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Blog senza nessuna periodicità, in cui appaiono pubblicazioni random, la maggior parte delle volte ripropongo ciò che già c'è in rete ma che non è stata data importanza. Anche diari di viaggi, musica e video e cose cattive.

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domenica 28 novembre 2010

Lettera del prigioniero Walter Bond, 03/11/2010

Traduzione italiana e fonte da: laboratorioantispecista.org/

Ne consigliamo la lettura soprattutto a chi ha già intrapreso un percorso che comprende l’essere vegano.

Walter Bond è stato arrestato il 23 luglio 2010 e accusato di essere “Lone Wolf”, attivista dell”ALF (Animal Liberation Front) accusato di incendio doloso della fabbrica di Montone in Colorado. E ’stato anche accusato nello Utah per il incendi dolosi della Tandy Leather Factory e Tiburon (un ristorante di dove si serve foie gras).

Attivista impegnato per i diritti degli animali e anti-capitalista per oltre 15 anni, Walter ha lottato per la liberazione animale ed è ad oggi prigioniero.


ABOLIZIONE

Sono un attivista abolizionista per la liberazione animale, e potresti esserlo anche tu. Quanti altri animali dovranno morire prima che la smettiamo di aderire al ‘Grande Disegno’? 100 miliardi? Un trilione? Quanto ancora della nostra Madre Terra deve essere decimato e deforestato prima che noi tracciamo un confine nella sabbia o nella foresta, se sarà il caso? Non sono un docente o un politico.
Io sono e sono sempre stato un attivista di strada. Sapete, la strada.
E’ lì che le vere battaglie vengono combattute, non nelle aule universitarie, dove molto tempo dopo che il fumo della battaglia si è diradato, si fingerà sempre di aver vinto ciò per cui altri hanno combattuto, sanguinato e sono morti. Ciò che vedo guardando al Movimento per i Diritti Animali qui in America è un sacco di codardia esaltata. Non che non vi siano altrettanti individui lodevoli ed altruisti che fanno tanto di indispensabile nell’interesse degli animali non umani. Ce ne sono eccome. Ad ogni modo, come il veganismo si è diffuso, così anche sono aumentati i buffoni e gli impostori convinti che siccome seguono un’alimentazione vegan allora possono permettersi di parlare di attivismo. Odio dire cose ovvie, ma il non far nulla rimane pur sempre un nulla di fatto.

Personalmente supporto il veganismo al 100% perché se tutti seguissero una dieta vegan ferrea, ciò rappresenterebbe la fine dell’uso ed abuso degli animali non umani. Questo è fondamentalmente vero, perché tutti potrebbero diventare vegan. Personalmente, che si sostenga che il veganismo abbia un profondo impatto o non ne abbia nessuno, io vi aderisco comunque perché non intendo prendere parte al peggiore, il più deliberato olocausto di vite innocenti nella storia del pianeta. Significa fare la cosa giusta semplicemente perché è la cosa giusta da fare. Detto questo, il mio veganismo non starà salvando che 90 vite animali o poco più ogni anno. La popolazione mondiale non è statica, aumenta e si ricambia. Nel momento stesso in cui io o voi diventiamo vegan, 100.000 bambini vengono educati a considerare pezzi di cadavere come cibo. Questo è il motivo per cui è ridicolo sederci in cerchio a mangiare biscotti vegan e pensare che questo stia salvando il mondo.

Il vero attivista abolizionista per la Liberazione Animale è colui il quale non solo si oppone alla schiavitù ed alla morte nei propri consumi quotidiani ma vi si oppone anche nel mondo che lo circonda. Per gli abolizionisti di ogni era passata, ciò si è tradotto nell’essere coraggiosi, resistere al sistema, e accettarne le conseguenze. Proviamo ora ad analizzare queste espressioni una alla volta.

Essere coraggiosi

Quando dico ‘coraggio’ intendo non soccombere alla paura se la situazione lo richiede. Il più semplice esempio in merito è dire ciò che un animale in gabbia vorrebbe tu dicessi. Troppo spesso ho visto ‘attivisti’ incorrere in questa scuola di pensiero del tipo “devi venire incontro alle persone”. No, non devi! Come la gente reagisce alla verità non è un tuo problema. Non puoi combattere lo status quo ed essere percepito come parte di esso, allo stesso tempo. La consapevolezza che gli animali esistono per sé stessi e non per gli interessi umani è diametralmente opposta alla società dei consumi nella quale viviamo. Un altro esempio più estremo di coraggio sarebbe mettersi sul piede di guerra per gli animali non umani fronteggiando i loro oppressori. Per esempio, durante un presidio dove è quasi certo lo scontro con le forze dell’ordine, preferirei avere al mio fianco un solo attivista coraggioso e motivato disposto a dare il massimo per i propri ideali piuttosto che 50 codardi che preferiscono giocare con le parole e parlare del ‘Grande Disegno’ o di ‘risultati a lungo termine del nostro Movimento’! Gli animali stanno soffrendo e morendo adesso. Quindi dovremmo combattere e salvare le loro vite ora; non è così difficile. Per essere impavidi ed audaci, è utile imparare ad interiorizzare il messaggio. Una caratteristica dei codardi è che la loro priorità assoluta è la loro incolumità e sicurezza. Qualsiasi tattica che comporti pericolo è immancabilmente vista come sbagliata, a prescindere da quanto sia evidentemente efficace. Guardatela sotto questo aspetto, se foste voi sotto la ghigliottina, vorreste avere qualcuno che agisce per voi oppure preferireste intrattenere un interessante dibattito filosofico riguardo la vostra imminente condanna a morte e di come ci stiamo attivando per riformarne le modalità entro il 2045? La codardia non è una virtù e il coraggio non è un vizio.

Resistere al Sistema ed accettarne le conseguenze

Quando combatti il Sistema, lui è già pronto a contrattaccare. A seconda di quanto sei efficace, l’oppressore determina il grado della sua reazione. Accettare le conseguenze, non significa accettare la repressione governativa. Quello che intendo è di aspettarsi una reazione. Non importa quanto sei ‘entro i tuoi diritti’, o quanto ‘contrario ad attività illecite’ tu possa essere, non sei tu a decidere la pena che ti verrà corrisposta. Lo fanno alcuni poliziotti, agenti federali o investigatori e loro non sono altro che tutori degli interessi di aziende private. In una società dei consumi tu hai il diritto di acquistare degli oggetti e di stare zitto. Al contrario, l’unico vero crimine è disobbedire a come le cose vanno solitamente. Quando sei preparato alla reazione del governo, dello Stato, agli imbrogli legali, sparisce l’elemento di sorpresa ed è uno strumento potente da togliere dalle loro mani. Per certi versi è un complimento. Se i tutori dello sfruttamento animale pensano bene di noi, allora dovremmo pensare il peggio di noi stessi.

Non possiamo smettere di opporci al Sistema. Finché non vediamo cambiamenti nella società, le azioni per la Liberazione Animale e della Terra dovranno non solo esserci, ma aumentare. Non c’è un solo approccio onnicomprensivo. Lo sfruttamento animale non è una tematica semplice, è complessa e ha molte facce. Comprende molte specie animali e la Terra, nostra casa comune. Quindi quando parlo di resistenza, non sto parlando di un’unica tattica o di un’unica strada da seguire. Sto parlando della rabbia che tiene vivo ed attivo il nostro Movimento, una vera minaccia alla schiavizzazione e all’oggettivazione delle specie animali. Che si sia scrittori, attivisti di strada, educatori, filosofi, o semplicemente vegani, é giusto e necessario percepire l’urgenza e l’impellenza della nostra lotta e del dolore e della sofferenza degli animali; senza passione, la resistenza è soltanto l’ennesima parola vuota. Mentre il veganismo ed i diritti animali cominciano a farsi spazio sul piano collettivo delle coscienze, è fondamentale che il messaggio non si perda nel vento.

Sono incredibilmente felice dei risultati ottenuti negli ultimi 10 anni. Anche come prigioniero, ho la possibilità di chiedere ed ottenere cibo vegan. Ma come l’aspetto pubblico del veganismo cresce, così deve essere anche per la base del movimento; altrimenti diventerà soltanto un altro settore di mercato, crescendo parallelamente alla tradizionale alimentazione cruenta ma senza ridurla significativamente.

Noi attivisti abolizionisti per la Liberazione Animale non possiamo lasciare che i pubblicitari trasformino il veganismo in un gruppo di ipocondriaci fissati con il cibo, o lasciare che i diritti animali siano semplicemente parte del dibattito filosofico sociale.
Le ragioni per cui ci battiamo sono questione di vita o di morte per noi e per moltissimi altri. Cominciamo a trattarle con la serietà che meritano e non come una dieta alla moda.

Liberazione Animale, ad ogni costo!

Walter Bond
dalla gabbia degli oppressori, Golden, Colorado.

Il sito di supporto al prigioniero Walter .Bond

giovedì 18 novembre 2010

Siamo tutti anarchici, sotto sotto.

Articolo del 15/11 dal blog italianimbecilli.blogspot.com

Nei vari luoghi dove esiste la presenza di persone, si trova sempre qualcuno capace di rinnegare persino la propria coscienza pur di non ammettere a se stesso che l'ideale anarchico è aderente al proprio pensiero, all'io più sincero. Lo diciamo con cognizione di causa e per esperienza. La cosa ci sembra grave, dal momento che proprio in questo autorifiuto si identifica una limitazione della libertà personale. Si tratta di un'autocensura che fa male sia a chi la esercita, sia a tutta la collettività.
Esiste davvero questa paura, in verità falsa, che rende le persone refrattarie a qualsiasi speculazione di natura libertaria. Si tratta di persone che hanno ricevuto informazioni distorte in merito all'anarchia e queste informazioni (imposte da chi non vuole che l'individuo prenda coscienza) formano una capsula coriacea che riveste la loro coscienza.
Scoprire la straordinaria efficacia dell'anarchismo rispetto ai problemi del singolo individuo e dell'umanità è davvero facile, è sufficiente documentarsi direttamente alle fonti originali -e non attraverso ciò che viene detto- per capire dove sta la verità, quindi anche dove sta la menzogna. Frasi come "nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare gli altri", di Denis Diderot, è davvero difficile da non condividere. Infatti, intimamente tutti la condividono, ma alcuni provano un senso di repulsione sapendo che ricalca l'ideale anarchico.
Si arriva ad assistere ad una contraddizione di coscienza, dove l'amore universale nei riguardi della fratellanza, predicato anche dalle persone paurose dell'anarchia, viene cortocircuitato o ignorato se quella stessa fratellanza viene predicata dagli anarchici. Sembra si voglia far finta di nulla e, in effetti, è proprio così, la reazione di queste persone, nel migliore dei casi, è quella dell'indifferenza. Di fronte alla scoperta del vero anarchismo (che non è caos e assenza di regole, non è neanche violenza), queste persone si scherniscono, adottano un atteggiamento di finta indifferenza. Perché finta? Perché la conoscenza non si può nascondere o ignorare. La conoscenza parla direttamente alle coscienze e allora possiamo affermare che queste persone hanno paura della loro stessa coscienza. Hanno paura di scoprirsi anarchici (l'uomo nasce anarchico, ma non lo sa, lo ignora o lo vuole ignorare).
Pur di non ammettere a se stessi la bontà dell'anarchia, un'altra reazione tipica di queste persone è quella di cercare disperatamente i pretesti più assurdi, i cavilli più nascosti e inesistenti o tentano -riuscendoci- di disseminare il percorso logico di improbabili 'se' o 'ma'. Come dire: se il muro è bianco e lo si afferma, queste persone cercano argomenti che rinneghino quel colore. Assurdo, ma è così. Nello stesso modo, quando noi anarchici spieghiamo con una logica lineare e trasparente il meccanismo violento dello Stato nei confronti dell'individuo, l'interlocutore pauroso comincia a cercare motivi o prove per dimostrare che noi abbiamo torto (e ce la mette davvero tutta). Ma questi tentativi, spesso goffi, insensati, contraddittori, non servono a convincere noi di avere torto, piuttosto servono a convincere loro stessi di aver ragione per non cadere nelle fauci terribili della loro stessa coscienza. E' un metodo di auto-dissuasione, una maniera per difendersi da chissà quale maleficio o sortilegio. Come se ammettere la validità della filosofia anarchica significasse condannarsi al sempiterno foco degl'inferi.
Questo è il risultato o l'effetto di una propaganda di Stato che da almeno cento anni denigra gli anarchici proprio per la loro carica contagiosa di verità e di libertà, una propaganda continua che accusa gli anarchici in ogni frangente, li insulta, li condanna in ogni modo possibile, sì da far apparire l'anarchia qualcosa di pericoloso, di terribile. In effetti l'anarchia è sì pericolosa, ma non certo per gli individui che sono l'essenza dell'umanità, quell'umanità che gli anarchici vogliono difendere e liberare da ogni oppressore, al fine di liberare se stessi e la Natura.
Così al bambino viene insegnato che l'anarchia è violenza (quando invece l'anarchia odia la violenza), che senza regole non si vive (quando invece l'anarchia vive di regole-altre), che è disordine (semmai è dis-ordine, inteso come sovvertimento dell'ordine costituito, statale, oppressivo). Allora il bambino cresce con l'idea che lo Stato è buono e guai, un domani, fargli scoprire la verità, le reazioni potrebbero essere anche violente o come quelle descritte fin ora. Canzoni sanguinarie e di rivolta? Benvengano, ma solo quelle dello Stato (inni nazionali), chi invece osa urlare in piazza 'alle armi' viene additato, se non addirittura condannato. Al di là della digressione che vale come esempio, c'è da riflettere davvero sulla paura indotta nei riguardi dell'anarchia.
Il problema è che questa paura nei confronti della propria coscienza tende ad alienare l'individuo, il quale non si sente libero di esplorare altri orizzonti (anche se egli sostiene di essere liberissimo), si sente intimorito e si autolesiona nello spirito. Queste persone, pur lamentandosi di molte cose storte e di vari soprusi subiti, sono quelle che dicono a se stesse: 'è vero, ma non voglio crederci', senza con questo concludere nulla, anzi ostacolando il processo di liberazione per tutta l'umanità.
Cosa succede quando il pauroso si convince lì per lì, anche parzialmente, della bontà dell'ideale anarchico? Pur di continuare a difendersi e a non accettare tale bontà, il pauroso si aggrappa a ciò che ha, a ciò che egli ritiene una 'sicurezza' e vuole da noi anarchici una dimostrazione scientifica, provata, testata dell'anarchia. Tra parentesi, sarebbe molto bello se tutti questi sistemi di autodifesa venissero applicati davvero contro lo Stato, allora sì non ci sarebbe bisogno di spiegare l'anarchia (tu, pauroso, prova a fare le pulci a chi ti opprime e anche a te stesso, fai domande, richiedi prove). Fine parentesi. Ebbene, esigere una prova dell'anarchia applicata è come pretendere dallo Stato la prova provata che la legge è uguale per tutti o che vi sia una vera giustizia sociale. Chi si aggrappa a queste sfide, sperando di mettere in difficoltà gli anarchici, cade male. Sono molti quelli che dicono: "ma l'anarchia è un'utopia, non si può realizzare", illudendosi di aver trovato in questi due luoghi comuni una propria salvezza, un salvacondotto per rimanere nella propria prigione. Ma dobbiamo disilluderli. Anzitutto diciamo che l'anarchia si è compiuta in varie parti del mondo, quindi la prova c'è, si può fare, ma, a prescindere da queste prove, bisogna dire che l'anarchia è una condotta, una filosofia che nasce dall'uomo per sua stessa esigenza, e per il solo fatto che l'uomo riesca a pensarla, essa è realizzabile. "Quando è una sola persona a sognare, non è altro che un sogno. Ma quando molte persone sognano insieme, è l'inizio di una realtà". (F. Hundertwasser)

Alcune citazioni di anarchici illustri
"Se il governo fosse davvero fondato sul consenso del popolo, questo governo non avrebbe alcun potere sull'individuo che rifiutasse tale consenso." (W. Godwin)

"I governi vivono, per la maggior parte, sull'ubriachezza dei popoli, come fingono di proteggere l'istruzione, mentre la loro forza è basata sull'ignoranza: simulano di proteggere la libertà e la costituzione, allorché il potere si mantiene per la mancanza di libertà." (L. Tolstoj)

"La legge non ha reso l'uomo nemmeno un tantino più giusto." (D. Thoreau)

"Se veramente la parola delitto avesse un significato, nessun delitto sarebbe maggiore di quello che la società compie col lasciar sussistere la miseria." (L. Molinari)

"La democrazia è menzogna, è oppressione, è in realtà oligarchia, cioè governo di pochi a benefizio di una classe privilegiata." (E. Malatesta)

"Il governo, la legge, la forza armata, mantengono il povero nella soggezione del ricco, l'operaio nella dipendenza del padrone." (M. Bakunin)

Altri aforismi
A chi non ha paura della propria coscienza e/o vuole scrollarsi di dosso un po' di luoghi comuni, consigliamo la lettura A come Anarchia(pdf). Nella colonna di destra ci sono altri banners informativi, tra cui anche il programma anarchico di Errico Malatesta.
Buona libertà a tutti.

martedì 16 novembre 2010

Evoluzione e Rivoluzione

Tratto da: "L’Évolution, la Révolution et l’idéal anarchique (Stock, Parigi 1898)" di Elisèe Reclus

[...] Sebbene non vi sia sempre un parallelismo evidente negli avvenimenti parziali di cui si compone il complesso della vita delle società, in realtà, come l’evoluzione abbraccia l’insieme delle cose umane, così anche la rivoluzione deve comprenderlo. Tutti i progressi sono solidali; noi li desideriamo tutti in base alle nostre conoscenze e alle nostre forze: progressi sociali e politici, morali e materiali, scientifici, artistici o industriali. In ogni contesto noi non siamo solo per l’evoluzione, ma allo stesso modo per la rivoluzione, giacché ci rendiamo conto che la storia stessa non è che una serie di tappe raggiunte in seguito ad una serie analoga di fasi preparatorie. La grande evoluzione intellettuale che emancipa le menti ha come logica conseguenza l’emancipazione degli individui in tutte le relazioni con glialtri. Si può quindi affermare che l’evoluzione e la rivoluzione sono i due atti successivi di uno stesso fenomeno: l’evoluzione precede la rivoluzione e questa precede una nuova evoluzione, generatrice di rivoluzioni future. Può prodursi un cambiamento senza provocare improvvisi spostamenti di equilibrio nella vita? La rivoluzione non deve necessariamente seguire l’evoluzione, come l’atto segue la volontà di agire? L’una e l’altro differiscono solo per il momento del loro apparire. Se una frana sbarra un fiume, le acque a poco a poco si ammassano a monte dell’ostacolo, un lago si forma per una lenta evoluzione, poi all’improvviso si produrrà un’infiltrazione nella diga a valle e la caduta di un sasso determinerà il cataclisma: la diga sarà spazzata via violentemente e il lago svuotato ritornerà fiume. Così si verificherà una piccola rivoluzione terrestre. Se la rivoluzione è sempre in ritardo rispetto all’evoluzione, la causa risale alla resistenza degli elementi: l’acqua di una corrente fruscia tra le sponde perché queste rallentano il suo corso; il fulmine saetta nel cielo perché l’atmosfera ha contrastato la scintilla scaturita dalle nubi. Ogni trasformazione della materia, ogni realizzazione di un’idea, nel momento stesso del cambiamento, è ostacolata dall’inerzia dell’ambiente; il nuovo fenomeno non può realizzarsi se non attraverso uno sforzo tanto più violento o una fatica tanto più intensa quanto maggiore è la resistenza. Herder lo ha già detto, parlando della Rivoluzione francese: «Il seme penetra nella terra e per molto tempo sembra morto; poi improvvisamente butta fuori il suo germoglio, sposta la dura terra che lo ricopre, fa violenza alla nemica argilla: eccolo diventare pianta, fiorire e maturare il suo frutto». E il bambino, come nasce? Dopo essere rimasto nove mesi nelle tenebre del ventre materno, anch’egli riesce con violenza ad uscire, lacerando il suo involucro e, talvolta, uccidendo perfino la madre. Così sono le rivoluzioni: necessarie conseguenze delle evoluzioni che le hanno precedute. [...]

venerdì 12 novembre 2010

Il Dolore negli Animali

Giorgia della Rocca
Centro di Studio sul Dolore Animale

Con il progredire delle conoscenze scientifiche è stato appurato che tutti gli animali, dalla piovra agli uccelli, dai rettili ai mammiferi, posseggono le componenti neuroanatomiche e neurofarmacologiche necessarie per la trasduzione, la trasmissione e la percezione degli stimoli nocivi. Ultimamente il controllo del dolore negli animali da affezione è pertanto diventato ampiamente riconosciuto quale componente essenziale delle cure veterinarie. Ciononostante, alcune ricerche hanno evidenziato come gli analgesici siano ancora molto poco utilizzati nella pratica veterinaria generale, principalmente a causa della difficoltà nel riconoscere la presenza di stati algici. Al momento la diagnosi di dolore negli animali può essere effettuata esclusivamente sulla base di una stima antropomorfa del potenziale livello di dolore percepito dall’animale e sull’osservazione del suo comportamento.

Gli animali, così come i pazienti umani non verbalizzanti, non sono in grado di esprimere a parole la presenza di dolore, ma, esattamente allo stesso modo degli uomini, lo percepiscono e ne subiscono tutte le conseguenze. Un dolore non controllato ha effetti sfavorevoli, potendo esitare in dolore cronico con evidente impatto sulla qualità della vita dell’animale. Saper riconoscere e trattare il dolore è una componente essenziale delle cure veterinarie.

La IASP (International Association for the Study of Pain) definisce il dolore “un’esperienza sgradevole, sensoriale ed emotiva, associata ad un danno tessutale in atto o potenziale, o descritto in termini di tale danno".
L’aver accertato che anche pazienti umani non verbalizzanti quali neonati, bambini piccoli, soggetti affetti da demenza, sono in grado di provare dolore, ha condotto la IASP ad affermare che “l’impossibilità di comunicare non nega in alcun modo la possibilità che un individuo stia provando dolore”… Questa affermazione può riguardare un’altra categoria di pazienti non verbalizzanti: gli animali.

L’esperienza del dolore si compendia di tre componenti: 1) la nocicezione, che consiste nella attivazione di specifici recettori (nocicettori) in grado di essere attivati da stimoli nocivi (trasduzione) e nella progressione dello stimolo afferente lungo fibre nervose che lo convogliano al midollo spinale e poi ai centri soprasegmentali (trasmissione); 2) la processazione e l’interpretazione di tali segnali entranti dalla corteccia cerebrale, che dà luogo alla percezione cosciente del dolore e alle conseguenti risposte emozionali; 3) variazioni comportamentali in risposta al dolore. Con il progredire delle conoscenze scientifiche, è stato appurato che tutti gli animali, dai molluschi agli uccelli, dai rettili ai mammiferi, posseggono le componenti neuroanatomiche e neurofisiologiche necessarie
per la trasduzione, la trasmissione e la percezione degli stimoli nocivi. E’anche stato stabilito che nell’uomo e negli animali nocicettori e fibre nervose sono virtualmente identici. In sostanza, non c’è ombra di dubbio che anche gli animali siano in grado di percepire il dolore a livello cosciente e non solo come stimolo riflesso. Stimoli dolorosi per l’uomo lo sono dunque anche per i nostri animali. [5]
La possibilità di provare dolore è peraltro suffragata dal fatto che, quando possono, gli animali sono istintivamente portati ad assumere composti dotati di azione analgesica. Studi condotti in ratti artritici e sani hanno dimostrato che, potendo scegliere tra
l’abbeverarsi con acqua dolcificata o acqua contenente suprafen, un oppioide, i primi optavano per questa seconda scelta, a differenza di ratti sani che invece preferivano l’acqua zuccherata. Inoltre il grado di auto-medicazione era perfettamente proporzionale alla severità del dolore. Lo stesso è stato osservato in studi condotti sui polli, animali non esattamente rinomati per la loro intelligenza, dove l’entità dell’assunzione di alimento medicato con FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) è risultata direttamente correlata al grado di patologia articolare. In uno studio condotto sempre nelle specie aviarie, in cui i FANS erano sostituiti con farmaci oppioidi, l’automedicazione era tale da comportare l’insorgenza di stati comatosi…[6]
Nelle ultime due decadi si sono inoltre verificati numerosi cambiamenti circa il ruolo degli animali nella società. Lo sviluppo di forti legami emozionali tra l’uomo e i suoi animali da compagnia ha comportato una maggior attenzione al benessere animale, inclusa la prevenzione o la cura di un qualsivoglia stato algico. [5]

5. Grant D.: Concepts of pain management in animals. In: Debbie Grant: Pain
management in Small Animals. Elsevier, 2006, 1-19
6. Grant D.: Evidence that animals feel pain and its consequences. In: Debbie Grant:
Pain management in Small Animals. Elsevier, 2006, 21-38

Élisée Reclus

Élisée Reclus
« Non è una digressione menzionare gli orrori della guerra in connessione con il massacro delle bestie ed i banchetti di carne. La dieta degli individui è in stretta relazione con il loro modo di agire. Sangue chiama sangue. »

A caccia di cibo

A caccia di cibo
L'uomo moderno come si procura il cibo?

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