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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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mercoledì 16 marzo 2011

La ragione collettiva tradizionale è una finzione

Capitolo II de "L'anarchie"
Scritto da Anselme Bellegarrigue

Posta in questi termini, la questione si trova ad avere, al di là del socialismo e del caos inestricabile causatogli dai tanti capiscuola, il merito della chiarezza e della precisione. Io sono anarchico, vale a dire uomo del libero esame, ugonotto politico e sociale, io nego tutto, non affermo che me; perché la sola verità che mi sia dimostrata materialmente e moralmente, con prove sensibili, apprensibili ed intelligibili, l’unica verità vera, sorprendente, non arbitraria e non soggetta ad interpretazione, sono io. Io sono, ecco un fatto positivo; tutto il resto è astratto e cade nel regno dell’X matematico, nell’ignoto: non ho da occuparmene.
La società ha tutta la sua ragione d’essere in una vasta combinazione di interessi materiali e privati; l’interesse collettivo o di Stato, in considerazione del quale il dogma, la filosofia e la politica riuniti hanno fino ad oggi reclamato l’abnegazione integrale o parziale degli individui e del loro avere, è una finzione pura, la cui invenzione teocratica ha servito da base alla fortuna di tutti i cleri, da Aronne a Bonaparte. Questo interesse non esiste in quanto legislativamente apprendibile.
Non è mai stato vero, non sarà mai vero, non può esser vero che ci sia in terra un interesse superiore al mio, un interesse cui debba il sacrificio, anche parziale, del mio interesse, sulla terra non ci sono che uomini, io sono un uomo, il mio interesse è uguale a quello di chiunque; posso dovere solo ciò che mi è dovuto; non mi si può rendere che in proporzione a quanto io do, ma non devo niente a chi non mi dà niente; dunque, non devo niente alla ragione collettiva, ossia al governo, perché il governo non mi dà niente, e tanto meno può darmi avendo solo quel che mi prende. In ogni caso, il miglior giudice che conosca sull’opportunità dei passi che devo fare e sulla probabilità del loro successo, sono io; non ho, a tal riguardo, nessun consiglio né lezione né, soprattutto, ordine da prendere da nessuno.
Questo ragionamento è non soltanto diritto ma anche dovere d’ognuno d’applicarlo o sostenerlo. Ecco il fondamento vero, intuitivo, incontestabile ed indistruttibile del solo interesse umano di cui occorra tener conto: dell’interesse privato, della prerogativa individuale.
Voglio con questo negare assolutamente l’interesse collettivo ? No di certo. Solo che, non piacendomi parlare invano, non ne parlo. Dopo aver posto le basi dell’interesse privato, agisco verso l’interesse collettivo come devo agire di fronte alla società una volta introdottovi l’individuo. La società è la conseguenza inevitabile e forzata dell’aggregazione di individui; l’interesse collettivo è, allo stesso titolo, una deduzione provvidenziale e fatale dell’aggregazione di interessi privati. L’interesse collettivo può essere completo solo fintanto che l’interesse privato rimane intero poiché, come si intende per interesse collettivo l’interesse di tutti, basta che, nella società, l’interesse di un solo individuo sia leso perché immediatamente l’interesse collettivo non sia più l’interesse di tutti ed abbia, per conseguenza, smesso d’esistere.
E’ così vero che l’interesse collettivo è una deduzione naturale dell’interesse privato nell’ordine fatale delle cose, che la comunità mi prenderà il campo per tracciarvi una strada o mi chiederà la conservazione del bosco per migliorare l’aria solo dandomi un indennizzo. Qui è il mio interesse a governare, è il diritto individuale a pesare sul diritto collettivo; ho lo stesso interesse della comunità ad avere una strada e a respirare l’aria sana, tuttavia abbatterei gli alberi e mi terrei il campo se la comunità non mi indennizzasse, ma poiché è suo interesse indennizzarmi, il mio è di cedere. Così è l’interesse collettivo che risulta dalla natura delle cose.
Ve n’è un altro accidentale ed anormale: la guerra, che sfugge alla legge, fa la legge a modo suo; non dobbiamo occuparcene più di quello permanente. Ma quando chiamate interesse collettivo ciò in virtù del quale mi chiudete la fabbrica, mi proibite l’esercizio di un’industria, mi confiscate un giornale o un libro, violate la mia libertà, mi proibite di essere avvocato o medico grazie ai miei studi privati e alla clientela, m’intimate l’ordine di non vendere questo, di non comprare quello; quando infine chiamate interesse collettivo ciò che invocate per impedirmi di guadagnarmi la vita alla luce del sole, nella maniera che preferisco e sotto gli occhi di tutti, io dichiaro di non comprendervi o, meglio, di comprendervi anche troppo.
Per salvaguardare l’interesse collettivo, si condanna un uomo che ha guarito un suo simile illegalmente – è male far del bene illegalmente-; col pretesto che non ne ha i gradi, si impedisce ad un uomo di difendere la causa di un cittadino (sovrano) che in lui ha riposto fiducia; si arresta uno scrittore; si rovina uno stampatore; si incarcera un ambulante; si traduce in corte d’assise un uomo che ha lanciato un grido o si è pigliato una scuffia. Che ne ricavo da tutte queste disavventure ? Che ne guadagnate voi ? Corro dai Pirenei alla Mancia e dall’Oceano alle Alpi, e chiedo ad ognuno dei trentasei milioni di Francesi quale profitto abbiano tratto da tante stupide crudeltà esercitate in loro nome su sventurati le cui famiglie gemono, i cui creditori s’inquietano, i cui affari rovinano e che si suicideranno forse per disperazione o diverranno criminali rabbiosi una volta sfuggiti ai rigori che gli si fa subire. E, a questa domanda, nessuno sa ciò che ho voluto dire, ognuno declina la propria responsabilità per quanto avviene; l’infelicità delle vittime non ha fruttato nulla a nessuno: lacrime sono state versate, interessi sono stati lesi in pura perdita. Eh, questa selvaggia mostruosità voi la chiamate interesse collettivo! Affermo, per parte mia, che se questo interesse collettivo non fosse un vergognoso errore, lo chiamerei il più vile dei furti.
Ma lasciamo perdere questa furiosa e sanguinosa finzione e diciamo che, poiché il solo modo di curare l’interesse collettivo consiste nel salvaguardare gli interessi privati, resta dimostrato e ampiamente provato che la cosa più importante, in materia sociale ed economica, è di liberare, innanzitutto, l’interesse privato. Dunque ho ragione di dire che la sola verità sociale è la verità naturale, è l’individuo, sono io.

L'Anarchia è Ordine

Capitolo I de "L'anarchie"
Scritto da Anselme Bellegarrigue

Se mi preoccupassi del senso comunemente attribuito a certi termini, dal momento che un errore volgare ha fatto di anarchia il sinonimo di guerra civile, avrei orrore del titolo posto in testa a questa pubblicazione, poiché ho orrore della guerra civile.
Mi onoro e mi lusingo ad un tempo di non aver mai fatto parte di un gruppo di cospiratori né di un battaglione rivoluzionario; me ne onoro e me ne vanto, perché questo mi serve per stabilire, da una parte, di essere stato abbastanza onesto da non ingannare il popolo e, dall’altra, di essere stato abbastanza abile da non farmi ingannare dagli ambiziosi. Ho visto passare, non dirò senza emozione, ma perlomeno con grande calma, i fanatici e i ciarlatani, provando pietà per gli uni e disprezzando sovranamente gli altri. E quando, avendo educato il mio entusiasmo a ridestarsi solo nella stringente circospezione di un sillogismo, ho voluto, dopo lotte sanguinose, far la somma del benessere apportatomi da ogni cadavere, ho trovato zero come totale; ora, zero è niente.
Ho orrore del niente; perciò mi fa orrore la guerra civile.
Se ho scritto ANARCHIA sul frontespizio non è, conseguentemente, per lasciare alla parola il significato che le hanno dato, molto a torto, come spiegherò tra poco, le sette governative, ma per restituirle, al contrario, il diritto etimologico concessole dalle democrazie.
L’anarchia è il nulla dei governi. I governi, di cui siamo i pupilli, non hanno naturalmente trovato niente di meglio da fare che crescerci nel timore ed orrore riguardo al principio della loro distruzione. Ma poiché, a sua volta, il governo è il nulla degli individui o del popolo, è ragionevole che il popolo, reso accorto riguardo alle verità essenziali, riporti sul suo proprio niente tutto l’orrore dapprima avvertito per il nulla dei suoi istitutori.
L’anarchia è una vecchia parola, ma questa parola per noi esprime un’idea moderna, o meglio un interesse moderno, perché l’idea è figlia dell’interesse. La storia ha definito anarchico lo stato di un popolo in seno a cui si trovavano diversi governi in competizione, ma una cosa è lo stato di un popolo che, volendo essere governato, manca di governo proprio perché ne ha troppo, e altra cosa lo stato di un popolo che, volendo governarsi da sé, manca di governo proprio perché non ne vuole più. L’anarchia antica è stata effettivamente la guerra civile e questo non perché esprimesse l’assenza, ma piuttosto la pluralità dei governi, la competizione, la lotta delle razze governative.
La nozione moderna della verità sociale assoluta o della democrazia pura ha innescato tutta una serie di conoscenze o d’interessi che rovesciano alla radice i termini dell’equazione tradizionale. Così l’anarchia, che dal punto di vista relativo o monarchico significa guerra civile, non è altro, per la tesi assoluta o democratica, che l’espressione vera dell’ordine sociale.
Infatti:
Chi dice anarchia, dice negazione del governo;
Chi dice negazione del governo, dice affermazione del popolo;
Chi dice affermazione del popolo, dice libertà individuale;
Chi dice libertà individuale, dice sovranità di ciascuno;
Chi dice sovranità di ciascuno, dice eguaglianza;
Chi dice eguaglianza, dice solidarietà o fraternità;
Chi dice fraternità, dice ordine sociale;
Dunque chi dice anarchia, dice ordine sociale.
Al contrario:
Chi dice governo, dice negazione del popolo:
Chi dice negazione del popolo, dice affermazione dell’autorità politica;
Chi dice affermazione dell’autorità politica, dice dipendenza individuale;
Chi dice dipendenza individuale, dice supremazia di casta;
Chi dice supremazia di casta, dice disuguaglianza;
Chi dice disuguaglianza, dice antagonismo;
Chi dice antagonismo, dice guerra civile;
Dunque chi dice governo, dice guerra civile.
Non so se quanto ho appena detto sia nuovo o eccentrico, oppure spaventoso. Non lo so e nemmeno mi preoccupo di saperlo.
Ciò che so è che posso mettere liberamente in gioco i miei argomenti contro tutta la prosa del governativismo bianco e rosso passato, presente e futuro. La verità è che, su questo terreno, quello cioè di un uomo libero, estraneo all’ambizione, accanito nel suo lavoro, sdegnoso di comandare, ribelle alla sottomissione, sfido tutti gli argomenti del funzionalismo, tutti i logici dello stipendio e tutti i gazzettieri dell’imposta monarchica o repubblicana, che si chiami progressiva, proporzionale, fondiaria, capitalista, di rendita o di consumo.
Sì, l’anarchia è l’ordine; perché, il governo è la guerra civile.
Quando il mio intelletto penetra al di là dei miserabili dettagli su cui si basa la polemica quotidiana, scopro che le guerre intestine che, in ogni tempo, hanno decimato l’umanità risalgono a quell’unica causa, vale a dire al rovesciamento o alla conservazione del governo.
Come tesi politica, scannarsi ha sempre significato consacrarsi alla permanenza o all’instaurazione di un governo. Mostratemi un luogo in cui si assassina in massa e apertamente, vi farò vedere un governo alla testa del carnaio. Se cercate di spiegarvi la guerra civile diversamente che con un governo che vuole arrivare ed un governo che non vuole andarsene, perderete il vostro tempo: non troverete niente.
Il motivo è semplice.
Stabilite un governo. Nell’istante stesso in cui è fondato il governo determina le proprie creature e, di conseguenza, i propri seguaci; e nel momento stesso in cui ha dei partigiani esso ha pure degli avversari. Ed il germe della guerra civile è fecondato da questo solo fatto, perché non potete far sì che il governo, investito di onnipotenza, agisca verso i suoi avversari come rispetto ai seguaci. Non potete far sì che i favori di cui dispone siano ripartiti equamente fra amici e nemici. Non potete evitare che quelli siano vezzeggiati e questi perseguitati. Non potete evitare che, da tale disuguaglianza, sorga presto o tardi un conflitto tra il partito dei privilegiati ed il partito degli oppressi. In altri termini, dato un governo, non potete evitare il favore che fonda il privilegio, che provoca la divisione, che crea l’antagonismo, che determina la guerra civile.
Quindi, il governo è la guerra civile.
E se basta essere, da un lato, il sostenitore e, dall’altro, l’avversario del governo per determinare un conflitto tra cittadini; se è dimostrato che, al di fuori dell’amore o dell’odio, rivolti al governo, la guerra civile non ha alcuna ragione d’esistere, ciò significa che occorre, per stabilire la pace, che i cittadini rinuncino, da una parte, ad essere seguaci e, dall’altra, ad essere avversari del governo.
Ma smettere d’attaccare o difendere il governo per rendere impossibile la guerra civile non è nient’altro che non tenerne più conto, metterlo tra gli scarti, sopprimerlo al fine di fondare l’ordine sociale.
Ora, se sopprimere il governo è, da un lato, stabilire l’ordine, dall’altro lato, è fondare l’anarchia; perciò, l’ordine e l’anarchia sono in parallelo.
Quindi, l’anarchia è l’ordine.
Prima di passare agli sviluppi successivi, prego il lettore di premunirsi contro la cattiva impressione che su di lui potrebbe fare la forma personale che ho adottato allo scopo di facilitare il ragionamento e affrettare il pensiero. In questa esposizione, IO significa non tanto lo scrivente quanto il lettore o ascoltatore; IO è l’uomo.

Liberazione di cincillà

da: finoallafine.info

Fonte anonima

Nella notte del 24 gennaio 2011 la nostra cellula ha fatto visita al più grande allevamento di cincillà (ed uno dei pochi presenti) in Italia: l'allevamento Pegoraro Cincillà di Pegoraro Franco a Campo San Martino (PD).

All'interno di un capannone nel giardino di casa della famiglia Pegoraro, centinaia di cincillà sono allevati in gabbie di rete metallica per essere uccisi, scuoiati e trasformati in pellicce. Questo allevamento si occupa inoltre della concia delle pelli e della vendita diretta.
Dai primi sopralluoghi avevamo capito che per introdurci nel capannone sarebbe stato necessario entrare da una finestra a circa 4 metri di altezza, creandoci un varco tra le sbarre ed il plexiglas che ci separavano dagli animali.

Essendo la distanza tra le sbarre abbastanza grande da farci passare i nostri corpi ed una scala, la notte dell'azione restava l'arduo compito di trovare un modo per tagliare la finestra di plexiglas facendo il minor rumore possibile, essendo l'allevamento posizionato in una zona residenziale ad una ventina di metri dalla casa del proprietario e dalle abitazioni di altri vicini.
Per circa un'ora e mezza, accovacciati su una tettoia di lamiera sotto la finestra, abbiamo tagliato una porzione di plexiglas, scaldando una lama con l'aiuto di un cannello a gas per fondere la plastica e rendere il taglio meno rumoroso.

A taglio completato, trattenendo il respiro, abbiamo dato l'ultimo strattone al pezzo di plexiglas, che con un forte scricchiolio si è staccato: guardando giù dalla finestra all'interno dell'edificio, 4 lunghi corridoi di gabbie, ognuno costituito da tre file di gabbie impilate una sull'altra.

Dopo aver aspettato un minuto per essere sicuri di non aver svegliato nessuno, abbiamo infilato una scala nel piccolo varco che ci eravamo ritagliati e due di noi sono scesi nel capannone.
All'interno l'allevamento era tenuto malissimo, molto sporco e l'odore delle deiezioni degli animali soffocante. Molti dei cincillà avevano un collare che impediva loro in tale situazione di stress di strapparsi a morsi il prezioso pelo. Una volta tolti questi collari a molti di loro rimanevano ferite sul collo.
A causa del ritardo accumulato durante il taglio della finestra, abbiamo dovuto agire il più in fretta possibile. Aprire le gabbie, riempire le borse di animali, arrampicarsi sulla scala, passare una borsa dalla finestra a chi stava fuori sulla tettoia, e mettere in salvo gli animali. E poi di nuovo tutto da capo, senza fermarsi un secondo. Abbiamo inoltre scelto esclusivamente animali di sesso femminile, per facilitare la loro futura vita in comunità, evitare riproduzioni e rovinare le linee genealogiche delle fattrici che Pegoraro ha
creato in troppi anni di attività.
In circa mezz'ora abbiamo salvato 53 cincillà, caricati sul nostro mezzo e portati ad una nuova vita, dove non sono più costretti a riprodursi e non saranno scuoiati per una inutile e sanguinosa moda. Prima di andarcene abbiamo anche lasciato una scritta firmata ALF sul muro esterno dell'allevamento.

Dedichiamo questa liberazione a tutti coloro i quali hanno deciso di agire in prima persona, senza delegare e attendere un cambiamento dall'alto che non verrà mai. Quello per cui lottiamo è un radicale stravolgimento di questo sistema, lo smantellamento dell'antropocentrismo e il crollo della civilizzazione. Le scelte di vita, le azioni, le proteste, possono essere strade per arrivare al mondo liberato che abbiamo nel nostro cuore, contrastando il mondo nel quale ci troviamo a vivere tra strazianti urla di dolore, gabbie, sfruttamento ed oppressione. Non accettiamo l'idea specista per la quale gli animali sono oggetti per il nostro consumo (pellicce e vestiario, cibo, divertimento, ricerca) e siamo pronti a rischiare la nostra libertà per abbattere lo sfruttamento e la prigionia e portare in salvo quelli che consideriamo degli individui.

Nessun compromesso per la liberazione animale!
Animal Liberation Front

Successivamente alla ricezione del comunicato è stata spedita un'email con un link che rimanda a diverse foto riguardanti l'azione, ecco dove è possibile visionarle tutte: flickr.com/photos/58854078@N04/

domenica 6 marzo 2011

Antispecismo e politica

Fonte: www.arivista.org/

Antispecisti di destra?
Scritto di Luca Carli e Adriano Fragano

La destra, i neonazisti, ecc. possono essere antispecisti? I due antispecisti firmatari di questo intervento sostengono di no. E spiegano perché.

Come tutti i movimenti nella prima fase della loro esistenza, anche il movimento antispecista si dibatte alla ricerca una sua precisa identità.
Certamente nasce come movimento animalista e tale rimane ma, nello stesso tempo, va oltre gli angusti limiti dell’animalismo classico o della zoofilia, in quanto ritiene che lo sfruttamento degli Animali non sia riconducibile a un atteggiamento dovuto solamente a comportamenti sociali più o meno diffusi, bensì una questione di sistema, cioè di un’organizzazione strutturata che genera ed è a sua volta sostenuta dall’ideologia del dominio.
Questa mancanza di una precisa identità sfocia inevitabilmente in una serie di problematiche identitarie, tanto “interne” (vi è una certa confusione tra coloro che – almeno a parole – si professano antispecisti) che “esterne” (ossia di come il movimento viene percepito dalla società).
Alla mancanza di unità nelle iniziative concrete (quindi di natura strategica e tattica), viene così ad affiancarsi anche un isolamento culturale, sociale e politico dovuto anche alla difficoltà di dialogare proficuamente persino con altri soggetti potenzialmente portatori di rivendicazioni in parte sovrapponibili.
Come se ciò non fosse già fonte di sufficienti preoccupazioni, in questo periodo si deve aggiungere un crescente interesse nei confronti della questione animale proveniente da alcuni ambienti della destra (più o meno estrema) che comporta il rischio di un’ulteriore frattura con gli altri movimenti antisistemici.

Il silenzio della sinistra
Mentre ci si sta abituando all’assordante silenzio che proviene dal centro-sinistra, cui si accompagna il superficiale disinteresse di troppi gruppi anarchici, della sinistra extraparlamentare o, più in generale, antisistemici, ci si deve oggi anche confrontare, da un lato, con un certo attivismo a favore degli Animali da parte di alcuni membri del governo, dall’altro con la nascita di gruppi neofascisti che abbinano al tradizionale messaggio ambientalista (derivante dal classico concetto di “sangue e suolo”) delle istanze più prettamente animaliste.
Il gruppo parlamentare di Futuro e Libertà, per esempio, ha dedicato l’intero numero 4 della sua rivista bimestrale “Charta Minuta” alla questione animale. Il leit motiv della trasversalità della battaglia animalista appare evidente fin dalle prime pagine: nel suo editoriale di introduzione alla suddetta monografia intitolata “Dalla parte degli animali”, Adolfo Urso infatti scrive che è necessario sfatare il «luogo comune secondo il quale la protezione e la tutela degli animali siano appannaggio della sinistra … Non esistono temi di destra o di sinistra ma soluzioni e proposte che si adeguano nello spazio e nel tempo e che danno risposte alle esigenze che maturano» (1).
Lo scopo? Quello di indurre gli ingenui lettori a considerare la questione animale come un problema apolitico, salvo poi sottolineare la grande attenzione che la destra dimostra al riguardo al fine di attirarne le simpatie (e quindi i consensi ed infine i voti).
Ancora più a destra di Futuro e Libertà si sono formati gruppi neofascisti che abbinano a un messaggio anticapitalista rivendicazioni contro lo sfruttamento animale e di propaganda del veganismo, spingendosi sino a definirsi antispecisti , o come dicono loro “antispe”.
Una lettura superficiale di questo fenomeno da parte di alcune realtà del movimento animalista potrebbe portare alla conclusione che in ciò non solo non vi sia nulla di male, ma che tanto maggiore sarà la trasversalità della causa animalista, tanto maggiore sarà la forza che il movimento riuscirà a esprimere a favore degli Animali.
In realtà, il discorso è più complicato e coinvolge anche il movimento antispecista che deve interrogarsi su come è possibile che gruppi ideologicamente legati a idee conservatrici, o addirittura fasciste o neonaziste possano dichiararsi antispecisti. O meglio: questo loro definirsi antispecisti è concettualmente possibile oppure no?
Articolare una risposta a tali interrogativi risulta complesso, non tanto per la risposta in sé che è senza alcuna ombra di dubbio “no, non può esistere un antispecismo di destra”, ma perché per giungere a tale conclusione si deve andare oltre la superficiale interpretazione che spesso si dà al concetto di antispecismo che porta a far sì che le giustificazioni spesso addotte siano perlomeno discutibili.
Per Singer infatti «Lo specismo … è un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie» (2). Singer dimostra come ogni argomento morale (la razionalità, il linguaggio, l’essere agenti morali, l’autocoscienza, l’anima ecc.) introdotto per giustificare il diverso trattamento che riserviamo agli Animali può, alla fine, essere ricondotto alla mera appartenenza alla specie umana; il ricorso al caso degli esseri umani marginali e la denuncia di un doppio standard morale (uno valido per gli Umani e uno per gli Animali) lancia una vera sfida al pensiero filosofico classico.
Tale provocazione è stata accettata da alcuni i quali hanno risposto che agli esseri umani marginali è dovuto pieno rispetto morale perché essi sono Umani, membri cioè della nostra specie. Incalzati sul perché l’appartenenza di specie sia un fatto moralmente rilevante, l’incapacità di fornire una risposta costituisce per loro alcuna preoccupazione. È questo lo specismo come lo abbiamo appreso da Singer. È senza dubbio da tale riflessione che si è incominciato a parlare di specismo. Partendo da tale prospettiva, il lavoro di Singer si limita a (ri)elaborare una teoria etica che arriva a includere alcuni degli animali non umani nella cerchia dei soggetti ai quali è dovuta considerazione morale; egli non elabora alcun nuovo “valore” ma denuncia la contraddizione che caratterizza la nostra società quando si rifiuta di estendere i suoi valori agli animali non umani.

Antispecismo, razzismo, sessismo
Simili sono le conseguenze a cui giunge anche il filosofo americano Tom Regan; pur criticando le tesi di Singer, egli formula una teoria dei diritti morali che postula un semplice allargamento, nel suo caso, dei soggetti di diritto. Nessuno dei due mette in discussione la struttura della società occidentale attuale; è questo il vero limite principale del loro lavoro. Le loro riflessioni sono limitate nel tempo e nello spazio in quanto, oltre ad accettare le premesse della metafisica occidentale, non mettono mai in discussione la struttura sociale, economica e politica attuale. La proposta avanzata, sia dal punto di vista teorico che pratico, non rappresenta una seria critica alla società umana moderna.
Del rapporto valori/società, rapporto necessariamente biunivoco, essi considerano solo un aspetto come se la società umana non fosse altro che il prodotto dei valori che rappresenta (3). Ed è sempre all’interno di questo orizzonte che Singer, dopo aver definito lo specismo, ne afferma l’analogia (4) con altre forme di discriminazione interspecifiche quali il razzismo e il sessismo. Singer non spiega quale tipo di rapporto intercorra tra specismo, razzismo e sessismo; l’unica affinità riscontrabile è che sia per il per il razzismo e per il sessismo, come per lo specismo, due individui che altrimenti non differiscono per aspetti moralmente rilevanti possono essere trattati in modo differenziato a causa della loro razza, del loro sesso o della loro specie. È da questo punto di vista che le prospettive sono analoghe.
Qui si ferma l’analisi di Singer (5) e qui, purtroppo, si è fermata anche la riflessione di molti attivisti animalisti.
In realtà se l’antispecismo si limitasse a denunciare la discriminazione arbitraria che subiscono gli Animali a causa della loro appartenenza a una specie diversa da quella umana, ossia una discriminazione basata unicamente su motivi biologici, ciò non basterebbe, ad esempio, a escludere la possibilità di un antispecismo di destra. Si potrebbe essere antispecisti di destra (ossia razzisti e sessisti) senza cadere in contraddizione con la definizione sopra riportata.
Ciò che manca, infatti, è ancora un passaggio costituito dall’analisi della seconda parte della corrispondenza biunivoca sopra citata tra valori e società. In altre parole: lo specismo non è solo un’idea, qualcosa di teorico, ma è anche una prassi. Per comprendere come questa prassi sia nata e si sia evoluta è pertanto necessario compiere una ricerca storica al fine di capire quali sono le reali condizioni in cui questa discriminazione si è sviluppata, ossia come realmente la forma assunta dalla nostra struttura sociale ha influenzato il pensiero specista.
Le intuizioni di Singer e Regan necessitano quindi di dover passare dal mondo delle idee a quello reale e fare questo ci consente di capire quali sono tutte quelle barriere il cui abbattimento costituisce la conditio sine qua non affinché tale trasposizione possa avvenire.
Alcuni ritengono che tale passaggio sia qualcosa di indebito, di strumentale; l’accusa mossa è quella di utilizzare la lotta antispecista per “fini politici” finendo così per mettere in secondo piano l’importanza della questione animale.

Differenze fittizie e irrilevanti
È doveroso ammettere, in effetti, che questo pericolo esiste, ma non per questo tale analisi deve essere elusa, pena l’incapacità di comprendere appieno il fenomeno di cui stiamo parlando: non è pertanto qualcosa di indebito, bensì di necessario. E che non sia una forzatura lo si può vedere, ad esempio, facendo un confronto con il razzismo.
Il razzismo altro non è che «la convinzione preconcetta che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita “superiore” o “inferiore” a un’altra» (6).
Questa breve descrizione ci dimostra quanto siano impressionanti le analogie (storico-culturali) tra razzismo e specismo: entrambi sono forme discriminatorie basate su differenze fittizie e irrilevanti (prima biologiche, poi via via declinate in modo più raffinato) volte a preservare determinati vantaggi da parte di chi li professa che hanno una matrice culturale giustificazionista di una prassi di sistematico sfruttamento di chi viene considerato gerarchicamente “inferiore”.
Risulta chiaro che è unicamente dallo studio della storia che si può apprendere come quelle analogie teorizzate da Singer solo a livello culturale si sono manifestate nella realtà, diventando cioè prassi funzionale al funzionamento della società.
Ma l’antispecismo va oltre l’antirazzismo. Va oltre non tanto perché rappresenta un concetto più generale, o perché per la prima volta il soggetto che libera non coincide con il soggetto liberato (7), ma perché ci “costringe” a interrogarci sull’origine di ogni forma di discriminazione, analisi che riguarda sia l’aspetto culturale che quello storico, di prassi, ossia di come effettivamente si sono sviluppate le prime società organizzate in senso gerarchico. Infine, va oltre perché introduce l’Animale nella nostra riflessione. E questo è fondamentale almeno per due ordini di motivi.
Innanzitutto perché i concetti di Umano e Animale sono indissociabili in quanto si circoscrivono e si definiscono reciprocamente, perché nonostante gli immani sforzi fatti dalla nostra specie per affrancarsi dalle proprie origini, siamo e rimaniamo Animali.
In secondo luogo perché studiando come sia avvenuta storicamente la scissione ontologica Umano-Animale, si scopre come essa sia il risultato di un processo che è durato millenni; l’Uomo, infatti, non si è percepito da sempre come superiore agli altri Animali (o, per lo meno, non più di quanto non lo si sentisse nei confronti degli altri esseri umani non appartenenti alla propria tribù). È solo con il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale, unitamente ad altri aspetti di carattere spirituale-religioso, che si sono formate le prime società organizzate. È per esercitare il proprio dominio sulla terra che alcuni uomini hanno iniziato a schiavizzare altri Umani e alcuni Animali.
Lo sfruttamento della natura, degli Animali e di alcuni Umani è un qualcosa che non può essere né separato né suddiviso in ordine temporale, intrecciandosi invece in una sorta di circolo vizioso.
Schiavismo, sfruttamento dei popoli e delle specie, genocidi, denigrazione delle donne, si reggono tutti sulla stessa idea folle di dominio. Un desiderio di dominio che viene però, di epoca in epoca, mascherato e giustificato sul piano morale e culturale attraverso l’elaborazione di un’ideologia che varia a seconda dei bisogni e delle inquietudini delle masse del momento.
Ciò ci può spingere a considerare che il cammino dell’Uomo sia costellato di episodi che lo hanno portato a divenire il tiranno che tutti conosciamo e che il rapporto di forza tra la nostra specie e le altre è variato nel tempo a tutto vantaggio della prima anche e soprattutto grazie alle scoperte tecnologiche e scientifiche che hanno – unitamente alla religione – contribuito all’elevazione dell’Umano oltre la soglia della naturalità.
È onesto ammettere che ciò che siamo deriva da una parte di noi, del nostro complesso essere, e che scienza, tecnologia e religione hanno funzionato da amplificatore causando l’immensa espansione del nostro ego che tutto ha sovrastato. Per contro è del tutto evidente che non siamo “solo” questo, ma molto altro e, conseguentemente, possiamo realmente ripensarci e reinventarci, ripensando e reinventando anche la nostra società.
L’antispecismo non è solo una rivendicazione di estensione della considerazione morale o dei diritti a un numero maggiore di soggetti quanto una forma reale di liberazione da ogni tipo di dominio. Senza rivedere le basi stessi del nostro vivere in comune, della nostra organizzazione sociale ed economica, questo non potrà mai accadere. È la struttura stessa della società basata sulla discriminazione, sullo sfruttamento economico, sul ruolo repressivo e di controllo dello stato che deve essere messa in discussione.
L’antispecismo nasce come un movimento cui fine è la liberazione animale. Affinché tale obiettivo possa essere raggiunto è necessario abbattere quelle barriere culturali e materiali che impediscono ai principi di eguaglianza, equità e rispetto, di cui è portatore, di potersi liberamente diffondere. Ma poiché queste barriere sono le stesse che consentono a tutt’oggi il perpetuarsi dello sfruttamento dell’Umano sull’Umano, ecco che la loro distruzione consentirà, assieme alla liberazione degli Animali, anche quella reale degli Umani.

Tentativi di sdoganamento
È per questo che liberazione animale e liberazione umana coincidono, è per questo che lo slogan più citato dagli antispecisti è “Animal liberation, Human liberation”.
A chi gli chiedeva quali potevano essere oggi le differenze tra destra e sinistra, Marcello Veneziani rispose: «Diciamo subito che in effetti si sono confuse destra e sinistra, negli ultimi tempi. Però, a voler essere più precisi, quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede molto ai valori di liberazione, di emancipazione. Credo che questo sia lo spartiacque» (8).
Non possiamo che concordare proprio per il semplice fatto che l’antispecismo è portatore di istanze di liberazione ed emancipazione dalla società del dominio (su Umani ed Animali) in cui viviamo e come tale rappresenta certamente una volontà di discontinuità con il passato e con lo status quo. Per contro, la destra e il fascismo sono chiaramente espressione di tutela della continuità e della tradizione, tutela quale risultato da perseguire soprattutto attraverso l’opposizione alle libertà individuali e collettive. È anche per questo che non può esistere in alcun modo un antispecismo di destra: si tratterebbe di un ossimoro.
Eppure i tentativi di sdoganamento di una destra animalista e persino antispecista ci sono e sono sempre più numerosi. Tutto avviene subdolamente e mediante una cortina fumogena che avvolge e confonde le idee, una sorta di foschia che appiattisce e livella non permettendo più chiare identificazioni, ma causando un’incredibile e assurda commistione di idee, principi e intenti. In un’epoca in cui la destra onora figure come quella di Che Guevara, le sue frange “animaliste” dedicano fotografie e spazi in memoria di Barry Horne (9) spingendosi ad adottare, a volte, anche la stessa simbologia: le due bandiere sovrapposte, una verde e l’altra nera che, seppur con alcune modifiche, ricalcano i simboli dell’azione antispecista di matrice anarchica.
Se a tutto questo si aggiunge poi anche l’altro punto di contatto costituito dall’azione anticapitalista che pare essere speculare e sicuramente condivisa sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra, risulta inevitabilmente facile confondere i messaggi ricorrendo al consueto gioco dell’apoliticità che sempre più si è consolidato sin dalla caduta delle contrapposizioni ideologiche del Novecento. Dietro a tale presunta apoliticità si cela, in realtà, la subdola volontà di non enunciare principi chiarificatori utili a permettere di distinguere e di individuare tendenze autoritarie, xenofobe, razziste e fasciste.
L’apoliticità e la trasversalità usata come sinonimo di universalità del messaggio animalista vengono sfruttate quindi per rimuovere ogni critica e ogni opposizione nei confronti di gruppi o fazioni di matrice autoritaria. È indubbio che in ambito animalista vi sia una certa ignoranza che, mista a disinformazione e disillusione, impedisce una corretta valutazione delle diverse realtà animaliste presenti sul territorio.
Il concetto che qualsiasi cosa è utile per salvare gli Animali ha causato più danni che altro: in nome dell’azione subito e ora, priva di una necessaria elaborazione teorica, senza una strategia e soprattutto senza una chiara finalità condivisa, tale concetto ha causato la formazione una generazione di attivisti del tutto sprovvisti di strumenti analitici e di conoscenze critiche, tanto che al giorno d’oggi dichiararsi apolitici pare essere un titolo di merito, una dichiarazione di estraneità nei confronti di tutto ciò che è marcio e corrotto, una sorta di nuova verginità. La realtà è ben più amara, perché quasi sempre si confonde politica con partitismo mentre si dimentica – o addirittura si ignora – che l’attività politica è il fondamento di ogni attivista che intenda davvero influenzare la società per innescarne il cambiamento. Cos’è possibile fare per scongiurare questa devianza?
Urge chiaramente la diffusione di una nuova consapevolezza, della definizione di principi e di modelli che possano aiutare attivisti, gruppi e associazioni a intraprendere un cammino comune – pur con distinguo e differenze – realmente rivoluzionario. La colpevole mancanza di elaborazione teorica e l’adozione acritica e inconsapevole della sola prassi vegana, ha creato la situazione che stiamo vivendo. Ciò che non possiamo permettere è che il messaggio libertario e radicale dell’antispecismo possa essere annichilito e assorbito da rinate forze autoritarie, evitando nel contempo di svendere l’autonomia antispecista così faticosamente guadagnata.

Note
1. Adolfo Urso, Avatar a destra, in Charta Minuta n. 4, 2010, pag. 0.
2. Peter Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano 2003, pag. 22.
3. Anche la storia dello specismo abbozzata da Singer nel Capitolo V di Liberazione animale, cit., risente della stessa impostazione: la sua è una storia “ideale” nel senso che riguarda unicamente le concezioni che alcuni filosofi avevano degli Animali senza indagare minimamente se le stesse non fossero, in realtà, influenzate dal tipo di società in cui vivevano.
4. “Il razzista viola il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di eguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri delle altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso” Peter Singer, ibidem, pag. 24. Singer si limita a sottolineare l’analogia tra le diverse forme di discriminazione perché ciò, da un lato, è sufficiente rispetto ai suoi scopi mentre dall’altro è il limite massimo a cui può giungere sulla base delle sue considerazioni.
5. Si parla di Singer in quanto primo esponente di questa forma di antispecismo che Marco Maurizi ha acutamente chiamato antispecismo metafisico. Marco Maurizi, Cos’è l’antispecismo, http://www.liberazioni.org/articoli/MauriziM-06.htm.
6. Fonte wikipedia.
7. Tale visione è errata in quanto si dimentica che l’Uomo è un Animale pertanto la liberazione animale lo riguarda come soggetto da liberare.
8. RAI Educational – Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, Il Grillo (5/12/1997). Marcello Veneziani: I valori nella cultura di Destra, http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=33.
9. http://it.wikipedia.org/wiki/Barry_Horne.

Élisée Reclus

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« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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