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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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lunedì 31 gennaio 2011

Riflessioni su violenza e non-violenza

Di LUBY

PREMESSA

Ultimamente (a dire il vero già da tempo, ma ne parlo solo ora) mi è capitato di interrogarmi spesso sul senso della non-violenza ad oltranza, la non-violenza ad ogni costo, il pacifismo come mezzo e non come fine, tanto blasonato, osannato e portato avanti da vari movimenti e da tanti compagni o pseudo tali.
Tralasciando ovviamente le frange cattoliche benpensanti "democratiche" ecc ecc dei movimenti di opposizione, che ovviamente non mi interessano, concentriamoci solamente sulle frange che guardano ad un mondo con una società diversa da quella attuale, che siano questi marxisti, anarchici o quant'altro.
Molti di questi non-violenti si rifanno agli insegnamenti di Gandhi, senza contare tuttavia che lo stesso Gandhi, nel suo La saggezza della non-violenza, fece presente che se posto di fronte al dilemma della scelta tra passività e attività violenta, avrebbe di gran lunga preferito la violenza, in quanto rimaneva comunque una forma d'azione. Inoltre gli strenui ammiratori e sostenitori della non-violenza gandhiana non tengono conto neanche di altri piccoli ma fondamentali dettagli come il fatto che invertì il fine coi mezzi, infatti conquistata l'indipendenza, l'India, fece molto presto a dotarsi di Stato esercito polizia tribunali prigioni e quant'altro, emblema di metodi violenti e repressivi ingiustamente legittimati.

I PROBLEMI DELLA NON-VIOLENZA

Innanzitutto la non-violenza è posta di fronte ad un insormontabile contraddizione: non può adattarsi alle differenti battaglie, lotte sociali, momenti storici. Infatti vediamo che storicamente i pacifisti non-violenti del Novecento, in particolare di fronte alla seconda guerra mondiale, posti di fronte a questo problema, imbracciarono le armi, in seguito di una scelta duramente meditata, e raggiunsero le file della Resistenza anti-nazifascista. In Francia i pochi militanti non-violenti che non si schierarono e che rimanerono indifferenti di fronte alle atrocità della guerra e alle atrocità nazifasciste vennero processati perché sospettati di connivenza con la repubblica nazional-fascista di Vichy.

LA NON-VIOLENZA E LA DISOBBEDIENZA CIVILE

Chiaramente il metodo non-violento rimanda evocativamente al modello di società futura aspirato, appunto una società equa, senza guerre, senza ingiustizie. Tuttavia alcuni non-violenti condannano l'uso della violenza perché illegale, accettando quindi lo Stato che vorrebbero vedere abolito o cambiato, un controsenso quindi. Un altro punto di questo discorso riguarda appunto il precedere la società futura tramite la non-violenza, senza però utilizzare altri metodi di disobbedienza civile (intesa come la intendeva Thoreau, non come la intendono le tute bianche) come il rifiuto di pagare le tasse l'obiezione di coscienza ecc ecc, che porterebbero, se applicate in massa, a una rottura drastica e netta con lo Stato o qualsiasi apparato che compia "violenza legittima".

IL DIBATTITO SULLA "NON-VIOLENZA"

Un altro punto d'interesse sulla questione violenza/non-violenza è il significato del termine tra il dibattito nordamericano e europeo. Infatti mentre nel Nord America con azioni e proteste non-violente si intendono l'azione diretta, il rifiuto della delega e azioni non necessariamente legali, al contrario in Europa la non-violenza viene spesso associata al rispetto senza se e senza ma delle leggi, alle deleghe.
Analizzando però alcuni metodi ritenuti non-violenti, quali per esempio manifestazioni, presidi, sit-in, occupazioni, scioperi e boicottaggi, possiamo notare un' altra contraddizione. Questi metodi infatti sono nati e sono stati largamente usati dai movimenti rivoluzionari, che con la non-violenza c'entrano ben poco.
Ancora un' altro controsenso sta nella concezione della non-violenza come metodo di manifestazione, infatti se la non-violenza viene intesa come il manifestare pacificamente, allora è non-violenta una qualsiasi manifestazione, un qualsiasi sciopero, che non sfocia in atti di violenza, il che implica, chiaramente, che potrebbero essere non-violente anche delle manifestazioni in sostegno ad una guerra.

LO SCIOPERO E LA NON-VIOLENZA

Una menzione particolare va poi agli scioperi, che possono essere del lavoro della fame o della sete. Nel primo caso chiaramente non si può parlare di non-violenza, nonostante sindacati e partiti vari (vedi FIOM CGIL PRC ecc ecc) inneggino come forma ultima di protesta allo sciopero generale, ma basta guardare la storia, per capire che lo sciopero non è assolutamente una forma di protesta non-violenta, picchetti, sabotaggi, resistenza ai tentativi di porre fine con la violenza allo stesso sciopero ecc ecc. Se invece si parla di scioperi della fame o della sete, nonostante non comportino l'uso della violenza in senso classico e sono riconosciute come forme di protesta non-violente, racchiudono in sé una violenza ancor più grande rispetto a quella classica. Racchiudono infatti la violenza contro sé stessi, contro la vita, sono l'ultimo grido disperato come forma di protesta, come rivolta, non certamente qualcosa di pacifico. Vergognoso è l'uso di queste forme di proteste che ne fanno alcuni professionisti della demagogia e della politica (Pannella su tutti), per i propri scopi personali, ma che guardacaso non durano mai il tempo per fare danni. Diverso è invece l'uso che ne fanno i prigionieri (per lo più politici, ma non necessariamente tali, basti vedere gli immigrati rinchiusi in quei lagher chiamati CIE) , ignorati dai più, molti dei quali finiscono anche col morire come conseguenza di questa forma di protesta.

LA NON-VIOLENZA NELLA STORIA

Ma guardiamo alle faccende storiche che più sono care ai non-violenti o che più hanno visto l'uso della non-violenza.
Prima fra tutte, chiaramente, troviamo la nascita della nazione indiana. Ritornando nuovamente al discorso gandhiano e senza dilungarsi, per ovvie ragioni, in analisi storico-politico-antropologiche dell'accaduto, possiamo notare che chiaramente la situazione era ben diversa dalla situazione attuale, infatti l'India era troppo povera e inferiore tecnologicamente per potersi permettere una rivolta armata, al contrario conveniva chiaramente, visto il rapporto di forze, puntare più sul numero che su un discorso di armi o di sommosse violente, dato l'esiguo numero dei colonizzatori rispetto agli autoctoni. Tuttavia questa strategia non-violenta durò solo fino alla cacciata degli inglesi, infatti subito dopo scoppiò la guerra civile [famose le guerre civili per essere non-violente (sarcasmo)], seguita dalla guerra di secessione coi musilmani che diede vita al Pakistan in cui venne assassinato lo stesso Gandhi ecc ecc. La sopravvivenza della società castale è una ulteriore conferma del fallimento dell'esperienza non-violenta, mostratasi incapace d'edificare quei nuovi rapporti umani e sociali, fondati sulla riconoscenza dell'altro. Paradossalmente la non-violenza ha quindi contribuito, contro i suoi stessi intenti, ad accrescere quel sentimento d'acquiescenza e di passività contro cui tanto si scagliava lo stesso Gandhi.
Secondariamente troviamo la stagione di lotte per i diritti civili negli USA. Notiamo però subito una differenza di scopi nelle battaglie, infatti in questo caso lo scopo era abolire l'apartheid per entrare a pieno titolo nella società ambito, non per cambiarla dalle fondamenta. Tuttavia anche nella letteratura non-violenta si riconosce questa stagione di lotte come una stagione senza vittorie rilevanti, visto il razzismo che ancora imperversa negli USA.
Guardando all'altra "grande" lotta, più recente, che ha visto l'uso di metodi non-violenti, (quella degli anni '80 e '90 per i sans-papiers, gli immigrati senza permesso di soggiorno) possiamo notare che non sono sorte divisioni tra i più propensi alla lotta violenta e i più propensi alla protesta non-violenta. Tuttavia le azioni più dure e decise rimangono comunque azioni quali boicottaggi, occupazioni di uffici amministrativi, luoghi dove venivano effettuate le espulsioni, che ora rientrerebbero nelle pratiche più o meno comuni di una parte dei non-violenti, mentre la parte non-violenta ricorreva a procedure legali. Si palesa il dubbio che dietro l'ideologia della non-violenza si celi, in realtà e sempre più, il tabù della legalità.

LA "RIVOLUZIONE DEI GAROFANI"

La "Rivoluzione dei garofani" è un episodio che viene sistematicamente dimenticato quando si cercano esempi storici di non-violenza. Perché questo episodio viene sistematicamente dimenticato? La risposta è semplice, perché a realizzare questa rivoluzione, nonostante non fu necessario sparare nemmeno un colpo, furono dei militanti rivoluzionari, dotati di un esercito, e dotati di una cultura che disdegna la non-violenza. Questo sta ad indicare che più che la cultura, violenta o non-violenta, siano da guardare le condizioni storiche, culturali, sociali, politiche e antropologiche che si presentano al verificarsi di un evento che comporta un cambiamento, di una lotta sociale, di battaglie e via così.

GLI ESEMPI DELLA LETTERATURA NON-VIOLENTA

Nella letteratura non-violenta vengono citati tanti esempi storici per dare forza al pensiero non-violento: la cacciata dello sciò di Persia in Iran, la sconfitta di Milosevic in Serbia ecc ecc. In tutti questi casi tuttavia non vi fu mai un movimento non-violento predominante che determinò il cambiamento, ma vi furono molti movimenti, alcuni anche violenti, che affiancati alle condizioni storico politiche determinarono il successo di questi (in Iran il regime si è decomposto sotto la spinta complessa di movimenti di massa interni, nei quali v'erano milizie armate e gruppi che facevano attentati; Milosevic perse le elezioni, anzi, gruppi paramilitari attaccarono il parlamento dandolo alle fiamme nei giorni in cui il presidente serbo rifiutava l'esito elettorale; le Filippine di Marcos sono state teatro di scontri di piazza con spargimento di sangue, moti, manifestazioni e scioperi; gli zapatisti sono un esercito armato che il 1 gennaio '94 diede vita ad un'insurrezione con numerosi morti, tanto che Marcos porta un passamontagna a significare il suo status di combattente clandestino, gira armato di M16, etc.).

LA NON-VIOLENZA E LA VIOLENZA NELLA COERENZA FINI/MEZZI

L'ipocrisia della non-violenza sta anche nel porsi come metodo etico e coerente per arrivare a determinati risultati, pretendendo quindi di essere l'unica ad essere coerente e di giudicare sbagliati gli altri modi o metodi di lotta. Infatti se si considera l'azione come una messa in forma della morale, qualunque essa sia, i black bloc che devastano i simboli del capitalismo, le tute bianche che a Genova alzavano le mani in segno di resa davanti alla polizia ecc ecc sono esattamente sullo stesso livello.

IL "MALINTESO" DELLA NON-VIOLENZA

In Italia spesso viene chiamata non-violenza una cultura politica che si è costruita sul rifiuto della violenza politica dei movimenti sociali sovversivi degli anni '70. Il rigetto della violenza contro il potere, violenza venuta dal basso, ha segnato questa cultura addomesticata sbilanciandola verso un atteggiamento fin troppo compiacente con le istituzioni, titolari di quella violenza legittima esercitata dall'alto. In questo modo s'è radicata l'idea che legalità e non-violenza fossero, in fondo, la stessa cosa o comunque che si trovassero dalla stessa parte dello schieramento. Un malinteso che ha fatto della non-violenza e del pacifismo come mezzo un comportamento subalterno, addomesticato, fondamentalmente acquiescente all'ordine costituito. In questo caso la non-violenza fa pensare che sia più un modo per mettersi a posto la coscienza, per pulirsela, che non una reale forma di lotta o di protesta.

LA VIOLENZA E LA NON-VIOLENZA COME MEZZI ASSOLUTI

Sicuramente da quanto già visto finora possiamo affermare che la non-violenza ad oltranza, che la non-violenza come metodo d'azione o di lotta sociale in assoluto, non è da prendere come modello unico, virtuoso, assoluto, valido comunque e dovunque, in ogni epoca e in ogni luogo. In questo caso violenza e non-violenza si equivalgono in quanto non esiste un metodo di lotta che vada bene in assoluto, sempre, etc. È innegabile che storicamente la violenza abbia portato risultati, che i più grandi cambiamenti, positivi e negativi, siano sempre stati conquistati attraverso la violenza, sono rari i casi di cambiamenti conquistati esclusivamente con metodi non-violenti. È anche vero, però, che anche i metodi non-violenti possono portare a dei risultati, magari risultati minori, come la sensibilizzazione su un argomento, come piccoli miglioramenti dello stato di cose esistente. Non esiste dunque un metodo universale di lotta, ma bisognerebbe valutare, a seconda delle condizioni sociali e politiche, il metodo di lotta più consono alla battaglia che si sta intraprendendo, sia questo violento o non-violento. I due metodi però possono anche convivere, come nel caso della lotta dei sans-papiers già citata.

VIOLENTI, NON-VIOLENTI E SCOPI DELLE LOTTE

Un altro punto sul discorso violenza e non-violenza sta nel guardare chi può utilizzare i vari tipi di lotta. È innegabile infatti che non tutti sono disposti ad utilizzare metodi violenti per portare avanti delle proteste, delle lotte, ma questo non vuol dire che debbano puntare il dito contro chi, al contrario, è disposto. Una delle strategie più vincenti del potere è, infatti, quella di cercare di isolare i violenti, cosa che peraltro riesce molto bene, ultimamente, anche tra chi non dovrebbe disdegnare l'uso della violenza. In questo modo infatti il movimento si divide, indebolendosi e portando così la lotta ad un fallimento. Non capisco infatti gli strenui sostenitori della non-violenza ad oltranza, che continuano a prendersi delle manganellate senza reagire, come se quella fosse violenza legittima. L'inutilità della non-violenza ad oltranza è data anche dall'ipocrisia del perseguire un fine con un mezzo assoluto, gli scopi infatti sono raggiungibili in modi diversi, a seconda delle condizioni storiche, sociali, politiche e culturali del momento, quindi un risultato raggiunto con l'utilizzo della violenza è pur sempre un risultato raggiunto, i non-violenti, al contrario di quel che fanno, non dovrebbero protestare.

Concludo citando Errico Malatesta:
"Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustifica­bile, la sola che non sia criminale. Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i carat­teri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca e irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibi­lità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle ingiustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui. La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è tempe­rata dalla coscienza che gl’individui presi isolatamente so­no poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l’eredità e l’ambiente; essa non è ispirata dall’odio ma dall’amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri. Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà, si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella vio­lenza... ed è riuscito a renderle incapaci a ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Tura­ti ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès. Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di so­stituirsi a quelle di oggi. Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pen­sare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non li­bertà, s’intende — e si prega i comunisti di non equivocare — non libertà di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri."

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Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

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