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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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lunedì 31 gennaio 2011

Riflessioni su violenza e non-violenza

Di LUBY

PREMESSA

Ultimamente (a dire il vero già da tempo, ma ne parlo solo ora) mi è capitato di interrogarmi spesso sul senso della non-violenza ad oltranza, la non-violenza ad ogni costo, il pacifismo come mezzo e non come fine, tanto blasonato, osannato e portato avanti da vari movimenti e da tanti compagni o pseudo tali.
Tralasciando ovviamente le frange cattoliche benpensanti "democratiche" ecc ecc dei movimenti di opposizione, che ovviamente non mi interessano, concentriamoci solamente sulle frange che guardano ad un mondo con una società diversa da quella attuale, che siano questi marxisti, anarchici o quant'altro.
Molti di questi non-violenti si rifanno agli insegnamenti di Gandhi, senza contare tuttavia che lo stesso Gandhi, nel suo La saggezza della non-violenza, fece presente che se posto di fronte al dilemma della scelta tra passività e attività violenta, avrebbe di gran lunga preferito la violenza, in quanto rimaneva comunque una forma d'azione. Inoltre gli strenui ammiratori e sostenitori della non-violenza gandhiana non tengono conto neanche di altri piccoli ma fondamentali dettagli come il fatto che invertì il fine coi mezzi, infatti conquistata l'indipendenza, l'India, fece molto presto a dotarsi di Stato esercito polizia tribunali prigioni e quant'altro, emblema di metodi violenti e repressivi ingiustamente legittimati.

I PROBLEMI DELLA NON-VIOLENZA

Innanzitutto la non-violenza è posta di fronte ad un insormontabile contraddizione: non può adattarsi alle differenti battaglie, lotte sociali, momenti storici. Infatti vediamo che storicamente i pacifisti non-violenti del Novecento, in particolare di fronte alla seconda guerra mondiale, posti di fronte a questo problema, imbracciarono le armi, in seguito di una scelta duramente meditata, e raggiunsero le file della Resistenza anti-nazifascista. In Francia i pochi militanti non-violenti che non si schierarono e che rimanerono indifferenti di fronte alle atrocità della guerra e alle atrocità nazifasciste vennero processati perché sospettati di connivenza con la repubblica nazional-fascista di Vichy.

LA NON-VIOLENZA E LA DISOBBEDIENZA CIVILE

Chiaramente il metodo non-violento rimanda evocativamente al modello di società futura aspirato, appunto una società equa, senza guerre, senza ingiustizie. Tuttavia alcuni non-violenti condannano l'uso della violenza perché illegale, accettando quindi lo Stato che vorrebbero vedere abolito o cambiato, un controsenso quindi. Un altro punto di questo discorso riguarda appunto il precedere la società futura tramite la non-violenza, senza però utilizzare altri metodi di disobbedienza civile (intesa come la intendeva Thoreau, non come la intendono le tute bianche) come il rifiuto di pagare le tasse l'obiezione di coscienza ecc ecc, che porterebbero, se applicate in massa, a una rottura drastica e netta con lo Stato o qualsiasi apparato che compia "violenza legittima".

IL DIBATTITO SULLA "NON-VIOLENZA"

Un altro punto d'interesse sulla questione violenza/non-violenza è il significato del termine tra il dibattito nordamericano e europeo. Infatti mentre nel Nord America con azioni e proteste non-violente si intendono l'azione diretta, il rifiuto della delega e azioni non necessariamente legali, al contrario in Europa la non-violenza viene spesso associata al rispetto senza se e senza ma delle leggi, alle deleghe.
Analizzando però alcuni metodi ritenuti non-violenti, quali per esempio manifestazioni, presidi, sit-in, occupazioni, scioperi e boicottaggi, possiamo notare un' altra contraddizione. Questi metodi infatti sono nati e sono stati largamente usati dai movimenti rivoluzionari, che con la non-violenza c'entrano ben poco.
Ancora un' altro controsenso sta nella concezione della non-violenza come metodo di manifestazione, infatti se la non-violenza viene intesa come il manifestare pacificamente, allora è non-violenta una qualsiasi manifestazione, un qualsiasi sciopero, che non sfocia in atti di violenza, il che implica, chiaramente, che potrebbero essere non-violente anche delle manifestazioni in sostegno ad una guerra.

LO SCIOPERO E LA NON-VIOLENZA

Una menzione particolare va poi agli scioperi, che possono essere del lavoro della fame o della sete. Nel primo caso chiaramente non si può parlare di non-violenza, nonostante sindacati e partiti vari (vedi FIOM CGIL PRC ecc ecc) inneggino come forma ultima di protesta allo sciopero generale, ma basta guardare la storia, per capire che lo sciopero non è assolutamente una forma di protesta non-violenta, picchetti, sabotaggi, resistenza ai tentativi di porre fine con la violenza allo stesso sciopero ecc ecc. Se invece si parla di scioperi della fame o della sete, nonostante non comportino l'uso della violenza in senso classico e sono riconosciute come forme di protesta non-violente, racchiudono in sé una violenza ancor più grande rispetto a quella classica. Racchiudono infatti la violenza contro sé stessi, contro la vita, sono l'ultimo grido disperato come forma di protesta, come rivolta, non certamente qualcosa di pacifico. Vergognoso è l'uso di queste forme di proteste che ne fanno alcuni professionisti della demagogia e della politica (Pannella su tutti), per i propri scopi personali, ma che guardacaso non durano mai il tempo per fare danni. Diverso è invece l'uso che ne fanno i prigionieri (per lo più politici, ma non necessariamente tali, basti vedere gli immigrati rinchiusi in quei lagher chiamati CIE) , ignorati dai più, molti dei quali finiscono anche col morire come conseguenza di questa forma di protesta.

LA NON-VIOLENZA NELLA STORIA

Ma guardiamo alle faccende storiche che più sono care ai non-violenti o che più hanno visto l'uso della non-violenza.
Prima fra tutte, chiaramente, troviamo la nascita della nazione indiana. Ritornando nuovamente al discorso gandhiano e senza dilungarsi, per ovvie ragioni, in analisi storico-politico-antropologiche dell'accaduto, possiamo notare che chiaramente la situazione era ben diversa dalla situazione attuale, infatti l'India era troppo povera e inferiore tecnologicamente per potersi permettere una rivolta armata, al contrario conveniva chiaramente, visto il rapporto di forze, puntare più sul numero che su un discorso di armi o di sommosse violente, dato l'esiguo numero dei colonizzatori rispetto agli autoctoni. Tuttavia questa strategia non-violenta durò solo fino alla cacciata degli inglesi, infatti subito dopo scoppiò la guerra civile [famose le guerre civili per essere non-violente (sarcasmo)], seguita dalla guerra di secessione coi musilmani che diede vita al Pakistan in cui venne assassinato lo stesso Gandhi ecc ecc. La sopravvivenza della società castale è una ulteriore conferma del fallimento dell'esperienza non-violenta, mostratasi incapace d'edificare quei nuovi rapporti umani e sociali, fondati sulla riconoscenza dell'altro. Paradossalmente la non-violenza ha quindi contribuito, contro i suoi stessi intenti, ad accrescere quel sentimento d'acquiescenza e di passività contro cui tanto si scagliava lo stesso Gandhi.
Secondariamente troviamo la stagione di lotte per i diritti civili negli USA. Notiamo però subito una differenza di scopi nelle battaglie, infatti in questo caso lo scopo era abolire l'apartheid per entrare a pieno titolo nella società ambito, non per cambiarla dalle fondamenta. Tuttavia anche nella letteratura non-violenta si riconosce questa stagione di lotte come una stagione senza vittorie rilevanti, visto il razzismo che ancora imperversa negli USA.
Guardando all'altra "grande" lotta, più recente, che ha visto l'uso di metodi non-violenti, (quella degli anni '80 e '90 per i sans-papiers, gli immigrati senza permesso di soggiorno) possiamo notare che non sono sorte divisioni tra i più propensi alla lotta violenta e i più propensi alla protesta non-violenta. Tuttavia le azioni più dure e decise rimangono comunque azioni quali boicottaggi, occupazioni di uffici amministrativi, luoghi dove venivano effettuate le espulsioni, che ora rientrerebbero nelle pratiche più o meno comuni di una parte dei non-violenti, mentre la parte non-violenta ricorreva a procedure legali. Si palesa il dubbio che dietro l'ideologia della non-violenza si celi, in realtà e sempre più, il tabù della legalità.

LA "RIVOLUZIONE DEI GAROFANI"

La "Rivoluzione dei garofani" è un episodio che viene sistematicamente dimenticato quando si cercano esempi storici di non-violenza. Perché questo episodio viene sistematicamente dimenticato? La risposta è semplice, perché a realizzare questa rivoluzione, nonostante non fu necessario sparare nemmeno un colpo, furono dei militanti rivoluzionari, dotati di un esercito, e dotati di una cultura che disdegna la non-violenza. Questo sta ad indicare che più che la cultura, violenta o non-violenta, siano da guardare le condizioni storiche, culturali, sociali, politiche e antropologiche che si presentano al verificarsi di un evento che comporta un cambiamento, di una lotta sociale, di battaglie e via così.

GLI ESEMPI DELLA LETTERATURA NON-VIOLENTA

Nella letteratura non-violenta vengono citati tanti esempi storici per dare forza al pensiero non-violento: la cacciata dello sciò di Persia in Iran, la sconfitta di Milosevic in Serbia ecc ecc. In tutti questi casi tuttavia non vi fu mai un movimento non-violento predominante che determinò il cambiamento, ma vi furono molti movimenti, alcuni anche violenti, che affiancati alle condizioni storico politiche determinarono il successo di questi (in Iran il regime si è decomposto sotto la spinta complessa di movimenti di massa interni, nei quali v'erano milizie armate e gruppi che facevano attentati; Milosevic perse le elezioni, anzi, gruppi paramilitari attaccarono il parlamento dandolo alle fiamme nei giorni in cui il presidente serbo rifiutava l'esito elettorale; le Filippine di Marcos sono state teatro di scontri di piazza con spargimento di sangue, moti, manifestazioni e scioperi; gli zapatisti sono un esercito armato che il 1 gennaio '94 diede vita ad un'insurrezione con numerosi morti, tanto che Marcos porta un passamontagna a significare il suo status di combattente clandestino, gira armato di M16, etc.).

LA NON-VIOLENZA E LA VIOLENZA NELLA COERENZA FINI/MEZZI

L'ipocrisia della non-violenza sta anche nel porsi come metodo etico e coerente per arrivare a determinati risultati, pretendendo quindi di essere l'unica ad essere coerente e di giudicare sbagliati gli altri modi o metodi di lotta. Infatti se si considera l'azione come una messa in forma della morale, qualunque essa sia, i black bloc che devastano i simboli del capitalismo, le tute bianche che a Genova alzavano le mani in segno di resa davanti alla polizia ecc ecc sono esattamente sullo stesso livello.

IL "MALINTESO" DELLA NON-VIOLENZA

In Italia spesso viene chiamata non-violenza una cultura politica che si è costruita sul rifiuto della violenza politica dei movimenti sociali sovversivi degli anni '70. Il rigetto della violenza contro il potere, violenza venuta dal basso, ha segnato questa cultura addomesticata sbilanciandola verso un atteggiamento fin troppo compiacente con le istituzioni, titolari di quella violenza legittima esercitata dall'alto. In questo modo s'è radicata l'idea che legalità e non-violenza fossero, in fondo, la stessa cosa o comunque che si trovassero dalla stessa parte dello schieramento. Un malinteso che ha fatto della non-violenza e del pacifismo come mezzo un comportamento subalterno, addomesticato, fondamentalmente acquiescente all'ordine costituito. In questo caso la non-violenza fa pensare che sia più un modo per mettersi a posto la coscienza, per pulirsela, che non una reale forma di lotta o di protesta.

LA VIOLENZA E LA NON-VIOLENZA COME MEZZI ASSOLUTI

Sicuramente da quanto già visto finora possiamo affermare che la non-violenza ad oltranza, che la non-violenza come metodo d'azione o di lotta sociale in assoluto, non è da prendere come modello unico, virtuoso, assoluto, valido comunque e dovunque, in ogni epoca e in ogni luogo. In questo caso violenza e non-violenza si equivalgono in quanto non esiste un metodo di lotta che vada bene in assoluto, sempre, etc. È innegabile che storicamente la violenza abbia portato risultati, che i più grandi cambiamenti, positivi e negativi, siano sempre stati conquistati attraverso la violenza, sono rari i casi di cambiamenti conquistati esclusivamente con metodi non-violenti. È anche vero, però, che anche i metodi non-violenti possono portare a dei risultati, magari risultati minori, come la sensibilizzazione su un argomento, come piccoli miglioramenti dello stato di cose esistente. Non esiste dunque un metodo universale di lotta, ma bisognerebbe valutare, a seconda delle condizioni sociali e politiche, il metodo di lotta più consono alla battaglia che si sta intraprendendo, sia questo violento o non-violento. I due metodi però possono anche convivere, come nel caso della lotta dei sans-papiers già citata.

VIOLENTI, NON-VIOLENTI E SCOPI DELLE LOTTE

Un altro punto sul discorso violenza e non-violenza sta nel guardare chi può utilizzare i vari tipi di lotta. È innegabile infatti che non tutti sono disposti ad utilizzare metodi violenti per portare avanti delle proteste, delle lotte, ma questo non vuol dire che debbano puntare il dito contro chi, al contrario, è disposto. Una delle strategie più vincenti del potere è, infatti, quella di cercare di isolare i violenti, cosa che peraltro riesce molto bene, ultimamente, anche tra chi non dovrebbe disdegnare l'uso della violenza. In questo modo infatti il movimento si divide, indebolendosi e portando così la lotta ad un fallimento. Non capisco infatti gli strenui sostenitori della non-violenza ad oltranza, che continuano a prendersi delle manganellate senza reagire, come se quella fosse violenza legittima. L'inutilità della non-violenza ad oltranza è data anche dall'ipocrisia del perseguire un fine con un mezzo assoluto, gli scopi infatti sono raggiungibili in modi diversi, a seconda delle condizioni storiche, sociali, politiche e culturali del momento, quindi un risultato raggiunto con l'utilizzo della violenza è pur sempre un risultato raggiunto, i non-violenti, al contrario di quel che fanno, non dovrebbero protestare.

Concludo citando Errico Malatesta:
"Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustifica­bile, la sola che non sia criminale. Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i carat­teri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca e irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibi­lità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle ingiustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui. La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è tempe­rata dalla coscienza che gl’individui presi isolatamente so­no poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l’eredità e l’ambiente; essa non è ispirata dall’odio ma dall’amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri. Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà, si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella vio­lenza... ed è riuscito a renderle incapaci a ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Tura­ti ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès. Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di so­stituirsi a quelle di oggi. Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pen­sare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non li­bertà, s’intende — e si prega i comunisti di non equivocare — non libertà di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri."

martedì 18 gennaio 2011

L'idea di libertà

Dal libro: La Rivoluzione Ecologica "Il pensiero libertario di Murray Bookchin" (S. Varengo) cit., p. 86, 87, 88, 89, 90, 91 [Capitolo 3.2 "L'idea di libertà"].


Per dirla francamente, la libertà non ha "padri fondatori", ma solo liberi pensatori e liberi praticanti. Se avesse tali "padri", avrebbe bisogno anche di becchini che la seppelliscano, perché ciò che è "fondato" è inesorabilmente destinato a morire [17].



Dopo essersi lungamente soffermato sul retaggio del dominio che percorre tutta la storia umana, Bookchin approfondisce il retaggio della libertà [legacy of freedom] che, sviluppandosi parallelo e con­trapposto a quello del dominio, può fornire una base di partenza per la nascita di una nuova società:

Nonostante gli incidenti di percorso, i fallimenti e tutti i disastri che possono alterare il corso dell'evoluzione razionale della società e degli individui, esiste un "retaggio di libertà" [...] una tradizione che avvicina sempre più l'umanità alla libertà e alla consapevolezza di sé, nelle idee e nei valori morali, come nel terreno complessivo della vita sociale [18].

Per comprendere appieno cosa Bookchin intenda con il termine libertà è importante ricordare la distinzione, presente in diverse sue opere, tra l'idea di libertà e quella di giustizia, due termini che, seb­bene siano spesso utilizzati come sinonimi, implicano richieste poli­tiche profondamente diverse:

Voglio operare una distinzione che mi sembra importante: quella tra l'idea di libertà e l'idea di giustizia. I due termini sono stati usati tanto frequen­temente l'uno al posto dell'altro che sono praticamente diventati sinonimi. In realtà, però, la giustizia è qualcosa di profondamente diverso dalla li­bertà, ed è indispensabile che tale differenza venga qui sottolineata. Sul piano storico, le due idee hanno dato origine a conflitti assai diversificati ed hanno postulato opzioni radicalmente differenti, fino ai giorni nostri. La distinzione tra le semplici riforme e le modificazioni fondamentali dell'as­setto sociale corrisponde in gran parte a quella tra la richiesta di giustizia e la richiesta di libertà, nonostante le due richieste, in situazioni di parti­colare mobilità sociale, si siano spesso strettamente intrecciate [19].

Bookchin in particolare sottolinea come alla base dell'idea di libertà e di quella di giustizia vi siano due concezioni dell'ugua­glianza nettamente diverse. La richiesta di giustizia implica infatti la ricerca di un'uguaglianza formale caratterizzata dal "godimento dei benefici dell'esistenza in misura proporzionale al contributo di ciascuno" [20]; essa, basandosi quindi sul principio di equivalenza, non tiene in nessuna considerazione le differenze individuali:

Una pura uguaglianza formale, che ricompensa ognuno "in modo giusto" secondo il suo contributo alla società e che vede ognuno "uguale davanti alla legge" e "con uguali opportunità", occulta in maniera lampante il fatto che il giovane ed il vecchio, il debole ed il malato, l'individuo con poche e quello con molte responsabilità (per non parlare del ricco e del povero nella società contemporanea) non godono affatto di una vera uguaglianza in una società guidata dal principio di equivalenza [21].

L'idea di libertà si fonda invece sulla rivendicazione di un'ugua­glianza sostanziale che compensi le differenze individuali e che si basi quindi sulla ricerca dell'uguaglianza tra disuguali, ben espressa dalla nota massima "da ciascuno secondo le proprie capacità e a cia­scuno secondo i propri bisogni"; la libertà si concretizza dunque, per Bookchin, in una società caratterizzata dai valori della solidarietà, della cooperazione e del mutuo appoggio:

Il tentativo di ugualizzare disuguaglianze inevitabili, di compensare ad ogni livello esistenziale, o quasi, le deficienze frutto di circostanze che sfug­gono alle possibilità di controllo (impedimenti fisici di qualunque tipo o la mancanza di certi diritti per limitazioni dovute a fattori ineluttabili) costi­tuiscono il punto di partenza di una società libera. Alludo qui non soltanto agli ovvi meccanismi compensativi messi in atto per far fronte a situazioni di malattia o impedimento individuale. Parlo anche di atteggiamenti, di un modo di vedere le cose tale da produrre un senso di affetto, di responsabi­lità, di seria preoccupazione per gli esseri umani ed anche per quelli non umani, nella convinzione che le sofferenze, i guai e le difficoltà di questi e quelli possono essere alleviati o rimossi grazie al nostro intervento [22].

Ai fini della comprensione dell'agire umano e della progettazione della nuova società ecologica, Bookchin ritiene fondamentale espli­citare anche l'evidente contrapposizione tra il concetto di libertario e quello di autoritario. Entrambi questi termini, non riferendosi esclusivamente a contrapposte istituzioni sociali, ma indicando anche sensibilità e modi di vedere tra loro antagonisti, giungono a connotare l'intero arco dell'esperienza umana:

Debbo sottolineare che le parole "libertario" ed "autoritario" non si riferi­scono solo a forme antagonistiche istituzionali, tecniche e scientifiche, ma soprattutto a valori e sensibilità antagonistiche, insomma ad epistemologie antagonistiche. La definizione che dò del termine "libertario" è modellata sulla mia descrizione dell'ecosistema: unità nella diversità, spontaneità e rapporti di complementarità privi d'ogni forma di gerarchia e di dominio. Con il termine autoritario mi riferisco alla gerarchia ed al dominio nelle loro varie forme sociali: gerontocrazia, patriarcato, rapporti di classe, élite d'ogni genere ed infine lo Stato, compresa la sua forma socialmente più parassitaria: il capitalismo di Stato. Ma se non vi si includono anche le opposte sensibilità, scienze, tecniche, etiche e le opposte forme della ra­gione in esse implicite, i termini "libertario" ed "autoritario" restano puri termini istituzionali. Si debbono dunque esplicitare al massimo quelle im­plicazioni, così da coprire tutto l'arco esperienziale, se si vuole che la loro reciproca contrapposizione abbia un senso rivoluzionario [23].

Risulta quindi ancora una volta evidente come la nuova società, se vorrà essere ecologica, dovrà orientarsi in senso libertario ed essere caratterizzata da "l'abolizione della gerarchia, la riarmonizzazinne dell'umanità con la natura attraverso la riarmonizzazione degli esseri umani tra loro" [24]: essa dovrà cioè avere alla sua base tutte quelle caratteristiche e quei valori individuati come tipici delle società organiche. La futura società, per essere libertaria, dovrà inol­tre realizzare "il diritto di radunarsi autonomamente, di discutere spontaneamente, di decidere sovranamente" [25], e dovrà adottare i principi del mutualismo, dell'auto-organizzazione, della libertà, dell'azione diretta e del municipalismo libertario. Perché ciò si rea­lizzi, la società futura dovrà rendere possibile non solo la "libertà da" ma anche la "libertà per", non solo la libertà astratta ma anche quella concreta e pratica [26]:

Che la libertà debba essere concepita in termini umani, non animali - in termini di vita, non di sopravvivenza - è abbastanza chiaro. L'uomo non si libera dalle catene della schiavitù e non acquista una dimensione vera­mente umana semplicemente scrollandosi di dosso la dominazione sociale e conquistando una libertà astratta. Deve conquistare una libertà concreta: libertà dai bisogni materiali, dalla schiavitù del lavoro, dalla ne­cessità di dedicare la maggior parte del proprio tempo - cioè, della propria vita - alla lotta per la sopravvivenza. Il grande contributo di Karl Marx alla teoria rivoluzionaria moderna consiste nell'aver compreso che queste sono le premesse fondamentali per la libertà dell'uomo, e nell'aver indi­cato che la libertà presuppone la possibilità di godere del tempo libero, e quindi un benessere materiale tale da togliere al tempo libero il carattere di privilegio sociale. Alla stessa stregua, non bisogna confondere le pre­messe necessarie alla libertà con le condizioni della libertà. Se la libertà è possibile, ciò non significa che essa sia, di fatto, realizzata [27].

Tra i vari aspetti che definiscono in modo più concreto l'idea di libertà, Bookchin indica la libertà di scelta, ovvero la libertà per l'individuo di scegliere sia i prodotti che soprattutto i bisogni, in modo autonomo ed indipendente:

Alla luce della libertà di scegliere prodotti e bisogni, come produttori e come consumatori insieme, è possibile intravedere un più alto ideale di libertà, una libertà che rimuove la tara dell'economicismo e restauri il fondamento etico d'una volta, una libertà ricca delle opzioni aperte dalle conquiste tecniche. Per lo meno potenzialmente siamo di fronte al più ampio concetto di libertà sinora conosciuto: la libertà dell'individuo au­tonomo di modellare la vita materiale in una forma che non sia né asce­tica né edonistica, ma una miscela del meglio di entrambe le cose, unaforma ecologica, razionale ed artistica [...]. Nell'ambito materiale della vita questa è la forma più completa di autonomia umana che si possa mai sperare di raggiungere, come espressione sia di criteri razionali di scelta sia di competenza razionale degli individui a effettuare la scelta. Se crediamo nella competenza dei liberi individui a determinare la politica nell'ambito civile, possiamo ben credere anche nella competenza dei li­beri individui a determinare i loro bisogni nell'ambito materiale [28].

Perché la libertà di scelta sia effettivamente tale, è necessario presupporre che l'individuo abbia "l'autonomia, la capacità morale e la saggezza per scegliere razionalmente" [29], così come la scelta della democrazia diretta presupporrà che ognuno abbia la competenza per prendere decisioni fondamentali riguardanti la vita comunitaria [30].


17. ID., L'ecologia della libertà, cit., pp. 220-221.
18. ID., L'unico e l'umano, "Volontà", n. 2-3, settembre 1994, p. 77 (tit. orig. History, Civilization, and Progress. Outline for a Criticism of Modern Relativism, "Green Perspectives", n. 29, marzo 1994).
19. ID., Per una società ecologica, cit., p. 102.
20. Ibidem.
21. ID., L'ecologia della libertà, cit., pp. 32-33.
22. ID., Per una società ecologica, cit., pp. 105-106. Ovviamente questa "ugualizzazione" delle disuguaglianze non è compito di nessun apparato istituzionale ma deve essere compiuta dalla società intera, così come avveniva nelle società organiche primitive.
23. ID., L'ecologia della libertà, cit., pp. 514-515.
24. ID., Per una società ecologica, cit., p. 169.
25. ID., L'ecologia della libertà, cit., p. 491.
26. Non solo dunque la libertà negativa, ma anche quella positiva: cfr. I. BERLIN, Due concetti di libertà (1958), Milano, Feltrinelli, 2000.
27. M. BOOKCHIN, L'anarchismo nell'età dell'abbondanza, cit., p. 24.
28. Ivi, pp. 326-327.
29. Ivi, p. 119.
30. In questo riconoscimento dell'importanza dell'autonomia del singolo indivi­duo e del valore della libertà di scelta risulta evidente l'influenza del pensiero anarchico nell'elaborazione di Bookchin il quale, in L'ecologia della libertà, scrive: "Se fine del capitalismo o del socialismo è di espandere i bisogni, fine dell'anarchismo è di espan­dere la scelta. Per quanto possa essere tratto in inganno dalla credenza di scegliere li­beramente, il consumatore è eteronomo ed in balia di una necessità inventata; il sog­getto libero, invece, è autonomo e soddisfa spontaneamente i bisogni razionalmente concepiti" (ibidem).

Porto Torres: la marea nera italiana di cui nessuno parla

Fonte: www.greenme.it
di Eleonora Cresci
Foto di copertina: La nuova Sardegna


"Così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno piegando il mare...", cantava Lucio Dalla in una sua famosa canzone. E non ci sarebbero parole più appropriate per raccontare quello che sta succedendo in questi giorni nel Golfo dell'Asinara.

Un disastro ambientale dalle proporzioni ancora non misurabili, che sta avanzando inesorabile nel quasi totale silenzio dei media nazionali (se escludiamo la stampa locale, le associazioni ambientaliste e i siti internet tra cui noi di greenMe.it, che ne abbiamo dato notizia in tempo reale).

Chi scrive è nata e cresciuta in questa terra, la splendida Sardegna di cui si parla tanto in estate quando viene invasa dai vip, ma di cui ci si dimentica troppo spesso quando accadono cose che non interessano lo star system o il turismo di massa.

Ho mosso i miei primi passi nella spiaggia di Platamona, ricordo il litorale immenso, perdibile a vista d'occhio, le scene di vita quotidiana delle persone che fin dalla primavera affollano le spiagge, i cormorani, le impronte dei gabbiani sulla sabbia, le conchiglie. Tutte cose che si continuano a vedere anche oggi, nell'unica oasi di salvezza per noi sassaresi (ma anche portoterresi e sorsesi) che, nella stagione estiva, non amiamo gli ingorghi e le spiagge affollate.

Bene, tutto questo, da martedì scorso, non esiste più. Una fuoriuscita di petrolio, da una delle tubature che portano il carburante dal molo E.On (azienda tedesca produttrice di energia) alla termocentrale di Fiumesanto (Porto Torres), ha danneggiato ben 18 km di costa, inquinando prima il mare e poi le spiagge.

Davanti alle prime immagini ho provato tristezza, che via via si è trasformata in rabbia e indignazione davanti al peggioramento della situazione e al silenzio di media e istituzioni.

Un disastro di dimensioni incredibili e di cui, inspiegabilmente, non si parla. Perché?

Non è la Costa Smeralda, e lo sappiamo bene noi sardi che questo posto lo amiamo e che chiediamo tutela e valorizzazione per il litorale da decenni. No, qua non troverete personaggi famosi, discoteche, yacht. Solo una spiaggia libera lunga chilometri e qualche baretto qua e là in cui si vende Ichnusa e si può mangiare un buon panino.

Per questo forse non importa a nessuno. Ma ora vi svelo una cosa, per chi ovviamente non è pratico della zona: a pochi chilometri di distanza da Platamona troviamo la splendida spiaggia La Pelosa di Stintino, considerata tra le più belle al mondo e, proprio lì davanti, oltre l'Isola Piana, l'Asinara, compresa nell'area del Santuario dei Cetacei, dichiarata protetta da un accordo firmato da Francia, Italia e Monaco nel 1999 e poi ratificato da una legge italiana del 2001.

Sì, proprio quella dove gli operai della Vynils vivono ormai da 326 giorni, altra vicenda di cui si è riusciti a parlare solo grazie all'impegno delle persone comuni che hanno a cuore il futuro di queste famiglie. Un "parco di carta", come lo definisce Greenpeace, dove non esistono norme di sicurezza e limiti allo sviluppo industriale.

Ecco, proprio questi splendidi paradisi sono stati – per ora – risparmiati dal disastro solo grazie al vento di maestrale, che ha trasportato il petrolio verso est, verso Platamona e, in queste ultime ore, Castelsardo.

Forse, dico forse, se la marea nera avesse intaccato queste zone, ora lo saprebbe tutta Italia.

Almeno 18 quintali di petrolio dispersi in mare (ma forse molti di più), una chiazza che ieri (sabato, ndr) è stata avvistata anche vicino alla Corsica (forse il governo francese si muoverà di più?); cumuli di catrame sulle spiagge, che si appiccicano ai piedi degli oltre 150 uomini e donne che in questi giorni stanno ripulendo la zona, che uccidono pesci e penetrano in profondità nella sabbia.

Fino ad ora sono più di 1000 i sacchi raccolti ogni giorno, pieni di "palle gelatinose" di petrolio. Dei 18 km di spiaggia ne sono stati parzialmente ripuliti ad oggi (domenica, ndr) poco meno di 6. Un duro lavoro che difficilmente si concluderà in tempi brevi.

Com'è possibile che non se ne parli? Com'è possibile che un incidente simile sia stato inizialmente sottovalutato a tal punto da permettere che tutto il petrolio giungesse in mare e, successivamente, sulla spiaggia? Di chi sono le colpe?

Vogliamo sapere se ci sono stati ritardi negli interventi, perché i sistemi di prevenzione e di emergenza non hanno funzionato, perché le nostre coste, per l'ennesima volta, non sono state tutelate.

Sono queste le domande che ci stiamo ponendo e vorremmo che qualcuno rispondesse.

Perché non esistono spiagge di serie A e spiagge di serie B, perché un disastro ambientale di tali proporzioni dovrebbe interessare e preoccupare l'intera nazione, e dovrebbe essere punito.

Desideriamo che la nostra terra ritorni a sorridere, che ritrovi la propria dignità, che possa affidarsi ad energie nuove e pulite per crescere, e non essere schiava di petroliere, inquinamenti e interessi economici che poco portano al bene dell'isola.

Chi ha causato questa strage deve pagare. Rivogliamo il nostro mare, i nostri pesci, le nostre dune di sabbia. Ma soprattutto vogliamo delle risposte.

Per chi volesse sostenere la nostra causa, cliccando qui si può iscrivere al gruppo creato su Facebook e leggere la lettera che è stata inviata ai vertici della E.On, alle istituzioni e alle associazioni ambientaliste.

Cliccando qui potete invece vedere il video girato da Lello Cau (Presidente di Sardegna Ambiente) due giorni dopo il disastro ambientale di Porto Torres.

Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

A caccia di cibo

A caccia di cibo
L'uomo moderno come si procura il cibo?

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