dovrò anche tener conto delle conseguenze, e magari tenendone conto e valutando i pro e i contro deciderò di non assumere allucinogeni, o al contrario ne assumerò ritenendo che il gioco vale la candela. In ogni caso la nostra azione dovrebbe tendere al posizionamento del punto in tutti gli (infiniti) spazi che compongono il segmento, dal momento che ogni posizionamento ha una sua logica, ogni posizionamento potrebbe garantirci un livello di gratificazione superiore al massimo livello raggiunto in precedenza. E’ l’ “ideale” della conoscenza. Metto “ideale” tra virgolette perché qualsiasi persona potrebbe contestarmi questa affermazione, dal momento che si potrebbe decidere di agire in maniera diversa, non sperimentando le molteplici posizioni ma soffermandosi su una certa posizione e basando la propria vita su di essa. Certo, io non ho prove per dimostrare la mia tesi, ma chi agisce in quest’altro modo non è semplicemente uno schiavo dell’idea che ha scelto di utilizzare come base della propria esistenza ? Dogmatismo, estremismo, rusticità (per usare un termine tecnico che riprendo dalla wheltashauung di E. Della Monica) non sono forse figli di questo atteggiamento? Al lettore il giudizio.
Ritornando all’ “ideale” della conoscenza, in quel caso non potremmo far altro che considerare tutte le cose giustificabili e tutte dello stesso livello qualitativo (le distingueremmo magari in base al livello di gratificazione offerto, ma tale distinzione sarebbe sempre puramente soggettiva). Crederemmo in tutto e non crederemmo ciecamente a nulla. Valuteremmo sempre la possibilità di reiterare un certo atteggiamento o di compiere scelte innovative.
Potremmo agire in due maniere contrapposte, antitetiche tra loro, perché alla base di ciascuna di esse vi è una certa giustificazione che garantisce la nostra gratificazione.
Resta da dimostrare che posizionando il punto nel maggior numero di spazi all’interno del segmento, aumenti non solo la possibilità di trovare elementi sempre più gratificanti per il nostro Io ma anche, proporzionalmente, la possibilità da parte del singolo di modificare positivamente le caratteristiche dei segmenti delle generazioni future. Se così fosse, come personalmente credo, esperienza e conoscenza potrebbero considerarsi valori oggettivi (e perciò senza virgolette). Essi infatti ci permetterebbero di scardinare il sistema: ritornando alla metafora, ci permetterebbero di trasformare, a lungo andare, il segmento in una retta. A quel punto la nostra volontà non avrebbe limiti, e da “dei bardotti” diventeremmo perfetti.
Il Sultano e il borgomastro
Prima abbiamo parlato della necessità di confronto con la realtà che ci circonda. L’ubermensch non guarda dall’alto della torre d’avorio la gente “inferiore” che si affanna a vivere con i suoi problemi “troppo umani”. L’oltreuomo è cosciente della propria grandezza, della propria importanza, del proprio potere di disporre a suo piacere di ciò che lo circonda, della sua possibilità di “posizionare il punto nel maggior numero possibile di spazi”. Per attualizzare queste potenzialità, CONVIENE essere in sintonia, non in contrapposizione con l’ambiente che ci circonda. Sintonia non è accondiscendenza, è empatia: è capire PERCHE’ l’altro si comporta in un certo modo piuttosto che in un altro, è una forma di conoscenza anch’essa. L’esperienza conoscitiva riesce meglio in un clima in cui la contrapposizione è esclusa. Il sultano, sovrano assoluto dei suoi sudditi, vive nell’indifferenza delle loro vite, ma non può uscire dal suo lussuosissimo palazzo, poiché troverebbe solo miseria e correrebbe il rischio di attentati. Il borgomastro comanda il villaggio, conoscendo tutti i suoi abitanti nel dettaglio. Tutti gli vogliono bene perché egli cerca di far andare avanti nel migliore dei modi la comunità. Il mio non è ovviamente un invito a darsi alla politica o a svolgere vita comunitaria, ma a non isolarsi rispetto a scelte diverse dalle proprie, nè a confondere la tolleranza con il menefreghismo.
Altra considerazione: l’individualismo inteso come contrapposizione al mondo intero è sterile, oltre ad essere non proposizione, ma semplice reazione: nel profondo del loro animo, le formiche sono le più individualiste.

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Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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