Mini-presentazione

Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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venerdì 30 dicembre 2011

Green - L'olio di palma

Agghiacciante e silenzioso documentario che ricalca il percorso di produzione di una materia prima: l'olio di palma.
L'estrazione di quest'olio comporta gravi e grossi danni ambientali, pesante modifica (e morte) di un ecosistema, in cui ovviamente vengono anche messi a rischio gli animali. Il documentario non è solo una critica a tutto ciò che deriva dalla produzione di quest'olio, ma anche alla società moderna e consumista in generale. L'uomo pensa a produrre e a consumare, senza porsi alcuna domanda su ciò che sta facendo.
Cosa fare nel proprio piccolo e quotidiano: boicottare semplicemente.
L'olio di palma può essere ovunque. Controllate sull'etichetta gli ingredienti o chiedeteli al venditore direttamente. Diffidate della dicitura "olio vegetale" perché è troppo generica e può significare che quell'ingrediente può comprendere diversi olii tra cui anche quello di palma. Quindi in sostanza preferite i prodotti che tra gli ingredienti contengano olii di qualità ben specificata (es. olio d'oliva, di girasole, di soia, di lino ecc...).
Ma non bisogna guardare solo ai prodotti alimentari, ma a molte cose che ci circondano. Il legno è sempre un problema, dato che implica deforestazione selvaggia; i 'biocarburanti' e gli alimenti 'biologici'(e ritornando ai prodotti biologici, anche su quelli bisogna tenere l'occhio ben aperto) possono contenere questi prodotti di morte, ingannando il consumatore.
Tutto è finalizzato al profitto monetario, a discapito del pianeta Terra e de* nostr* fratelli e sorelle animali.

Il video è visibile per intero su YuoTube: http://www.youtube.com/watch?v=CFEn5rBOddY

mercoledì 28 dicembre 2011

Noi siamo l'1%

fonte: http://www.finimondo.org/node/522

Vi abbiamo visti. Vi abbiamo sentiti. Oramai siete dappertutto. Sappiamo chi siete. Siete quel 99% che protesta contro gli eccessi del capitalismo e gli abusi dello Stato. Siete il 99% che pretende riforme elettorali, alternative sociali, sussidi economici e misure politiche. Siete il 99% angosciato di perdere il proprio futuro, di non essere più in grado di vivere come ha fatto finora: un posto di lavoro, uno stipendio, un mutuo per la casa, una pensione. Tirare a campare, come minimo. Fare carriera, come massimo. È questo che chiedete. Non volete pagare la "crisi", volete che tutto torni come prima. Che nessuno spenga gli schermi che giorno dopo giorno hanno prosciugato la vostra vita di ogni significato ed emozione, condannandola alla tristezza della sopravvivenza. E tutto questo lo chiedete ai governi e alle banche. Perché la democrazia è: governanti che non siano interessati al potere ma al bene comune, banchieri che non siano interessati al profitto ma alla felicità della popolazione. Come nelle favole, come nei film.
In attesa di un lieto fine che tarda ad arrivare, non tollerate che qualcuno non condivida la vostra allucinata rassegnazione. Da Madrid ad Atene, da Roma a Portland, siete pronti a fermare, denunciare e bastonare quegli arrabbiati che nelle istituzioni non vedono le garanti della libertà ma le cause della miseria e dell'oppressione. La vendetta l'apprezzate solo nella finzione cinematografica, tolta la maschera le preferite la sottomissione. Davanti ad una società odiosa quanto putrefatta vi battete in favore di una protesta civile, misurata, educata. Una protesta che rimanga sempre alla vostra altezza: in ginocchio.
Adesso sappiamo chi è quell'1% che tanto odiate. Con i vostri cordoni, con i vostri servizi d'ordine, con le vostre delazioni, avete fatto capire a tutti chi è il vostro vero nemico. Non è certo la classe dirigente, a cui vi rivolgete con rispetto. Siamo noi. Noi, che non abbiamo uno Stato da difendere né da migliorare. Noi, che non abbiamo un mercato da proteggere né da sfruttare. Noi, che non vogliamo esercitare né subire alcuna autorità. Noi, per cui la vita non è riducibile ad un cartellino da timbrare o ad un conto corrente da salvaguardare. Noi, per cui la crisi non è nata con le recenti speculazioni in Borsa, o con l'incapacità di chi siede oggi in Parlamento, ma col vivere in questo stesso ordine sociale in tutti i suoi aspetti. Noi, per cui tutti i giorni sono precari in questo mondo che non abbiamo voluto, in cui non ci siamo mai riconosciuti, e che ci soffoca.
Non vogliamo avere nulla a che fare con il vostro 99%. Con la vostra rivendicazione di un capitalismo moderato e di uno Stato corretto. Con il vostro incedere politico che riduce il potere e il privilegio alle dimensioni di una carta di credito. Con il vostro campeggio urbano da nostalgici boyscout. Con la vostra identificazione di un avversario, l'origine della "ingiustizia", sempre più sfumato, immateriale e lontano dalla nostra portata. Con le vostre braccia sempre più accoglienti nei confronti di politici, industriali e guardiani, e sempre più vigorose contro i ribelli. Con le vostre azioni sempre più deboli che sono diventate solo un tiepido intervallo allo status quo. No, non vogliamo le vostre riforme, il vostro collaborazionismo, i vostri lavori alienanti, le vostre sinistre rivendicazioni riscaldate talmente tante volte da essere vomitevoli.
Noi sappiamo quali sono le cause reali delle sofferenze che subiamo: la sete di potere, il culto del denaro, ma anche l'obbedienza che pretendono e ottengono. Queste cause vengono perpetuate nelle vite quotidiane degli esseri umani, dalle azioni, dai gesti, dai rapporti che si intrecciano all'interno di una società in cui ci sentiamo stranieri ovunque. E queste cause – che devono essere rifiutate, disertate, demolite – hanno trovato albergo nel vostro movimento. Non ci siamo mai sentiti a nostro agio nel 99% della nostra vita moderna, trascorsa a fare la fila per elemosinare briciole, eppure voi insistete nel difendere il 99% del problema. Ci prenderemo le nostre possibilità altrove. Attraverso le speranze, i sogni e le azioni che hanno guadagnato la vostra condanna.
Voi, continuate pure la vostra attraversata nell'oceano dell'indignazione universale. Alzate le vostre vele passando le funi a burocrati e poliziotti. Condividete lo spazio e l'aria con la feccia che ha reso la vita su questo pianeta così invivibile. Andate dritti verso un nuovo domani, con la stiva ancora piena della merda di ieri. Non saliremo sulla vostra nave, caso mai ne discenderemo. E rimarremo sulle nostre zattere da voi così disprezzate, perché troppo piccole e leggere.
Ma fate attenzione. Un vascello che viaggia con a bordo i nostri nemici è un'occasione troppo bella per farsela sfuggire. Ridete? Non ci temete perché non abbiamo la forza per darvi l'arrembaggio? Ci avete frainteso. Noi non siamo interessati al vostro oro, non vogliamo affatto conquistarvi. Noi vogliamo farvi affondare con tutto il vostro carico di morte. Per riuscirvi non occorre una flotta maestosa, basta un brulotto. Piccolo e leggero.

domenica 4 dicembre 2011

Resoconto di un'assemblea con compagno greco, più considerazioni‏

Vi proponiamo un resoconto scritto di un'assemblea all'incontro organizzato dalla FAI con un compagno comunista libertario greco.

Intendo fare un resoconto, non proprio striminzito, di quel che ha detto il compagno, seguito da una o più mie riflessioni.
Detto questo non pretendo certo di essere oggettivo, in quanto è decisamente impossibile, ma cercherò comunque di essere il più fedele possibile a quel che ha detto o comunque a quello che IO ho recepito e percepito dell'incontro.
Se l'argomento o il resoconto non vi interessa, quindi, cancellate pure la mail che fate anche prima.

Detto questo a fine lettura se pensate che possa interessare a qualcun altro, giratela senza problemi, magari togliendo la mail e mettendo il classico "ricevo e diffondo", non per altro, ma perché mi sta semplicemente sul cazzo che la mail giri al di fuori di quelli che conosco.

Premetto che l'incontro si è svolto in una modalità che non ho trovato particolarmente funzionale e consona, in quanto il compagno greco era a parlare (in inglese) da una cattedra con una ragazza che faceva da interprete e traduceva. Il tutto creava quindi un senso di divisione dovuto all'apparente dicotomia professore-studenti, quindi alla fine di tutto molte possibilità di interventi sono stati tagliati dall'atmosfera non tra pari, ma quasi di lezioni.
Ma questa è una mia impressione e l'ho messa come precisazione all'inizio.

Passiamo quindi al resoconto vero e proprio.
Il compagno greco ha premesso che tutto quel che dirà si riferisce ad Atene, in quanto la sua esperienza è quella, che vale per tutta la Grecia, anche, ma che non può parlare per tutto il resto della Grecia in quanto magari tempi, modalità e dati sono diversi, sia per quanto riguarda la situazione sociale, sia politica.
Ha quindi iniziato descrivendo la situazione greca attuale, che non è assolutamente come ce la descrivono giornali telegiornali e merde varie (che novità), ma molto più critica.
Alcuni stipendi sono infatti stati bloccati sin dalla crisi delle banche del 2010. Metà degli edifici, ad Atene, non ha il riscaldamento, e il 5/10% delle famiglie, non riesce a pagare bollette di 100/200 euro a bimestre. I salari e le pensioni sono stati tagliati in alcuni casi fino al 40%, sono stati aboliti i contratti collettivi, e si è diffuso in maniera molto significativa il lavoro precario a discapito di quello a tempo indeterminato. In alcune zone di Atene sono stati chiusi tutti gli asili nido e le scuole musicali per mancanze di fondi. La qualità della vita sta peggiorando sensibilmente.

Ha quindi fatto un resoconto della storia recente del movimento anarchico greco, da metà anni '90 ad oggi, per comprendere meglio i fatti.
Nel 1996/1997 vi fu un grosso cambiamento nel movimento anarchico (tuttavia purtroppo non ricordo di preciso in cosa consiste dato che non sono riuscito a prendere appunti sull'argomento).
Nel 1997/1998 le attività anarchiche, fino ad allora concentrate nel centro città, iniziano a spostarsi da lì ai quartieri in cui vivono e lavorano, quelli periferici.
L' attenzione viene focalizzata sulle questioni territoriali, in particolare questioni ecologiche e ambientali, in particolare sono importanti e significative alcune lotte come quelle contro la privatizzazione dei parchi (volevano in qualche caso addirittura recintare un parco e far pagare un pedaggio a chi entrava manco fosse un cazzo di museo o una cazzo di autostrada) e contro la costruzione di alcune grosse centrali elettriche. Per avere situazioni vittoriose gli anarchici iniziano quindi a rapportarsi con e a stabilire assemblee nei vari quartieri.
Gli anarchici continuano comunque la loro attività di anarchici al di fuori di queste assemblee, nei rispettivi gruppi. Portano avanti quindi le due attività in parallelo.
Queste assemblee erano caratterizzate dalla rifiuta dei leader, delle istituzioni, e dal fatto che le decisioni venivano prese tramite democrazia diretta.
Per meglio tener fede a queste caratteristiche, quindi, ogni singolo componente delle assemblee vi partecipava in quanto singolo, in quanto individuo, non come facente parte di un gruppo o di un partito e via così, anche se gli era riconosciuta l'appartenenza a questo o a quello, il tutto per rispecchiare il più possibile il reale pensiero di chi ne fa parte, senza che ci siano delle manipolazioni da parte di qualcuno. Gli argomenti infatti venivano discussi solamente in assemblea, e non venivano discussi precedentemente, in modo da far emergere realmente il proprio pensiero e non avere una posizione unitaria in quanto gruppo.
Le lotte, che iniziano a prendere sempre più piede, vengono represse sempre più duramente, e in qualche occasione finiscono anche in scontro fisico.
Nel 2003/2004 vi sono varie vittorie di queste lotte, e quindi viene riconosciuta la validità del metodo dell'azione diretta, della validità di queste assemblee, ma non solo, viene riconosciuta anche la "pericolosità" (per la "società civile") di queste assemblee, proprio per la società stessa. Le lotte si fanno quindi sempre più radicali e si spostano sempre di più dal piano istituzionale al piano locale e diretto.
Il compagno greco fa quindi una breve digressione sulle situazioni organizzate in Grecia. Precisa che il movimento libertario greco che non è mai stato un movimento sociale, storicamente parlando. In seguito precisa che il partito comunista greco, fin dalla nascita, negli anni '20, è sempre stato stalinista, e ha sempre e continua ad avere un ruolo di pacificatore sociale e di livellatore delle lotte (i nostri disobbedienti, sindacati, pacifinti e feccia varia, insomma). Per quanto riguarda le situazioni organizzate della "sinistra" più o meno antagonista, quindi, ci sono o gli anarchici, o gli stalinisti (partito comunista e tutta la galassia di partitini gruppuscoli sindacati ecc ecc che gli gira attorno). Vi sono poi i gruppi più piccoli, che però poco incidono o fanno nel territorio, e i vari "cani sciolti".
Data la validità dimostrata dalle recenti lotte del metodo assembleare e dell'azione diretta, queste assemblee sono sempre più frequenti e tutte o quasi le questioni locali vengono trattate tramite le assemblee locali.
L'unico movimento, in quanto tale, che partecipa è presente e lavora sul territorio era quindi quello anarchico.
Un altro carattere molto interessante di queste assemblee che viene sottolineato è la loro temporaneità: le assemblee trattano infatti solamente un tema, e quando lo scopo di questa assemblea viene a mancare l'assemblea si scioglie.
Una svolta significativa si ha nel 2008, quando il 6 dicembre viene ucciso dalla polizia con un colpo di pistola Alexis Grigoropoulos, ne scaturiscono violente rivolte in tutta Atene e anche in altre città della Grecia. Gli anarchici hanno fin da subito un ruolo fondamentale in tutto ciò.
Durante queste rivolte, tutti gli obiettivi sensibili, come le stazioni di polizia, le banche ecc. ecc. vengono attaccati duramente. Proprio per questo motivo si è pensato di allargare la lotta fino ai proprio luoghi, quindi ai quartieri più periferici.
Vengono quindi occupati vari edifici istituzionali e municipali in varie zone ateniesi. Queste occupazioni sono aperte a tutti e iniziano ad ospitare anche le assemblee locali.
Si cerca quindi di spiegare a chi partecipa alle occupazioni e di dare un senso politico alle rivolte che molti di questi hanno visto solamente tramite le televisioni o i giornali.
Nascono di conseguenza le prime assemblee che trattano di più temi, proprio in questi luoghi. Si evolvono quindi le assemblee e da temporanee e monotematiche diventano periodiche e si interessano di vari temi.
Pochi giorni dopo, il 22 dicembre sempre del 2008, succede un altro grave fatto, Konstantina Kuneva, rappresentante sindacale, viene sfigurata con dell'acido solforico durante una rivendicazione sindacale dal proprio datore di lavoro. L'aggressione è molto sentita, tanto che le rivolte e le azioni anarchiche (ma non solo) successive, sono tutte incentrate su due temi, questo attacco e la repressione sistemica.
Per questo e per altri motivi (tra cui la qualità della vita sempre peggiore) l'attenzione delle assemblee e delle lotte si spostano spontaneamente sempre più dall'interesse locale fino all'interesse di classe.
I partecipanti delle assemblee sono quindi legati tutti assieme e accomunati dall'essere persone oppresse, sfruttate, precarie ecc. ecc. (il compagno racconta allora un aneddoto avvenuto nella sua assemblea di quando un partecipante chiese di discutere sul perché durante le rivolte erano stati distrutti dei negozi, gli venne chiesto perché voleva che se ne discutesse ancora, lui spiegò che aveva due negozi e durante le rivolte vennero distrutti, gli venne quindi detto che se aveva due negozi non era nella stessa condizioni degli altri quindi poteva anche andarsene dall'assemblea, e se ne andò).
Dal 2009 le assemblee locali iniziano quindi a partecipare agli scioperi generali indetti dai sindacati, non per un effettiva adesione allo sciopero, ma come occasione per fare qualcosa, per portare i propri argomenti in piazza.
Fino ad oggi almeno 5 o 6 assemblee locali, solo ad Atene, partecipano regolarmente anche ad eventi e lotte non locali.
Oggi si possono contare almeno 35/40 assemblee locali in tutta Atene. E le assemblee locali, possono essere paragonabili, in quanto a forza e a diffusione, ai sindacati.
Le assemblee iniziano quindi ad aprirsi anche a persone non politicizzate.
In giugno, durante uno sciopero generale, le assemblee si organizzano autonomamente e cercano di isolare il parlamento. Il successo è alto, ma la repressione è molto elevata e la polizia carica brutalmente.
Per questo il movimento, che fino ad allora aveva ancora alcune caratteristiche non violente, cambia sensibilmente il punto di vista e si radicalizza e organizza sempre di più.
La risposta del governo alla crisi economica si fa sentire con manovre non proprio leggere (si propone per esempio di pagare varie bollette tutte insieme e famiglie che quindi non riescono a pagare bollette di 80/100 euro dovrebbero pagarne di 500). Alcune assemblee decidono quindi di non pagare più le bollette (il tutto indipendentemente dai partiti).
Il compagno a questo punto da una piccola digressione per precisare che l'attività degli anarchici è molto elevata, ma che molto spesso agli occhi esterni non si vede, un turista che va ad Atene infatti può notare che gli unici manifesti con la A cerchiata che trova per la strada riguardano solamente gli argomenti da sempre cari agli anarchici quali l'antifascismo, la repressione, i prigionieri politici e gli "attacchi notturni". Tutto quel che riguarda la crisi infatti, viene trattato dalle assemblee locali, di cui gli anarchici fanno parte.
Le assemblee, fino ad allora sempre incentrate su un discorso di resistenza, iniziano a pensare anche a modi di "attacco".
Si cerca quindi si portare le assemblee ad un livello altro, ad un livello alternativo alle istituzioni, ad un livello controistituzionali e contrapposte alle municipalità.
Alcune assemblee cercano quindi di avere un riconoscimento controistituzionale, come alternativa ad esse.
Dato il peggiorare continuo della qualità della vita si inizia a pensare anche a modi alternativi di vita, se per un certo punto di visto pratiche come l'occupare case a scopo abitativo era già diffusa si comincia a pensare a come avere l'energia senza riuscire a pagare le bollette, a come procurarsi il cibo senza dover andare ai supermercati (aggiungo io che gli espropri ultimamente si fanno sempre più frequenti quindi direi che un metodo l'hanno trovato) e via così.
Gli viene quindi chiesto di spiegare cos'è successo il 20 ottobre.
Premettendo che è necessariamente un resoconto soggettivo e non oggettivo parte quindi con lo spiegare un attimo la situazione generale.
La situazione della popolazione, per quanto riguarda la quantità di quelli che lottano, non è tanto diversa dalla nostra. La società infatti si divide in due categorie, quelli che lottano socialmente, che lottano in strada ecc. ecc., e quelli che invece non credono nelle lotte sociali.
Al contrario la situazione è molto diversa qualitativamente. Infatti lo Stato, tramite i Media, cerca di scoraggiare alla lotta e identifica tutti quelli che partecipano alle lotte come i nemici, di conseguenza chi lotta è sempre più radicale.
I partiti, come al solito, basano la loro strategia sulle elezioni, sulla rappresentatività, sulla delega, quindi le persone per strada li vedono come parte del sistema, come parte del problema. Chi lotta vede quindi gli anarchici come gli unici con una prospettiva seria. I partiti sono quindi ormai senza partecipazione e sono usciti dalla lotta in prima persona, dalla lotta "di strada".
I partiti, fino ad ottobre, avevano sempre organizzato le loro cose di piazza in luoghi e tempi diversi rispetto al resto alle assemblee.
I membri stessi dei partiti infatti arrabbiati pure loro per la situazione critica, iniziano a perdere fiducia nel partito.
Visto il successo della partecipazione del giugno quando si tentò di isolare il parlamento, i sindacati e i partiti decidono quindi di dichiarare sciopero generale e di isolare anche loro il parlamento.
Tuttavia un parlamentare del partito comunista dice, quando intervistato, che intendono lasciar entrare i parlamentari in parlamento, e lasciare che vengano persuasi dalla forza e dal numero delle persone in piazza.
Per fare ciò si mettono quindi tra la piazza e il parlamento, schierati con caschi e bastoni, e non lasciano passare nessuno, anzi alcuni dicono che addirittura colpivano e consegnavano agli sbirri chi provava a passare (ricorda qualcosa?).
Le assemblee e gli altri cercano quindi di andare dal parlamento ma si trovano questo blocco creato dal partito comunista e dalla galassia che gli gira attorno. Gli anarchici non sono pronti allo scontro, dato che non sono andati organizzati, ma assieme alle assemblee. Si decide quindi di rimanere ad oltranza in piazza finché il partito comunista non se ne va. Tuttavia il partito comunista rimane, anche dopo che gli fu chiesto di andarsene. Nasce di conseguenza uno scontro tra alcuni anarchici (ma non solo) e i "poliziotti rossi" (termine usato dal greco), inizialmente lo scontro è quindi decisamente impari e sembra perso in partenza, tuttavia vista la situazione tutti gli altri della piazza intervengono in favore degli anarchici e tutto quello che era stato preparato per la polizia, comprese alcune molotov, fu lanciato ai "red cops". Il partito comunista perde pesantemente lo scontro quindi, e la polizia interviene per salvarli.
Un giornale comunista e un gruppo trockijsta si schierano a favore del partito comunista e attaccano con dichiarazioni pesanti gli anarchici (anarcofascisti ecc ecc, anche qua nulla di nuovo per noi).
Questa è un ottima dimostrazione del fatto che il partito comunista sia decisamente un nemico dei cambiamenti sociali.
Il compagno precisa quindi che l'attività sindacale sta calando sempre di più, il tutto dovuto anche al fatto che nei posti di lavoro ci può essere solo un sindacato, e quindi, anche per la forte precarietà del lavoro, non si è legati molto a un sindacato, ma piuttosto alle assemblee, appunto.
Inoltre l'importanza delle assemblee è elevata, dato che focalizzano la propria attenzione su problematiche reali e non sui falsi problemi dei nazi o dei partiti di estrema destra (ma non solo di estrema destra, aggiungo io). Chi partecipa alle assemblee infatti è perché ha bisogno di questo, perché si trova in difficoltà.
A seguito di ciò il compagno precisa che in Grecia non ci sono anarchici "non violenti", perché sanno che per ottenere dei risultati in alcuni casi è necessaria la violenza con tutto ciò che ne consegue, attacchi notturni molotov e quant'altro.

Questo è il resoconto più o meno preciso.
Dopodiché faccio una precisazione mia, prevedibile contando che l'incontro è stato organizzato dalla FAI, ma che mi ha fatto girare un po' i coglioni.
Alla fine il compagno ha precisato che l'organizzazione delle assemblee è attualmente informale, nel senso che non è riconosciuta, alle volte temporanea, che non è federata, che si basa su gruppi di affinità (e fin qui tutto bene, dato che è tutto parecchio funzionale direi) ma poi ha specificato a seguito dei brusii scaturiti dal termine "informale" che non è per Bonanno.
Questo mi ha fatto girare un po' i coglioni non tanto perché sia un fan di Bonanno (dato che non lo sono, anche se è innegabile che abbia detto parecchie cose interessanti, condivisibili o meno che siano), quanto più che altro perché questo mi ha fatto capire quanto anche in certi ambienti anarchici ci si lasci parecchio manipolare dai media vari e tendano a dividere e discriminare altre aree fossilizzandosi solamente (o quasi) sul discorso propagandistico (che brutta, bruttissima parola) tralasciando completamente o in parte l'azione. Inoltra mi ha fatto girare i coglioni anche perché questo odio verso Bonanno non è dovuto all'averlo letto e a non condividere ciò che ha scritto (perché in effetti quel che è stato fatto ha moltissimi punti di contatto con ciò che è stato fatto li, basti vedere i gruppi di affinità, le assemblee locali, la non federazione ecc ecc) quanto più per un pregiudizio precedente e per una contrapposizione "anarchici buoni"/"anarchici cattivi" che porta a mio avviso a un' immobilità di fondo.

Preciso anche che molto di quel che ha precisato il compagno per quanto riguarda l'evoluzione e il modus operandi sia dei compagni che assembleare che della repressione precedentemente descritto mi ha molto ricordato la situazione in Valle per la lotta contro il TAV.

Detto questo a voi le riflessioni.

Saluti.

venerdì 16 settembre 2011

END:CIV - La sistematica distruzione della Terra


Documentario diretto da Franklin Lopez.


END: CIV esamina la nostra cultura di violenza sistematica allo sfruttamento ambientale, sonda l'epidemia risultante dei paesaggi avvelenati e delle nazioni traumatizzate. Basata in parte su Finale di partita, il libro best-seller di Derrick Jensen,
END: CIV chiede: "Se la vostra patria è stata invasa dagli stranieri che
tagliano le foreste, avvelenano l'acqua e l'aria, e contaminano l'approvvigionamento di cibo, resisterete? "
Le cause alla base del crollo della civiltà sono generalmente riconducibili a un uso eccessivo di risorse. Mentre scriviamo questo, il mondo è avvolto dal caos economico, picco del petrolio, cambiamenti climatici, degrado ambientale, e disordini politici. Ogni giorno, il re-hash titola storie di scandalo e di tradimento della fiducia pubblica.
Ma gli atti di coraggio, compassione e altruismo abbondano, anche nei luoghi più danneggiati. Documentando la resistenza delle persone più colpite dalla guerra e dalla repressione, e l'eroismo di quelli a venire in avanti per affrontare la crisi a testa alta,
END: CIV illumina una via d'uscita da questa follia che tutto consuma in un futuro più sano.
Sostenuto dal racconto di Jensen, il film ci invita a comportarsi come se si ama veramente questa terra. Il film girato a ritmo serrato, utilizzando la musica, filmati d'archivio, motion graphics, animazione, farsa e satira a decostruire il sistema economico globale, anche perché implode attorno a noi.
END: CIV illustra le storie in prima persona di sacrificio e di eroismo con aromi intensi, immagini emozionante con un approccio poetico e intuitivo di Jensen. Scene girate nei paesi che forniscono intermezzi di bellezza naturale mozzafiato accanto ad elementi di prova chiara di distruzione terribili.
END: CIV presenta interviste con Paul Watson, Waziyatawin, Gord Hill, Michael Becker, Peter Gelderloos, Lierre Keith, James Howard Kunstler, Stephanie McMillan, Qwatsinas, Rod Coronado, John Zerzan e altro ancora.
"Una critica feroce della violenza sistematica e della civiltà industriale, di scadenza: Civ non è previsto per gli ambientalisti di giardino-varietà. Se sei ovunque al di sotto, diciamo, un 8 su quella scala mobile di incazzato, allora questo film sta per spaventare voi. -- Il che significa che si dovrebbe guardare
http://endciv.com
Docu-Film con Sottotitoli italiano:
http://vimeo.com/23341662




martedì 13 settembre 2011

La sinistra e la sua dittat... democrazia


Dalla mailing list di un gruppo della mia zona che sto cercando di conoscere, copiano-incollano una mail che viene inoltrata ad uno di loro e chiedono un parare.


Si tratta di un iniziativa sociale nazionale portata avanti da certi promotori (qui le firme di questi), finalizzata a creare una nuova democrazia.

Da quel che ho capito, l'iniziativa parte dall' Assemblea nazionale indetta da Roma Bene comune il 10 settembre, la quale propone una nuova assemblea per 1° ottobre riguardante un appello: “dobbiamo fermarli”.

Ho esternato la mia prima impressione con una breve critica ai loro 5 punti fondamentali (cliccare il link precedente).


Analizziamo le 5 proposte:

1) Che significa non pagare il debito? In che modo? "Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie." Si, e poi andiamo in corteo con fascisti e complottisti. Qui ancora crediamo nei valori dello Stato democratico. Bella storia! "Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale [...]" venite a dirlo a quell'operaio edile quale è mio padre. Non c'è più bisogno di riforme economiche, ma di rivoltare l'intera società. "Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali." E chi glielo impone? Mago Merlino? Le multinazionali sono gli effettivi padroni, gli Stati sono dei semplici burattini.

2) Ottimo punto, ma quindi ogni altra spesa va bene e la lasciamo stare? No. Inoltre come facciamo a tagliare le spese e far ritirare ogni truppa? Bisognerebbe per forza di cose CHIEDERE ai rappresentanti nazionali di fare A NOI questo bellissimo piacere. E sinceramente dubito molto che questo avvenga. Non si pensa, tra l'altro, che le forze militare che rientreranno, dovranno pur sopravvivere e verrà mantenuto il loro stipendio (seppur misero, ma questo poco ci importa): sono, ad ogni modo, soldi buttati/regalati. Ragionando in senso riformista, sarebbe comunque più utile eliminare la classe delle truppe da guerra.
"Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale." Io la vedo come una dichiarazione di guerra.

3) La giustizia si fa da se, non la fanno gli organi statali e capitalisti. I discorsi sui diritti poi non sarebbero neanche da fare: gli uomini sono legati prevalentemente da rapporti di sudditanza, creati grazie al concetto del diritto e dello Stato, questi ultimi sono cause estranee a noi individui e ci rendono schiavi. Bisogna distruggere i rapporti esistenti che conosciamo. Cito: "Il diritto, come volontà della società, regola i rapporti tra gli uomini in quanto volontà del dominatore; tramite la legge e quindi il diritto, lo stato, sotto la maschera di mediatore, imprime la sua stessa volontà, e il suo dominare è un tenere sotto controllo, per cui il suo nemico più pericoloso è la volontà personale"
Torno a riprendere dal testo: "Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori." Che senso ha? Tanto vale autogestirsi ora! Il resto sono tutto un risultato di masturbazioni mentali fatte con la mano sinistra.

4) Ok, tutte cose bellissime, ma perchè non fare senza l'inutile istituzione di uno Stato democratico? ...

5) La corruzione esisterà finchè ci sarà un sistema economico che divide le persone e crea delle disuguaglianze sociali. "Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente." Ma stiamo riesumando quale dittatore? "Dovranno essere abbattuti [..] alti burocrati." D'accordissimo. Iniziamo a distruggere lo Stato. Ecco la fregatura! "Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari." Questi arrivano a proporre una sottospecie becera forma di democrazia diretta... "E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi." Così i lavoratori potranno scegliere come tornare a casa amamzzati, bhè, almeno c'è il diritto di voto! "Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica" BLABLABLA. Quante parole che in verità nascondo qualcosa di superfluo.
"La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario." Il loro comune avversario non è altro che un entità morale. E nulla di concreto.

venerdì 9 settembre 2011

Sull'anarchismo epistemologico

Scritto da Paul K. Fereabend
Fonte: ecologiasociale.org/



l contrassegno dell'anarchismo politico è la sua opposizione all'ordine delle cose costituito: allo stato, alle sue istituzioni, alle ideologie che sostengono e glorificano tali istituzioni. L'ordine costituito dev'essere distrutto, così che la spontaneità umana possa emergere ed esercitare il suo diritto di iniziare liberamente un'azione, di scegliere liberamente quel che crede meglio. Di tanto in tanto si desidera andar oltre non solo alcune circostanze sociali ma oltre l'intero mondo fisico, che ci appare corrotto, irreale, effimero e di nessuna importanza. Questo anarchismo religioso o esactologico nega non soltanto leggi sociali, ma anche leggi morali, fisiche e percettuali, e considera un modo di esistenza che non è più legato al corpo, alle sue reazioni e ai suoi bisogni. La violenza, sia essa politica o spirituale, svolge un ruolo importante in quasi tutte le forme di anarchismo. La violenza è necessaria per superare gli impedimenti eretti da una società ben organizzata, o dai propri modi di comportamento (percezione, pensiero ecc.) ed è benefica per l'individuo, in quanto libera le sue energie e gli consente di rendersi conto delle forze di cui dispone. Libere associazioni, nelle quali ciascuno fa ciò che è più adatto alle sue capacità, sostituiscono le istituzioni fossilizzate del perioro e non si deve consentire ad alcuna funzione di fissarsi: "il comandante di ieri può diventare un subordinato di domani". L'insegnamento deve fondarsi sulla curiosità e non sul comando e il docente è chiamato a stimolare questa curiosità e non a fondarsi su un metodo fisso. La spontaneità regna suprema, nel pensiero (percezione) oltre che nell'azione.

Uno fra i caratteri notevoli dell'anarchismo politico postilluministico è la sua fede nella "ragione naturale" della specie umana e il suo rispetto per la scienza. Questo rispetto è solo raramente un atteggiamento dettato dall'opportunismo: si riconosce un alleato e ci si congratula con lui per renderlo felice. Per lo più esso si fonda sulla convinzione genuina che la scienza pura non adulterata fornisca un'immagine genuina dell'uomo e del mondo e produca potenti armi ideologiche nella lotta contro l'ordine solo apparente del tempo.

Oggi questa fede ingenua e quasi infantile nella scienza è messa in pericolo da due sviluppi.

Il primo sviluppo consiste nell'avvento di nuovi genere di istituzioni scientifiche. Contrariamente alla sua antecedente immediata, la scienza del tardo XX secolo ha rinunciato a tutte le sue pretese filosofiche ed è diventata un'attività economicamente importante, che plasma la mentalità di coloro che la praticano. Un buon stipendio, una buona posizione rispetto al capo e ai colleghi nella propria "unità" solo le principali ambizioni di queste formiche umane, le quali eccellono nella soluzione di piccoli problemi ma non riescono a dare un senso a tutto ciò che va oltre il loro ambito di competenza. Le considerazioni umanitarie sono pressochè ignorate e lo stesso vale per ogni forma di progressismo che vada oltre i miglioramenti locali. I risultati più gloriosi ottenuti dalla scienza del passato sono usati non come strumenti di illuminazione ma come mezzi di intimidazione, come è emerso in alcune discussioni recenti concernenti la teoria dell'evoluzione. Se qualcuno riesce a far compiere alla scienza un grande passo avanti, gli specialisti saranno pronti a trasformare la scoperta in una clava con la quale constringere tutti gli altri a sottomettersi.

Il secondo sviluppo concerne la presunta autorità dei prodotti di questa impresa sempre mutevole. Un tempo si pensava che le leggi scientifiche fossera ben stabilite e irrevocabili. Lo scienziato scopre fatti e leggi e aumenta costantemente la quantità delle conoscenze sicure e indubitabili. Oggi abbiamo riconosciuto, principalmente in conseguenza dell'opera di Mill, Mach, Boltzmann, Duhem e altri, che la scienza non può dare alcuna garanzia del genere. Le leggi scientifiche possono essere rivedute, spesso risulta che esse sono non solo localmente scorrette ma interamente sbagliate, facendo asserzioni su entità che non sono mai esistite. Ci sono rivoluzioni che non lasciano intatta una pietra, che non lasciano incontestato alcun principio. Sgradevole all'aspetto, infida nei suoi risultati, la scienza ha cessato di essere un'alleata dell'anarchico ed è diventata un problema. L'anarchico dovrebbe forse abbandonarla? Dovrebbe usarla? Che cosa dvrebbe farne? Questo è il problema. L'anarchismo epistemologico dà un risposta a questo problema. Questa risposta è in accordo con gli altri princìpi dell'anarchismo e rimuove gli ultimi elementi fossilizzati.

L'anarchismo epistemologico differisce sia dallo scetticismo sia dall'anarchismo politico (religioso). Mentre lo scettico considera ogni opinione ugualmente buona, o ugualmente cattiva, o desiste completamente dal dare giudizi, l'anarchico epistemoloogico non ha alcuno scupolo a difendere anche l'asserzione più trita o più mostruosa. Mentre l'anarchico politico o religioso vuole abolire una certa forma di vita, l'anarchico epistemologico può desiderare di defenderla, poichè egli non ha alcun sentimento eterno di fedeltà, o di avversione, nei confronti di alcuna istituzione o ideologia. Come il dadaista, al quale assomiglia assai più che non somigli all'anarchico politico, egli "non soltanto non ha un programma, ma è contro tutti i programmi", anche se in qualche occasione sarà il più rumoroso fra i difensori dello status quo o fra i suoi oppositori: "per essere veri dadaisti, si dev'essere antidadaisti". I suoi obiettivi rimangono stabili, o mutano solo in conseguenza del ragionamento, o della noia, o di un'esperienza di conversione, o del desiderio di far impressione a un'amante e così via. Una volta che si sia proposto un qualche obiettivo, può cercare di accostarsi ad esso con l'aiuto di gruppi organizzati o da solo; può usare la ragione, l'emozione, il ridicolo, un "atteggiamento di seria preoccupazione" e qualsiasi altro mezzo sia stato inventato dall'uomo per ottenere il meglio dai suoi simili. Il suo passatempo favorito consiste nel confondere i razionalisti inventando ragioni convincenti a sostegno di dottrine irragionevoli. Non c'è alcuna opinione, per quanto "assurda" o "immorale", che egli si rifiuti di prendere in considerazione o in comformità con la quale si rifuiti di agire, e nessun metodo è considerato indispensabile. L'unica cosa alla quale egli si opponga fermamente e assolutamente sono gli standard universali, le leggi universali, le idee universali come "Verità", "Ragione", "Giustizia", "Amore" e il comportamento che esse implicano, anche se egli non nega spesso sia una buona politica agire come se tali leggi (tali standard, tali idee) esistessero e se egli credesse in esse. Egli può avvicinarsi all'anarchico religioso nella sua opposizione alla scienza e al mondo materiale e può superare qualsiasi premio Nobel nella sua vigorosa difesa della purezza scientifica. Non ha obiezioni a considerare la fabrica mundi, qual è descrtta dalla scienza e quale gli è rivelata dai sensi, come una chimera che o nasconde una realtà più profonda e, forse, spirituale, o un mero tessuto di sogni che non rivela e non nasconde nulla. Egli concepisce un grande interesse per procedimenti, fenomeni ed esperienze come quelli riferiti da Carlos Castaneda, i quali indicano che le percezioni possono essere organizzate in modi molto insoliti e che la scelta di una disposizione particolare considerata come "corrispondente alla realtà", pur non essendo arbitraria (essa dipende quasi sempre da tradizioni), non è certamente più "razionale" o più "obiettiva" della scelta di un'altra disposizione: Rabbi Akiba, che nel suo stato di trance estatico ascende da una sfera celeste alla successiva e sale ancora più in alto pervenendo infine di fronte a Dio in tutto il suo Splendore, compie osservazioni genuine una volta che noi decidiamo di accettare il suo modo di vita come una misura della realtà e la sua mente è indipendente dal suo corpo esattamente come gli dicono le osservazioni da lui scelte. Applicando questo punto di vista a un soggetto specifico come la scienza, l'anarchico epistemologico trova che lo sviluppo accettato di questa (per esempio dal mondo chiuso all'universo infinito") ha avuto luogo solo perchè gli scienziati hanno usato inconsapevolmente nell'ambito della loro attività la sua filosofia: essi hanno avuto successo perchè non hanno permesso a se stessi di lasciarsi vincolare da "leggi della ragione", da "norme di razionalità" o da "leggi di natura immutabili". Al di sotto di tutte le sue violazioni c'è la convinzione che l'uomo cesserà di essere uno schiavo e che conseguirà una dignità che sarà qualcosa di più di un prudente conformismo solo quando diventerà capace di uscire dalle categorie e convinzioni più fondamentali, comprese quelle che si presume lo rendano più umano. "La presa di coscienza del fatto che ragione e anti-ragione, senso e non senso, intenzionalità e caso, coscienza e inconscio [e, aggiungerei umanitarismo e non umanitarismo] formano tutt'uno, come parte necessaria di un tutto": questo fu il messaggio centrale del dadaismo, scrive Hans Richter. L'anarchismo epistemologico è d'accordo, anche se non si esprimerebbe in una forma così recisa.

sabato 3 settembre 2011

Veganesimo ed Economia

In tanti hanno detto e dicono che la politica si fa andando al supermercato quando si scelgono i prodotti e se credete a ciò... be siamo nei guai perché significa che il modo di pensare del sistema è entrato in voi e si farà più difficile da estirpare.

Introduzione/Premessa
Quest'opuscolo l'avevo scritto un anno fa abbastanza velocemente, dopo una discussione del nostro collettivo sul "mondo dei vegani" e su come era vista la questione da tutti quei vegani che però hanno un approccio alla vita diverso dal nostro.
E' "un qualcosa" quindi, per chi magari è già vegano ma non conosce gli approcci più radicali a questa visione del mondo.
Ma anche per chi non sa ancora molto di veganesimo ma ha già di per se un'attitudine più radicale e attiva in questioni come il razzismo, il sessismo, e tutte le altre forme di dominio.
E' stato ristampato ora in questa forma più "opuscolo" (prima era scarno come lo scheletro di tutte quelle modelle anoressiche) e aggiunto di qualche piccola correzione e aggiunta.
E' dedicato a tutte le persone che amo e con cui condivido la mia quotidianità e a tutte le persone che hanno perso la vita o la libertà per la lotta di liberazione animale, della terra e umana.

Apri ogni gabbia
Inizia dalle tue

Perché vegan?
Sarà capitato spesso a chiunque ha fatto della scelta Vegan una.
scelta di vita di dover rispondere alla. domanda: "Perché sei vegan?" E' la prima cosa che viene chiesta ogniqualvolta si conoscono persone
nuove, soprattutto se Vegan non lo sono, appena si incrocia l'argomento. E' una domanda, anche se molto semplice, molto importante, ovviamente perché è la risposta ad esserlo. Col passare del tempo ho imparato ad affinare questa risposta cercando di rendere ben chiare e ben delineate quali sono le motivazioni che possono portare a questa scelta definita dai più "radicale". La risposta che mi piace sempre dare riassume pressappoco questo concetto:
"Ho compreso che ci sono cose nella vita che non si devono assolutamente fare e sto imparando a lasciarle andare tutte, ho compreso che esiste un altro modo di vivere al di fuori degli schemi precostituiti del sistema e ho realizzato che l'esistenza di questo modo di vivere dipende esclusivamente dalla propria voglia di realizzarlo, ad ogni costo, perché questo è il solo modo per sentirsi umani. All'interno di questo ragionamento la scelta vegana è divenuta da subito una cosa del tutto naturale" 
Questo per dire che se si vuole realmente cambiare il corso delle cose, se si vuole cambiare la propria vita mettendo in primo piano le nostre persone e i nostri veri bisogni, la scelta vegan da sola non 1 basta per portare una critica completa ed efficace al sistema. Questo perché il sistema ha imparato, e riesce a farlo sempre meglio, a prendere alcune istanze radicali, nate magari anche al di fuori di esso, e a farle sue, come per gli hippy, per il punk, il vegetarianesimo appunto e molto altro.
Questo meccanismo, alquanto spregevole, ma aimè altrettamto info efficace ai fini del sistema, funziona incanalando queste idee, questi modi di vivere alternativi, in mercato, rendendo ciò che magari era nato come detonatore per l'esplosione dell'esistente in qualcosa che può essere inserito nell'economia di tutti i giorni, qualcosa che può essere comprato e quindi essere controllato. Non sorprende quindi che anche il veganesimo possa rientrare in questo meccanismo.



La trappola economica
Cerchiamo di rendere a livello pratico questo concetto.
Fino a non molti anni fa, soprattutto in Italia, i vegetariani e i vegani erano ben' pochi e al grosso del mercato magari il problema non si poneva molto, ma soprattutto nell'ultima decade il numero è cresciuto parecchio fino ad oggi dove sembra che la cifra si aggiri addirittura oltre il 10%, più di 6 milioni d'italiani [1]. (Secondo dei dati del 2007 sembra che l'Italia sia il primo paese per numero di vegetariani dopo l'India ovviamente [2], anche se le statistiche lasciano sempre il tempo che trovano). 
Quindi per il mercato e per il sistema questa cifra non può sfuggire dal controllo e quindi ecco che anche i vegetariani/vegani diventano mercato, in una parola diventano soldi e quindi affari. Ed ecco che spuntano nei supermercati alimenti appositi senza carne e derivati con il suo bel marchio con la V sopra e molti sono felici e contenti perché si-sentono meno esclusi e si sentono nel loro piccolo di aver vinto la propria battaglia. E' quello che è successo anche per il biologico, la richiesta è aumentata e quindi le grandi aziende agricole si sono adattate e nella contraddizione più assoluta hanno una linea di prodotti bio e altri no. Certo è vero che ci sono anche aziende che fanno solo ed esclusivamente biologico (come ci sono quelle solo vegan ma basta dare un occhiata a cosa succede nei paesi anglosassoni dove anche grandi multinazionale hanno i loro prodotti vegan) e hanno per cosi dire un etica maggiore, ma in termini di cambiamenti che si vogliono imprimere al sistema tutto ciò non sposta niente di una virgola.
In tanti hanno detto e dicono che la politica si fa andando al supermercato quando si scelgono i prodotti e se credete a ciò... bè siamo nei guai perché significa che il modo di pensare del sistema è entrato in voi e si farà più difficile da estirpare.
Per rendere l'idea si possono prendere come esempio altri paesi come gli States o il Regno Unito o altri paesi del nord Europa dove soprattutto nelle grandi città si possono trovare diversi posti che vendono o dove si possono mangiare prodotti vegan (con cose aberranti come il pollo o il gambero vegan, prodotti cioè del tutto simili a quelli animali sia come forma e presentazione sia come sapore ma interamente vegetali fatti chissà con quali diavolerie industriali). Se andate a Londra e siete Vegan non avrete molti problemi a mangiare fuori perché troverete parecchi ristoranti o anche fast food interamente vegan e persino in quelli tradizionali in ogni menu ci sarà sicuramente qualche piatto vegetariano e vegano. Ora, non voglio dire che tutto ciò è una cosa assolutamente negativa, perché come accennato anche prima ci sono situazioni, ci sono persone che prendono la cosa seriamente e quindi offrono non solo da mangiare ma anche informazioni sul veganesimo affiancate da iniziative culturali e quant'altro, anche se è vero che molti altri lo fanno solo esclusivamente per scelte di mercato.
Il problema non è quanti luoghi dove poter magiare vegan ci sono nella mia città se poi la mia vita di ogni giorno è sempre la stessa, passata a scuola in giovinezza e al lavoro poi, ristretta entro quegli schemi che sembrano cosi indistruttibili, schemi che portano nelle nostre vite sofferenze, sopraffazione, competitività, violenza, guerre, depressione, solitudine e chi più ne ha...

Una volta ebbi una conversazione con uno studente di economia il quale mi ha illustrato la sua visione liberai per quel che concerne il risolvimento di molti problemi dell'attuale società.
Il suo discorso s'incentrava sul fatto che se vuoi rendere qualsiasi cosa "efficiente" devi renderla mercato, per esempio se vuoi energia più economica ci devono essere molte aziende che fanno la loro proposta e, competendo le une con le altre, sceglierai quella migliore e risparmierai, per avere case a buon mercato bisogna espandere il mercato dell'edilizia privata in modo che, sempre in base al concetto di competitività, si avranno prezzi più bassi e cosi via per moltissime altre circostanze. Ora non che questa conversazione mi abbia illuminato sulla visione liberale dell'economia in quanto sapevo già bene come funzionano certi meccanismi ma ho preso questa chiacchierata come esempio per porre come basilare il tipo di approccio più adeguato a tali argomentazioni. 
Se fossi stata una persona di sinistra e magari pure con una visione un po' marxista delle cose avrei potuto dibattere ore sulla dicotomia pubblico/privato, su come gestire meglio l'economia in generale in un ottica più etica e solidale nei confronti delle persone, ecc... Ma tutto ciò non mi interessava, in primo luogo perché non sono ne di sinistra ne tanto meno marxista e in secondo luogo perché il giovane studente di economia aveva perfettamente ragione. Infatti se vogliamo mantenere la nostra società cosi com'è ma renderla più efficiente e più funzionale e magari in tante cose anche più "etica" la strada della competitività e del libero mercato e del liberalismo in genere è la strada più adatta.
La città vegana
Inseriamo' ora, la:,tematica veganesimo in questo contesto e vediamo come potrebbe svilupparsi. Immaginiamo uno scenario, che potrebbe essere realtà tra non molti anni, dove nella nostra bella città troveremo numerosi ristoranti vegan, dai più cari e chic a quelli più economici, scaffali dei supermercati assortiti di confezioni di seitan, tofu e derivati di svariate aziende, dalle più etiche alle multinazionali (magari un bel tofu aromatizzato della Nestle fatto con soia transgenica) negozi di abbigliamento, con scarpe e vestiti cruelty free, sia nel negozietto vegan sia in altri tradizionali, insieme magari alle scarpe e borsette in pelle (ferse la Nike avrà le sue belle scarpe in ecopelle tutte colorate fatte però sempre da bambini del terzo mondo). Anche a livello culturale le cose miglioreranno sicuramente, in molti sapranno del mondo vegan, quanto meno nel senso che sapranno di cosa stiamo parlando, anche la fobia verso il vegetariano migliorerà essendoci appunto più informazione e più diffusione di queste tematiche e vedendo la propria città riempirsi pian piano di luoghi vegan friendly, anche i più scettici magari impareranno a rispettare le scelte di chi
non la pensa come loro.
Le storie della storia
Queste cose che sono state qui ipotizzate sono già accadute in' altri ambiti vediamo quali.
Dalla metà del secolo scorso in poi esplode negli. Stati Uniti la questione razziale dei neri, i quali, cominciano, a, prendere coscienza del loro stato di emarginati, 'e cominciano uria serie -di;,` battaglie per uscire dal loro isolamento. Storie di disobbedienza civile, picchetti, manifestazioni e, aimè, molti morti scaturiti dalla repressione dello stato attraverso le forze dell'ordine, hanno
portato all'inserimento, morale e giuridico dei neri nella società americana e di conseguenza un po' in tutti i paesi occidentali. Da li in poi i neri sono potuti diventare, seppur in un percorso graduale, cittadini a tutti gli effetti, hanno ottenuto i1 diritto di voto, la possibilità di studiare in qualsiasi scuola la possibilità di fare carriera in ogni ambito lavorativo nel privato e nel pubblico e ce n'é addirittura uno che è riuscito a diventare presidente! Un altro esempio sono le battaglie delle donne per la loro emancipazione. Storie simili a quelle dei neri se vogliamo, manifestazioni, picchetti, repressione e quant'altro e alla fine di tutto ciò anche le donne hanno ottenuto il riconoscimento voluto e sono diventate parte integrante della società senza` molti dei tabù che le hanno soppresse per secoli, possono fare i lavori che fanno gli uomini, possono sposarsi e divorziare possono essere indipendenti in ogni ambito dalla presenza maschile e possono diventare anche loro personalità importanti e rispettabili ricoprendo anche alte cariche pubbliche e ruoli primari nell'imprenditoria.
Anche qui non si vuole demonizzare e dare un accezione totalmente negativa a queste lotte, anzi per fortuna i repressi e i dominati della terra di tanto in tanto alzano la testa per mordere un po' le chiappe dei loro oppressori, ma quello che si vuole dimostrare è che non sempre viene la quiete dopo la tempesta.
La dimostrazione di ciò la troviamo nella vita di tutti i giorni. E' vero, i neri ora sono riconosciuti esseri umani uguali ai bianchi e la, parola razzismo è finita nel libro nero della società, ma direi che siamo ben lontani dall'aver sradicato il razzismo dalle nostre vite.
Infatti mentre molti neri hanno fatto carriera e successo la maggior parte di loro vive ancora in ghetti sprofondati nella criminalità e nel degrado, se sei nero (o comunque hai la pelle diversa da quella bianca) e
non sei un manager o una rock star sarai comunque ancora visto con sospetto dalle altre persone che continueranno a puntare il dito su di te accaparrandoti il ruolo di problema principale e di pericolo delle loro patetiche esistenze. Nelle conversazioni da bar siamo passati dal "sono comunque esseri inferiori e diversi da noi" al "non sono razzista! (perché fa brutto dirlo) ma certa gente la manderei tutta al proprio paese".
Per la serie cambia la forma ma non la sostanza. Anche le donne, come detto, hanno vinto la loro battaglia, non sono più succubi degli uomini per quel che riguarda il pensiero ma lo sono rimaste nella pratica. Certo ora sono molto più libere, ci mancherebbe, hanno raggiunto un sacco di diritti fino a qualche secolo fa impensabili, hanno diritto di parola e di voto, possono fare i politici, divorziare dai propri mariti, fare carriera e quant'altro, tutto come gli uomini ma anche qui siamo lontani dall'aver scacciato il sessismo che continua a reprimere la donna nella nostra società. Sono gli uomini che continuano ad avere in mano il mondo e il nostro destino, e la donna è sempre relegata al suo ruolo di sottomessa a meno che essa non si comporti come un uomo ovviamente. Ed è un peccato vedere questo potenziale cosi immenso della donna sprecato spesso in ruoli che essa stessa si sceglie.
Quindi analizzando queste due questioni, razzismo e sessismo, ci si accorge che se non si pongono dei punti di cambiamento radicale delle nostre vite finisce che le nostre lotte, per quanto cariche di significati e buone prospettive, volgano al perpetuare del sistema esistente che si rimodellerà ogni volta secondo quanto le lotte popolari chiedono. Per semplificare si potrebbe dire che i neri non dovrebbero lottare per poter diventare come i bianchi, dovrebbero lottare per distruggere i bianchi stessi, come le donne non dovrebbero mobilitarsi per poter fare le cose che fanno gli uomini e per diventare come loro ma, anche qui dovrebbero lottare per distruggere il sesso maschile e tutta la società patriarcale che ne consegue. Ovviamente si parla di distruggere i concetti non le persone fisiche, destroy power not people [3].

Diritto ≠ Liberazione
"Diritti" e rovescio
Quindi anche il veganesimo può avere un rovescio della medaglia alquanto spiacevole simile a quelli scaturiti dall'antirazzismo e dall'antisessismo per non parlare dell'antifascismo ma qui bisognerebbe aprire una parentesi che è meglio rinviare ad altro contesto. Diventa quindi importante e fondamentale separare la questione veganesimo dalla questione economica altrimenti finiremo risucchiati per forza di cosa dalla macchina del sistema dominante attraverso il principio di risucchio definito qualche riga fà.

In generale sarà meglio separare la questione economica da qualsiasi ambito della nostra vita, certo magari sarà un percorso graduale ma ponendoci in quest'ottica quantomeno avremo sempre la lucidità per analizzare bene tutte le questioni che ci si porranno di fronte a noi di volta in volta. Servi una critica che tagli perpendicolarmente i fili che reggono l'esistente non basta costruire una strada parallela che fa il verso al sistema pur ponendo argomentazioni e situazioni alternative ad esso. Per questo motivo non bisogna lottare perché uomini e animali abbiano i loro "diritti" ma lottare perché uomini e animali siano liberi, che è diverso, perché i diritti sono concessioni che la società concede di volta in volta ai suoi sottomessi per alleggerire le tensioni che si formano dalle lotte per la ricerca di una vita migliore, ma se si "chiede" una vita migliore, al posto di "volere" una vita migliore il nostro viaggio sarà breve e doloroso. I neri, le donne, e tutti gli altri sottomessi del mondo sono riusciti ad ottenere dei diritti, e in questo modo il sistema si è lavato la coscienza di fronte alle loro lotte, ma tutti coloro son ben lontani dall'essere liberi come forse pochi lo sono, perché la libertà è qualcosa che nasce dentro di noi non la puoi trovare in una forma di movimento collettiva se prima non l'hai individuata nella tua dimensione individuale. E difficilmente gli animali saranno liberi se prima non decideremo anche noi di esserlo. Per questo motivo ha più senso aprire una gabbia e liberare un animale piuttosto che chiedere al governo un disegno legge per la loro salvaguardia perché aprendo quella gabbia esprimeremo anche la nostra di libertà, quella libertà che ci pone allo stesso livello di quei poveri animali torturati e uccisi, le loro grida e le loro sofferenze sono come le nostre e poter correre fianco a fianco con loro all'aria aperta ci fa respirare finalmente il profumo di questa tanto ricercata libertà. Al contrario chiedere concessioni, leggi, diritti o quant'altro ai nostri sfruttatori istituzionali non porterà mai alla nostra completa liberazione e di conseguenza a quella degli animali, perché il sistema non può perdurare senza il dominio e quindi scordatevi che esso rinuncerà mai a dominare gli uomini gli animali e la natura in generale. 
Gli uomini non hanno mai pensato di dominare la natura se non dopo aver cominciato a dominare le donne, i giovani, e gli altri uomini E finche non elimineremo la dominazione in tutte le sue forme non potremo realmente creare una società razionale ed ecologica.[4]
E siccome il domino della società attuale si esprime principalmente attraverso l'economia ecco che di nuovo risulta indispensabile separarci una volta per tutte da tale giogo.
Risulta altrettanto chiaro che non è certo una cosa semplice lasciarsi alle spalle in modo totale e definitivo l'economia, il denaro e l'attuale modo di vivere a cui siamo abituati ma se ci poniamo nell'ottíca di volerne uscire a tutti i costi troveremo di sicuro il modo di fare anche piccoli passi verso la nostra liberazione.

Ogni passo verso un mondo senza gabbie è un passo in più verso la liberazione
Quello che si può fare per, esempio, è comprare il meno possibile, l'indispensabile, materie prime con cui preparare tutte quelle cose che vi vengono vendute già pronte all'uso. Riciclare e riutilizzare oggetti destinati alla distruzione dal ciclo consumista, recuperare cibo che viene buttato via ogni giorno dalla disgraziata macchina dell'industria alimentare, riscoprire cose decadute come lo scambio, il dono, la solidarietà, per usare una metafora guardare crescere un filo d'erba tra le crepe del cemento.
Bisogna inventarsi un nuovo modo di vivere, diventare una sorta di "raccoglitori-cacciatori urbani", ricavare la nostra sopravvivenza, e in generale la nostra vita, dai "bug" del sistema, recuperare e sfruttare tutto ciò che il sistema lascia scoperto e fuori controllo, perché finche esisterà e persisterà la nostra voglia di libertà esso non potrà mai controllare tutto. Ma questo dipende da noi e dalle nostre scelte e consapevolezze individuali.
Nel frattempo piuttosto che praticare il veganesimo pratico il "freeganesimo*". So che più a lungo partecipo all'economia dominate, sia che compri prodotti vegan che no, sto supportando le aziende che rappresentano il capitalismo. [5]
Di conseguenza, assodato che per forza di cose la nostra libertà andrà ricercata al di fuori del capitalismo, sarà di conseguenza chiaro che bisognerà re-inventare i nostri "rapporti" con la nostra stessa esistenza essendo quest'ultima nata e cresciuta secondo gli schemi della cultura dominante. Partendo appunto dai raccoglitori-cacciatori urbani per arrivare magari a rivivere posti più immersi nella natura dove poter veramente costruirsi un mondo di auto-sussistenza, rapportandosi e creando reti con realtà simili e affini, cosa che è già una realtà in un po' tutte le parti della terra, e nel frattempo senza dimenticarci che dovremo sempre lottare e difendere tutto quello che man mano ci riprenderemo. Leva l'economia dal tuo piatto, dai tuoi divertimenti, dalla tua vita di tutti i giorni e sicuramente ti capiterà di riuscire a vedere il mondo e tutte le altre cose con una sensibilità cosi sviluppata, che ti verrà naturale considerare gli altri esseri viventi di questo pianeta come parte di te, come parte di un equilibrio. Non sarà solo la compassione a guidarci ma la consapevolezza naturale di non voler riprodurre più nessuna forma di dominio.

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[1] Corriere della Sera, 12 febbraio 2009
[2] Unione Vegetariana Europe, www.euroveg.eu
[3] Citazione dei Crass, gruppo anarcho punk inglese della prima metà degli anni '80
[4] Murray Bookchin, Per una società ecologica - Per quanto sul fatto che sia nato prima il dominio sugli altri uomini piuttosto che sulla natura ci possano essere dei dubbi, ritengo che l'eliminazione di ogni forma di domino sia indispensabile per ritrovare una reale coscienza ecologica.
[5] www.crimethinc.com/texts/atoz/veganism.php * il termine "freeganesimo" è un adattamento dell'inglese "freganism"

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martedì 30 agosto 2011

TEKNO - Il respiro del mostro (ITA interviews, subb ENG)



L'espansione dell'underground tekno movement nei paesi dell'ex blocco sovietico avviene nei primi anni 2000, quando I sound system decidono di aprire spazi di agibilità verso Est, a seguito dell'inasprirsi delle forme di repressione nei loro confronti e per il progressivo degrado della scena tekno nei paesi dell'Europa occidentale. La camera segue le carovane di camion e furgoni che, carichi di attrezzature musicali, intraprendono un viaggio verso i paesi dell'Est, occupando temporaneamente alcuni spazi per dare luogo ai teknival, i festival di musica elettronica liberi e gratuiti. / La realizzazione di questo documentario è stata molto faticosa. Sono partito da alcune immagini che avevo filmato in prima persona a diversi teknival dell'est Europa, recuperando lo stile del gonzo journalism sviluppatosi negli Stati Uniti a fine anni '60, caratterizzato da una prossimità totale al soggetto, in cui la camera diventa lo sguardo stesso delle persone coinvolte nel fenomeno osservato. Nel mio percorso di regista, mi ha sempre affascinato raccontare dall'interno fenomeni sociali che i media strumentalizzano, rilevando l'incapacità dei mezzi di comunicazione di descrivere efficacemente l'oggetto osservato. (Andrea Zambelli)


Contatti/Contacts: Cristina Sardo, Rossofuoco c/o Fargo film, via della Rocca, 34, 10123 Torino, info@rossofuocofilm.it 
Website: rossofuoco film

Documentario video intero: 

http://www.youtube.com/watch?v=cifnZjQf7IU 



Doc. video diviso in parti:















venerdì 26 agosto 2011

La Gelateria dei Filosofi

... certi personaggi protagonisti sono filosofi a modo loro!


Kierkegaard entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Kierkegaard: “Vorrei un gelato. Alla fragola. No, aspetti. Al limone. No, scusi, menta. Oddio, c'è anche la stracciatella... Allora, no facciamo che fragola andava bene. Cono. No, scusi, coppetta. No cono. Al limone. Senta, decida lei. No, scusi, decido io. No, decida lei. (Comincia ad ansimare in preda ad una crisi di panico). Allora, facciamo limone e fragola. No, meglio menta e fragola. Nella coppetta. Decida lei. No, decido io. No, decida lei. Senta, facciamo così: lasciamo decidere a Dio.”
Dio: tace.
Kierkegaard “A posto così.” Ed esce fischiettando, contento, senza gelato.

Platone entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno, desidera?”
Platone: “Una coppetta da due euro, cioccolato, amarena e menta.”
Il commesso lo serve. Platone mangia, sbuffando di quando in quando.
Commesso: “C'è qualcosa che non va?”
Platone: “Guardi... Non vorrei offenderla... Questo gelato non è male... Però, come quelli che mangiavo nell'iperuranio... Vabbè, fa lo stesso.”
Lascia il gelato a metà e se ne va, triste e deluso.

Nietzsche entra dal gelataio.
Nietzsche entra dal gelataio.
Nietzsche entra dal gelataio.
Ad libitum.

Sant'Agostino entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Sant'Agostino: “Dunque, vorrei una vaschetta di gelato da un chilo, grazie. Solo cioccolato.”
Il commesso lo serve. Sant'Agostino si siede e comincia a mangiare avidamente. Finita la vaschetta, si getta in terra, in preda a crampi allo stomaco e fitte alla testa.
Sant'Agostino: “Oddio! Oddio, come mi pento di aver mangiato tutto quel gelato!”
Improvvisamente i dolori cessano. Sant'Agostino ringrazia ed esce.

Schopenauer entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Schopenauer: “No.”
Esce.

Socrate entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Socrate: “Un frappè alla banana.”
Il commesso lo serve. Socrate si siede. Improvvisamente entra una torma di persone che gli si siede attorno mentre sta bevendo. Uno comincia a tastargli le gambe.
Commesso: “C'è qualcosa che non va?”
Socrate: “Piacerebbe saperlo anche a me. Va avanti da un po', 'sta storia. Comincia ad essere fastidioso.” Si alza e se ne va, con la folla che lo segue.

Zenone entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Zenone: “Mah, guardi, avevo un appuntamento con Achille qui davanti, due ore fa. L'ha mica visto?”

Plotino e Pitagora entrano dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desiderano?”
Entrambi, in coro: “Una vaschetta da un chilo di gelato. Per una festa.”
Commesso: “Quanti gusti vi metto?”
Plotino: “Uno”. Pitagora: “Dieci”
I due si fissano per un istante, e poi litigano uscendo dalla gelateria.

Hegel entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Hegel: “Una coppetta tre gusti. Fiordilatte... cioccolato... e stracciatella.”
Esce con la coppetta.
Arriva Feuerbach, che gli prende la coppetta, gliela butta e per terra all'urlo di “Hegel culo!” e corre via.

Umberto Eco entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Eco: “Sono un personaggio di una scenetta breve in cui si scherzano i filosofi.”

Voltaire e un amico entrano dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desiderate?”
I due ordinano. Il commesso li serve.
Amico di Voltaire: “Questo è il gelato più buono al mondo. Non riesco a immaginare un gelato più buono.”
Voltaire: “Non diciamo cazzate.”

Blaise Pascal e un amico entrano dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desiderate?”
Pascal: “Scommetti che mi mangio una vaschetta da un chilo in 3 minuti.”
Amico: “Devi smetterla con queste scommesse. C'è un limite a tutto.”
Da fuori, Giordano Bruno: “Sicuri?”

Aristotele entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Aristotele: “M'ero preparato una risposta comica, ma non me la ricordo più. Oh, beh, prima o poi salterà di nuovo fuori.”

Leopardi entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Leopardi ordina. Il commesso lo serve. Leopardi fissa il gelato.
Leopardi: “Non sarà mai buono come pensavo.”
Esce sconsolato.

Charles Bukowsky entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno. Desidera?”
Bukowsky vomita per terra e se ne va.

Due commessi gelatai stanno chiacchierando in attesa di clienti.
Ad un certo punto, uno dei due vede arrivare da lontano Marcel Proust.
Commesso 1: “Oh, no... arriva Proust!”
Commesso 2: “E allora?”
Commesso 1: “Lascia stare... Quello mangia un gelato, gli parte la nostalgia e t'attacca un bottone sui vecchi tempi che non finisce più.”

George Orwell sta per entrare in una gelateria,
quando vede che ci sono telecamere di sorveglianza.
Scappa urlando e si nasconde dietro un cassonetto della spazzatura, dove lo sta aspettando Aldous Huxley, che gli dice: “Cosa t'avevo detto???” e giù LSD.

Sartre non va dal gelataio perché ha la nausea.

Stephen King entra dal gelataio.
Ma non era una gelateria. Era una manifestazione concreta del Male.

Raymond Queneau entra dal gelataio.
Raymond Queneau entrò dal gelataio.
Il gelataio entra da Raymond Queneau.
Raymond Queneau s'introduce in un gelativendolo.
Ho visto Raymond Queneau. Andava dal gelataio.
Raymond Queneau entre chez la gelaterìe.
Raymond Queneau, famoso scrittore degli inizi del novecento, entra, ovvero passa l'uscio, da un gelataio, ovvero un venditore di un prodotto fresco e gustoso.
Era Queneau. Entrava. Dal gelataio.
Soggetto: Queneau. Azione: entrare. Luogo: il gelataio.
“Bene,” pensò Raymond Queneau. “Un gelataio. Ho proprio voglia di entrarci.”
H.P. Lovecraft entra in una gelateria.
Ha un inquietante dialogo col commesso.
Ordina dei misteriosi gusti, ad un prezzo inenarrabile. Il commesso torna nel retro, e prima che la porta si chiuda Lovecraft intravede qualcosa di spaventoso.
Poi esce e si siede su una panchina disturbante, a mangiare il suo gelato e leggere il Necronomicon.

Alessandro Manzoni entra correndo in una gelateria.
Manzoni (affannato) : “Avete visto mia moglie???”
Commesso: “No.”
Manzoni: “Mi può battezzare?”
Commesso: “No.”
Manzoni: “Grazie comunque.”
Esce di corsa.

James Joyce entra in una gelateria che fastidio questo col cellulare caldo dove cosa devo mangiare e i commessi che guarda quella lì che gonna con sì vorrei vedere gormiti che i bambini mi danno fastidio devo pagare due euro coppetta da 3 gusti menta gelato cioccolato dolce un po' salato menta stracciatella no stracciatella qui non è buona menta fiordilatte panna no panna sì fragola fragola menta panna quella con la gonna se n'è andata sì grazie no domani rate da pagare libro da scrivere.

Pirandello entra in una gelateria.
Da lontano fischia un treno. Pirandello si da' un colpo sulla fronte, come a ricordarsi improvvisamente qualcosa, e corre fuori.
Entrano sei personaggi, e non lo trovano.

Diego Armando Maradona entra dal gelataio.
Commesso: “Buongiorno, desidera?”
Maradona: “Una coppetta cioccolato e menta, grazie.”
Commesso: “Subito. Sa, è curioso che venga lei... Di solito arrivano scrittori o filosofi.”
Maradona: “Già.” Non paga ed esce.

Tomas Hobbes sta leggendo un libro. Entra correndo suo figlio.
Figlio di Tomas Hobbes: “Papà, papà, oggi è la festa del papà! Ti voglio bene!”
Tomas Hobbes (con sguardo distaccato) “No. Ti sbagli. Ti sono semplicemente utile. Come tu sei utile a me in qualche modo. Non ti voglio bene. Perché ho fatto un figlio così stupido? Vai a giocare coi lupi, aborto malriuscito!”

Socrate cammina mani dietro la schiena, cappello in testa, verso uno scavo per lavori.
Lavoratori: “Oh, cristo, arriva di nuovo quello là...”
Socrate: “Buongiorno!”
Lavoratori: “Buongiorno!”
Socrate: “Come mai scavate?”
Lavoratori: “Eh, c'è una perdita.”
Socrate: “Perché?”
Lavoratori: “Eh, s'è forato un tubo del canale di scolo...”
Socrate: “Perché?”
Lavoratori: “Eh, si dev'essere usurato.”
Socrate: “Perché?”
Lavoratori: “Eh, ci passa acqua tutti i giorni... La ruggine, l'erosione...”
Socrate: “Perché?”
Lavoratori: “Senti, Socrate, beviti un po' sto frappè che t'abbiamo preparato. Alla menta. Tutto d'un sorso mi raccomando.”
Socrate si siede e beve. Arriva la torma di persone, gli tastano le gambe. Socrate non risponde.

lunedì 22 agosto 2011

Contro Zeitgeist, Contro la politica dello spettacolo e lo spettacolo della politica

In un epoca in cui il capitale ha partorito tute bianche, dissobbedienti, e casa pound... le stronzate non potevano certo essersi esaurite così presto, Zeitgeist è la nuova spiritosagine del tempo
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Si consiglia di leggere anche i link che vengono riportati in questo post: Iena Ridens Nexus Co., in cui trovere 3 post incentrati su Max Stirner, altri 3 che espansivi, sempre di tematica stirneriana, 2 sulla funzione ideologica della scienza e altri 2 sul Sapere e il nuovo padronato.

lunedì 18 luglio 2011

Una storia cattiva

Articolo pubblicato sul mensile anarchico Invece - numero 6, Giugno 2011


Questa è la storia di alcuni atti repressivi che hanno colpito gli anarchici negli ultimi decenni. Se altri fatti sono stati esclusi è perché sono stati utilizzati quelli che più servivano ad indicare le trasformazioni della repressione avvenute nel corso del tempo. Se c'è una raccomandazione che vogliamo fare al lettore è che la storia che emerge in queste pagine non è la storia degli anarchici. Non è la nostra storia, la storia dei compagni, dei loro desideri, delle loro lotte, vinte o perse. Da questo punto di vista sarebbe una storia falsata, violentata, frammentaria.

Quella che si legge in queste righe è la storia del Potere, della sua assoluta volontà di sopraffare con la forza, l'arbitrio, la menzogna chiunque si opponga ad esso.


Lo Stato italiano, dalla fondazione della repubblica, è sempre stato soggetto alla contraddizione tra una tendenza alla pacificazione tramite l'applicazione di modelli socialdemocratici e il continuo riemergere della contiguità con il precedente regime fascista.
Da un punto di vista repressivo la contiguità era resa evidente da un travaso, dal vecchio al nuovo regime, sia degli strumenti giuridici (come il codice Rocco), sia degli uomini che componevano gli apparati dello Stato (magistrati, prefetti, membri della polizia, dei carabinieri e dell'esercito rimasero in gran parte invariati). I risultati di questa operazione si resero ben visibili: riabilitazione dei fascisti e arresti dei partigiani; repressione armata di operai, contadini e studenti; tentativi di colpo di Stato; creazione di forze golpiste all'interno degli apparati dello Stato (Gladio, P2); controrivoluzione preventiva. Gli anarchici furono tra i bersagli designati di questo sistema di dominio. Non avevano né volevano avere padrini politici e potevano fungere da capri espiatori nelle manovre palesi e occulte del potere. Così avvenne nei tentativi di montatura in seguito agli episodi delle bombe alla fiera campionaria di Milano e alla successiva strage di piazza Fontana.
Non furono di certo i tribunali, ma solo la forte reazione di piazza che mise in luce la verità sulla strage di Stato: quelle bombe le avevano messe i servizi e i fascisti. Da quegli episodi emerge nitidamente che la natura della repressione nei confronti degli anarchici è spesso riconducibile ad un attacco strumentale del potere contro i suoi nemici di classe.


A partire dal 1968, per oltre un decennio, le contraddizioni di questo sistema vennero affrontate frontalmente da un vastissimo movimento sociale che in buona parte era su posizioni rivoluzionarie. La nomenclatura per salvarsi sacrificò non solo le speranze della migliore gioventù, ma lasciò, sulla pelle di migliaia di persone. l'indelebile marchio della violenza di Stato.
se vogliamo chiarirci su quale sia lo stato della repressione che subiscono attualmente in Italia i rivoluzionari e i movimenti sociali dobbiamo partire dalla fine di quel periodo storico. Il fronte politico si coalizzò (alle­anza PCI-DC) contro le insorgenze sociali emanando una serie di leggi speciali (fra le altre: forte amplia­mento dei poteri della polizia e della discrezionalità della magistratura; inclusione di ogni ordigno esplosivo e incendiario nelle armi da guerra; reintroduzione del confino; aumen­to di pena per i reati con finalità di "terrorismo"; pene enormi per i reati associativi; premi e facilitazioni per "pentiti" e "dissociati"; esclusione della concessione della libertà prov­visoria per i reati di "terrorismo"; possibilità di perquisizione per bloc­chi di edifici senza autorizzazione del magistrato; aumento del fermo di polizia e della carcerazione preven­tiva).
A questo vero e proprio arsenale giuridico va aggiunto l'utilizzo delle forze repressive in logica di "Stato di eccezione" che consiste nell'istitu­zione di carceri e regimi di detenzio­ne speciali gestiti direttamente dai carabinieri (militari), utilizzo della tortura, esecuzioni sommarie. Inol­tre va segnalato l'utilizzo dei mezzi di stampa, in particolare di quella progressista, in maniera organica ai progetti repressivi. Questi dispositivi vennero creati principalmente per contrastare la lotta armata, ma partendo da que­sta "emergenza" vennero utilizzati anche per disarticolare tutti i movi­menti di lotta radicale. Esemplare rimane il processo contro l'Autono­mia ("7 Aprile"), nel quale i leader dell'organizzazione vennero accusa­ti fantasiosamente di corresponsabi­lità nelle azioni delle Brigate Rosse, in particolare nel sequestro Moro. Attraverso queste macchinazioni in­quisitoriali era possibile azzerare in­teri movimenti. Compiuti gli arresti, l'obiettivo immediato era raggiunto, poco importava se in seguito le accu­se si dimostrassero infondate. In quel periodo si creò il fulcro della repressione politica italiana, tuttora in vigore. Per questo anche in tempi recenti l'azione repressiva tende a ri­condurre la conflittualità all'intemo dei reati associativi: sono quelli che le garantiscono la maggiore discre­zionalità e il maggiore impatto pu­nitivo.


In seguito alla sconfitta e al conse­guente "riflusso" dei movimenti cor­rispose un periodo di pacificazione in cui lo Stato, mentre lasciava marcire i reduci della precedente stagione di lotta all'interno delle sue istituzioni totali, all'esterno ritirava le unghie mostrando la sua faccia più tolleran­te e disponibile al dialogo.


Bisogna aspettare oltre dieci anni affinché la magistratura istituisca un processo per associazione sovversi­va e banda armata che riguardi fatti accaduti successivamente al periodo d lotta che si era concluso nei primi anni Ottanta.
Il 17 settembre del 1996 i PM Ion­ta e Marini spiccavano 29 ordini di cattura e notificavano 68 avvisi di indagine nei confronti di altrettanti anarchici: si tratta dell'operazione
che non aveva intenzione di rifluire all'interno del recinto democratico dichiarandosi sempre pronta ad im­padronirsi un'altra volta del cielo. Tutta una serie di azioni illegali che si potevano in qualche maniera ri­condurre agli anarchici compiute a partire dagli anni Ottanta vennero ritenute parte del medesimo progetto eversivo. Si trattava anche di azioni di gravità penale rilevante tra cui ra­pine, omicidi, sequestri di persona, possesso di armi, attentati dinami­tardi.
L'obiettivo degli inquirenti era quello di chiudere i conti aperti con compagni di lunga esperienza e nel contempo stroncare la rinata vitalità degli anarchici, arrestando quanti più individui possibile e demonizzando un'intera area. A questo scopo ven­ne utilizzato il reato associativo, alle cui potenzialità repressive abbiamo antecedentemente accennato. Ma la grottesca ipotesi di struttura eversiva elaborata dagli inquirenti romani non corrisponde affatto nè alla realtà dei fatti né ai princìpi anarchici. L'inchiesta Marini era una vera e propria montatura, nel senso che tentò di utilizzare elementi che si ri­veleranno frutto della fantasia degli inquisitori. In particolare l'esistenza di una banda, denominata O.R.A.I. (organizzazione rivoluzionaria anar­chica insurrezionalista), strutturata gerarchicamente, il cui nome non era mai apparso prima né apparirà in seguito, i cui documenti costi­tutivi verrebbero ricondotti a degli articoli scritti dall'anarchico Alfredo Bonanno, i cui organi di propaganda clandestina sarebbero stati le riviste di movimento.
L'impianto accusatorio principale del processo Marini fallì anche da un punto di vista giudiziario, nel senso che dell'associazione sovversiva ori­ginale e dei suoi progetti si persero le tracce nel corso delle udienze. Alla magistratura non riuscì la ma­novra, ma l'impatto fu forte e riuscì a limitare le possibilità di crescita del movimento in quegli anni. Inoltre durante il secondo grado di giudizio, nel porto delle nebbie della Procura romana, alcuni compagni vennero comunque condannati a pene molto pesanti e venne riconosciuto loro il reato associativo.
Si trattava di un'altra associazione rispetto a quella di partenza, che non ha mai rivendicato nessuna azione: il cosiddetto "gruppo anarchico roma­no".
In questo processo emersero i limiti che la legislazione trovava utilizzan­do vecchi schemi contro l'emergere delle nuove forme di lotta. Il proble­ma degli inquisitori era evidente. Da una parte un certo numero di azioni dirette contro le strutture del potere di cui non erano riusciti a indivi­duare i responsabili. Dall'altra un movimento che le difendeva pubbli­camente. La "banda armata" era la quadratura di questo cerchio. L'altra difficoltà era quella di pro­sciugare la "palude dell'anonimità politica" - secondo le parole invo­lontariamente suggestive del Ros - in cui avveniva buona parte di quelle azioni (soprattutto le centinaia di sabotaggi ai tralicci dell'Enel, nel periodo della lotta contro il nuclea­re), riconducendo a un'unica e ine­sistente struttura organizzativa una conflittualità diffusa.
Questo tentativo di applicare deter­minati reati associativi al di fuori dell'"emergenza" per cui erano stati creati e giustificati sarà la base per le successive operazioni repressive.


L'attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001 segnò una svolta epocale sia nelle politiche interna­zionali, sia nelle dottrine repressive interne degli Stati.
A partire da quell'evento e dall'im­pressione che suscitò sull'opinione pubblica, i pianificatori del controllo ottennero il pretesto per realizzare ulteriori, liberticidi allargamenti dei reati associativi.
La parola terrorismo nella neo-lin­gua del potere dilatò il suo significa­to fino ad incorporare qualsiasi tipo di opposizione ai dogmi ed ai pro­getti del capitalismo.
Il termine sicurezza divenne il malcelato sintomo di una nuova patolo­gia: l'ossessione securitaria.
A partire dal credito che la paura indotta concedeva loro, i padroni di questo mondo diedero corso ad una serie di guerre infinite. Allo stesso tempo, gli esecutivi politici comin­ciarono a controllare in maniera sem­pre più diretta e disinvolta la repres­sione. In Italia questo cambiamento è manifestato dall'introduzione di una nuova serie di leggi emergen­ziali. È questa logica che garantirà l'inasprimento della repressione tra­sformando il contrasto nei confronti dei movimenti di lotta nel fronte in­terno della guerra, inasprimento di cui la mattanza di Genova 2001 era stata una adeguata anticipazione.
Dalla fine degli anni Novanta molti tra i compagni possono ricordare di essere stati indagati per associazione sovversiva. Diverse e reiterate furo­no le richieste di custodia cautelare legate a quelle indagini, ma fino al Giugno 2004 rimasero solo carta nella grandissima maggioranza dei casi.
È immediatamente dopo la sentenza di Cassazione del processo Mari­ni che parte un'ondata di arresti a danno di varie realtà del movimento anarchico.
Dalla grande inchiesta a carattere na­zionale si passa all'attacco a gruppi locali o legati da progetti comuni. Operazioni più circoscritte, quindi, ma coordinate da un'unica regia. La matrice comune è testimoniata dall'incalzante susseguirsi di arresti in un periodo limitato di tempo, dal fatto che le ordinanze sono una la fo­tocopia dell'altra e persino da un ar­ticolo de "La Repubblica" che inqua­dra gli arresti di Lecce e Cagliari in un-operazione coordinata in quattro mosse", preannunciando i successivi arresti di Roma e Bologna.


L'impianto accusatorio di tutte le nuove inchieste ricalca il teorema del processo Marini, fondato sulla tesi di un doppio livello: "uno pale­se e apparentemente legale, l'altro occulto e praticamente illegale". Il livello palese sarebbe rappresentato dalle attività svolte pubblicamente e quello occulto dai gruppi di affinità. La proposta dell'organizzazione in­formale viene mistificata, i gruppi di affinità fondati su una conoscenza reciproca profonda e intima e sulla progettualità comune diventano or­ganizzazioni gerarchiche e strutture indipendenti dai singoli componenti. Non solo viene trasfigurata una teo­ria anarchica per inquadrare i com­pagni e le compagne nei reati di tipo associativo, ma si opera anche una forzatura nel quadro accusatorio: i reati specifici contestati sono ben diversi da quelli usati per formulare un'accusa di associazione sovversi­va negli anni delle leggi emergenzia­li volte a stroncare i gruppi di lotta armata.
Dietro queste operazioni c'è eviden­temente la volontà politica di rego­lare i conti con gli anarchici anche nel tentativo di rilanciare l'immagi­ne degli apparati di sicurezza in un periodo in cui si susseguono diversi attacchi spesso rivolti alle strutture repressive. Creare lo spettro della minaccia del terrorismo interno, così come era avvenuto per quello internazionale, prepara il terreno per un aumento di controllo e della repressione.
Negli anni a seguire i tentativi di utilizzare l'associazione sovversiva non sono finiti, come dimostrano diversi procedimenti tuttora aperti, alcuni dei quali accompagnati da ar­resti.


Nel febbraio 2010, su ordine della procura di Torino, cinque compagni vengono arrestati e vari altri inda­gati per un'"associazione a delin­quere" la cui finalità sarebbe quella di "impedire le regolari funzionalità dei CIE, degli enti e delle strutture pubbliche e private operanti a vario titolo nel medesimo ambito nonché quella di impedire ed ostacolare l'at­tività di formazioni politiche come la Lega Nord, La Destra ed alcune sigle sindacali". I fatti contestati si riferiscono per lo più a pratiche di piazza. Questa operazione è il pre­ludio di una più ampia e pianificata, che vede il suo sviluppo negli arresti di Bologna.


Anche in questo caso le accuse che permettono la carcerazione preven­tiva sono quelle relative all'appar­tenenza ad una associazione a delin­quere.
I reati specifici contestati non sono, nella maggioranza dei casi, suffi­cienti per giustificare un arresto. È l'impiego strumentale del reato as­sociativo che garantisce almeno uno degli effetti che chi lo usa si ripro­pone: eliminare per un po' di tempo dalla circolazione qualche soggetto fastidioso e tentare di ridurre all"`e­saurimento" la realtà di lotta che si va a colpire.
Le "azioni delittuose" cui si fa rife­rimento nelle ordinanze di custodia cautelare sono costituite da: mani­festazioni non preavvisate; danneg­giamenti aggravati di edifici di par­ticolare rilevanza storica (i muri del centro città) e di sistemi informatici/ telematici; interruzioni di pubbliche conferenze e di manifestazioni elet­torali; blocchi stradali; occupazioni. Un capitolo a parte è dedicato alla "Campagna contro i C.I.E.".
Il "Fuoriluogo", uno spazio dove si svolgono da anni assemblee e inizia­tive, viene identificato come "base logistica" dell'"associazione" e po­sto sotto sequestro.


Nella settimana precedente gli arre­sti di Bologna si verificano in città degli attacchi con esplosivo e ben­zina rispettivamente ad una sede di IBM e ad una dell'ENI; una vetra­ta della Lega Nord va in frantumi. Successivamente a questi episodi un quotidiano locale dà notizia di una riunione in Procura tra gli alti espo­nenti delle varie forze di polizia e la magistratura. L'incontro verteva "su quanto era stato fatto, su quello che poteva essere fatto e su quello che si potrà fare, formulando un'ipotesi di reato che andasse oltre il sem­plice danneggiamento seguito da incendio". Gli inquirenti continua­vano dissertando sull'inadeguatezza dell'utilizzo dell'articolo 270 bis (associazione con finalità di terrori­smo) inflitto agli anarchici, "perché infelice sia dal punto di vista giuridi­co che sostanziale".
Se dal punto di vista giuridico in realtà la questione è ancora aperta, dal punto di vista sostanziale queste affermazioni ci spingono ad una ri­flessione.
La breve storia che abbiamo raccon­tato fin qui fa emergere alcuni dati di fatto.
Nel corso degli anni, le accuse asso­ciative si sono sempre più sganciate dalla contestazione (più o meno fan­tasiosa) di azioni armate, esplosive o incendiarie, per arrivare a fare a meno persino di reati di violenza. Perché scattino accuse associative basta l'intenzione di voler trasforma­re radicalmente la società. Per essere accusati di far parte di un'associa­zione a delinquere, ormai, bastano blocchi stradali, scritte sui muri, imbrattamenti di banche. tutti reati che da soli non giustificherebbero gli arresti.
Chi pensa che questa storia catti­va riguardi solo gli anarchici o altri gruppi rivoluzionari più o meno cir­coscritti, farebbe bene a ricredersi. Come dimostrano i recenti arresti di Firenze (cinque compagni agli arresti domiciliari e 78 indagati per associazione a delinquere), un simile dispositivo giudiziario può abbat­tersi anche contro la componente radicale del movimento studentesco. Lo spazio "400 colpi" all'interno dell'Università non era riconducibile ad un-area" precisa. I reati usati a sostegno della tesi associativa sono per lo più relativi a cortei o altre si­tuazioni di piazza. Sotto la spada di Damocle dei reati associativi si trovano potenzialmen­te oramai anche gruppi e movimenti che pensavano di essere al riparo. La ragione non è misteriosa. In assenza di un movimento socia­le che la contrasti, la repressione si allarga sempre di più. La desistenza, gli accordi con le istituzioni, la ri­nuncia al conflitto si traducono in un aumento complessivo della repres­sione. Ora si finisce in carcere per reati per cui un tempo era difficile perfino finire sotto processo. Evidentemente, lo Stato teme la na­tura potenziale e allusiva di certe pratiche in un'epoca in cui il conflit­to sociale torna ad affiorare. Eviden­temente, senza un allargamento e un innalzamento qualitativo di questo conflitto sociale, i compagni conti­nuano a far luce.
La repressione non è separabile dal fatto che siamo in guerra. E non col­pisce solo rivoluzionari o dissidenti. Le carceri sono sempre più affollate di stranieri, poveri o gente che tira a campare.
Mentre un sovversivo rischia di fi­nire in galera per un imbrattamento, altri ci finiscono per il furto di due birre al supermercato. I due aspetti procedono di pari passo. Se la solidarietà attiva nei confronti dei compagni colpiti dalla repres­sione è giusta e necessaria, l'allen­tamento della morsa repressiva non è separabile dall'allentamento della forza di gravità sociale...
Soffiare sul fuoco della rivolta ci sembra il più ragionevole dei consigli.

Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

A caccia di cibo

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L'uomo moderno come si procura il cibo?

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