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sabato 19 giugno 2010

L'interpretazione della crisi ecologica in chiave sociale

Dal libro: La Rivoluzione Ecologica "Il pensiero libertario di Murray Bookchin" (S. Varengo) cit., p. 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58 [Capitolo 2.2].

Bookchin non si limita a descrivere l'attuale situazione di crisi ambientale ma ne dà, già nel 1952 in The Problem of Chemicals in Food, un'interpretazione in chiave sociale: egli infatti, ritenendo che l'utilizzo di prodotti chimici nella produzione alimentare sia dettato dalle esigenze del profitto e della competizione [17], sottolinea come il problema ecologico sia in realtà un problema sociale che deve essere affrontato proprio a partire da tale base. Riguardo alla stesura di The Problem of Chemicals, nell'introduzione a L'ecologia della libertà, Bookchin ricorda:

Grazie alla mia precedente formazione intellettuale marxista, il saggio non prendeva in considerazione solo l'inquinamento ambientale, ma anche le sue profonde origini sociali. Le questioni ambientali s'erano andate sviluppando nella mia mente come questioni sociali ed i pro­blemi dell'ecologia naturale erano divenuti problemi di "ecologia so­ciale" [18].

L'idea che i problemi ambientali siano determinati da cause sociali rimane una costante fondamentale del pensiero di Bookchin il quale, in Our Synthetic Environment, sottolinea il ruolo importante svolto dai fattori socioeconomici negli attuali cambiamenti ambientali, per esempio nella quasi completa subordinazione dell'agricoltura alla produzione di massa o nel diffuso utilizzo dell'energia nucleare in ambito sia militare che pacifico. Per questi motivi Serenella lovino, nel suo libro Filosofie dell'ambiente, evidenzia come Our Synthetic Environment sia "una chiara denuncia del sopravanzare degli interes­si economici su quelli etici e ambientali" [19]. Bookchin non si limita però ad una spiegazione di tipo economico, ma sottolinea anche l'aspetto ideologico ricordando come in seguito alla rivoluzione indu­striale il concetto di potere sulla natura abbia subito un radicale cam­biamento, reso evidente dal diffuso utilizzo del termine risorse natu­rali. Secondo Bookchin dunque l'ambiente umano è carico di implicazioni sociali, economiche e politiche che non permettono una seria indagine scientifica sulle conseguenze dei mutamenti ambientali e che fanno sì che il singolo individuo dipenda dalle decisioni di altri non solo per il suo stile di vita, ma anche per l'accesso a beni primari come l'acqua e l'aria. Di conseguenza per Bookchin è impossibile pensare di progredire nell'ambito della salute e del benessere pubbli­co senza fare dei passi in avanti nell'organizzazione della società che deve diventare di tipo ecologico e razionale [20].
La connessione tra società e natura emerge in maniera ancora più evidente nel pensiero di Bookchin a partire dagli anni sessanta; come egli stesso sottolinea:

Sin dai primi anni `60, il mio punto di vista poteva essere schematica­mente così formulato: il concetto di dominio dell'uomo sulla natura de­riva dal concetto di dominio dell'uomo sull'uomo [21].

È importante sottolineare come Bookchin parli di domination of human by human che viene solitamente tradotto in italiano con l'espressione "dominio dell'uomo sull'uomo" ma che in realtà signifi­ca "dominio dell'essere umano sull'essere umano", riferendosi dunque all'intero genere umano; al contrario Bookchin quando parla di sfrutta­mento del pianeta da parte dell'uomo utilizza il termine man, riferen­dosi quindi specificatamente al maschio umano ritenendo che "la frat­tura tra umanità e natura è per l'appunto opera dell'uomo maschio" [22].
La tesi per cui "l'idea che l'uomo debba dominare la natura è evi­dentemente una conseguenza del dominio dell'uomo da parte dell'uomo"[ 23] emerge per la prima volta in modo esplicito in Ecolo­gia e pensiero rivoluzionario dove Bookchin scrive:

L'uomo ha provocato squilibri non solo nel mondo naturale, ma anche, e soprattutto, nei rapporti con i suoi simili e nelle strutture della società. Gli squilibri del mondo naturale sono la conseguenza degli squilibri del
mondo sociale [24].


Secondo Serenella lovino l'approccio di Bookchin costituisce "l'esempio più chiaro dell'impossibilità di isolare il discorso sulla giustizia ambientale da quello sulla giustizia sociale", egli infatti
sin dagli anni sessanta [...] analizza la crisi ambientale alla luce delle dinamiche ideologiche, storiche e politiche della società occi­
dentale" [25].
La crisi ecologica per Bookchin deriva dunque sì dall'economia capitalista, come emergeva nei suoi primi testi incentrati su problemi ecologici, ma, più in generale, le vere radici dello sfruttamento ambientale risiedono nelle gerarchie sociali emerse per la prima volta con lo sviluppo della famiglia patriarcale e giunte al massimo sviluppo nel capitalismo moderno:

La famiglia patriarcale seminò nel campo dei primi, elementari rapporti sociali il germe della dominazione; la classica antinomia, caratteristica del mondo antico, tra spirito e realtà - tra lavoro e intelletto - contribuì a fecondarlo; infine, esso crebbe e si sviluppò alla luce della concezione antinaturalistica del cristianesimo. Ma fu solo quando i rapporti organici all'interno delle forme comunitarie si mutarono in rapporti di mercato, che l'intero pianeta divenne fertile terreno per lo sfruttamento. Così, questa tendenza secolare trova il suo punto di massimo sviluppo nel ca­pitalismo moderno [26].

Il legame tra sfruttamento umano e sfruttamento naturale costituisce un leit-motiv ricorrente in tutta l'elaborazione di Bookchin il quale, di volta in volta, pone l'accento sulle conseguenze nefaste della nascita della logica del dominio, o dell'emergere della gerarchia, o infine dello sviluppo del capitalismo. Ad esempio nel 1970, nell'Introduzione a Post-Scarcity Anarchism, Bookchin si concentra in particolare sull'importanza del ruolo svolto dal capitalismo nella distruzione del mondo naturale, ma non dimentica di sottolineare come all'origine di esso vi sia il concetto di dominazione e dunque lo sviluppo della società gerarchica; Bookchin infatti scrive:

II capitalismo è antiecologico per definizione. La sua esistenza è rego­lata dalle leggi di competitività e di accumulazione del capitale [...]. In una società di questo tipo la natura è per forza di cose trattata come ma­teria prima da saccheggiare e da sfruttare. La distruzione del mondo na­turale, lungi dall'essere semplicemente il risultato di errori grossolani, discende inesorabilmente dalla logica della produzione capitalista. [...] Pur essendoci del vero nell'asserto di Marx secondo cui la società ge­rarchica è "storicamente necessaria" per poter dominare la natura, non dovremmo mai dimenticare che il concetto di "dominazione" della natura deriva dalla dominazione dell'uomo sull'uomo. Sia l'uomo che la natura sono sempre stati entrambi vittime della società gerarchica. Il fatto che entrambe rischino la distruzione ecologica è prova che gli stru­menti di produzione sono divenuti troppo potenti per essere usati come strumenti di dominazione [27].

La principale causa dell'attuale disastro ecologico è quindi, secondo Bookchin, da individuarsi nella logica della dominazione da intendersi nel più ampio senso possibile, così come risulta ad esem­pio nell'importante Cara ecologia del 1980:

Ho sempre pensato che ecologia fosse sinonimo di ecologia sociale e perciò ho sempre nutrito la convinzione che la stessa idea di dominare la natura derivi dalla dominazione dell'uomo sull'uomo, o dell'uomo sulla donna, del vecchio sul giovane, di un gruppo etnico su un altro, dello stato sulla società, della burocrazia sull'individuo, così come di una classe economica su un'altra e dei colonizzatori sui colonizzati [28].

Bookchin individua diverse strutture gerarchiche presenti tuttora nella società, come la gerontocrazia, il patriarcato ed i monopoli economici e culturali; tutte queste strutture operano come diversi aspetti del dominio dell'uomo sull'uomo il quale fornisce "la matri­ce del dominio sulla natura, nella sua accezione più ampia, di domi­nio sia sulla natura umana [...] sia sulla natura non umana, ecosistemica" [29], così come mette in luce Ermanno Castanò in Ecoanarchismo. Cronaca di un incontro al buio sottolineando le somiglianze tra questa concezione e quelle elaborate dai filosofi della Scuola di Francoforte.
Brian Schroeder e Silvia Benso in Pensare ambientalista spiegano questa logica di dominio con parole più semplici: "Se alcuni individuiin genere sono intrinsecamente `superiori' ad altri, allora è anche naturale' assumere che gli esseri non umani sono `inferiori' agli esseri umani, e quindi passibili di assoggettamento e dominio" [30]
L'espressione più chiara dell'interpretazione elaborata da Bookchin dell'attuale crisi ecologica si trova in L'ecologia della libertà in cui egli tenta una sintesi delle sue idee con l'obiettivo di giungere ad una concezione unitaria e coerente che possa mostrare "la natura profonda della crisi ecologica" e sfidare "lo status quo in modo globale - l'unico modo commisurato alla natura della crisi" [31]. Già nella Prefazione all'edizione italiana de L'ecologia della libertà Bookchin sottolinea come "bisogna rendersi conto che le forze che inducono la società verso la distruzione planetaria hanno le loro -radici in un'economia mercantile da 'cresci-o-muori' " [32] ed inoltre aggiunge:

Agli enormi problemi sistemici creati da questo ordine sociale si deb­bono aggiungere gli enormi problemi sistemici creati da una mentalità che cominciò a svilupparsi assai prima della nascita del capitalismo e che in esso è stata completamente assorbita. Mi riferisco alla mentalità strutturata attorno alla gerarchia e al dominio, in cui il dominio dell'uomo sull'uomo ha dato origine al concetto che dominare la na­tura fosse "destino", anzi necessità dell'umanità [33].


Iovino sottolinea come per l'ecologia sociale di Bookchin "giustizia ambientale e giustizia sociale sono, così, due volti dello stesso problema. Alla loro base vi sono gli stessi atteggiamenti mentali, le -tesse ideologie, che la social ecology si sforza di smascherare" [34].
Per questo motivo secondo Bookchin, se si vuole trovare "un rime­dio allo sconquasso ecologico", è necessario "esplorare le origini della gerarchia e del dominio" [35] e tenere presente che "nessuno dei principali problemi ecologici che ci troviamo oggi ad affrontare può essere risolto senza un profondo mutamento sociale" [36]
È molto importante sottolineare come per Bookchin "l'idea che il destino dell'uomo sia di dominare la natura non è affatto un tratto universale della cultura umana" [37], essendo estranea ad esempio alle comunità preletterate [38], ma ha un'origine storica determinata:

Non mi stancherò mai di sottolineare che questo concetto è emerso molto gradualmente in seno ad una più vasta trasformazione sociale: il progressivo dominio dell'uomo sull'uomo. Il crollo dell'uguaglianza primordiale, sostituita da un sistema gerarchico d'ineguaglianze, la di­sintegrazione dei gruppi di parentela primitivi in classi sociali, la disso­luzione delle comunità tribali in città ed infine l'usurpazione dell'am­ministrazione sociale da parte dello Stato, sono tutti fattori che hanno concorso a modificare profondamente non solo la vita sociale ma anche l'atteggiamento reciproco delle persone, la visione che l'umanità aveva di se stessa e, infine, il suo atteggiamento verso il mondo naturale [39].

Secondo Bookchin, poiché "i popoli di tutte le epoche hanno proiettato le proprie strutture sociali sul mondo naturale" [40], all'attua­le società caratterizzata dal dominio sugli esseri umani concepiti come strumenti da sfruttare corrisponde una natura che è concepita come contrapposta alla società e che deve pertanto essere domata e conquistata se si vuole raggiungere il progresso dell'umanità:

A partire dal sedicesimo secolo il pensiero occidentale andò forgiando la relazione tra l'io e il mondo esterno, in particolare la natura, in termini prevalentemente antitetici. Il progresso venne identificato non con la redenzione spirituale ma con la capacità tecnica da parte dell'uomo di piegare la natura al servizio del mercato. Il destino dell'uomo venne concepito non come realizzazione delle sue potenzialità intellettuali e spirituali, ma come padronanza delle "forze naturali" e affrancamento della società da un mondo naturale "demoniaco". [...] La sottomissione dell'uomo all'uomo, che i greci avevano accettato fatalisticamente come base necessaria per una classe agiata istruita, venne ora celebrata come comune impresa volta a ridurre la natura sotto il controllo dell' uomo [41].


In questo senso è possibile parlare, come fa anche lovino, di ribal­tamento da parte di Bookchin della "visione marxistica, che vede nelle gerarchie (e nelle forme di oppressione) sociali una conseguenza del dominio umano sulla natura" [42]. Bookchin rifiuta totalmente tale lettu­ra in base alla quale il dominio sugli esseri umani è fondato e giustificato storicamente dal bisogno di soggiogare la natura; egli, sicuramen­te influenzato dalla lettura del Mutuo Appoggio di Kropotkin [43], nega immagine di una natura avara e competitiva che è necessario con­trollare per sopravvivere alla contrapposizione antagonista tra scarsità delle risorse naturali e continua espansione dei bisogni umani e non umani, e al contrario evidenzia invece la generosità e la sovrabbon­danza naturali, dimostrate ad esempio dall'esistenza di molte comu­nità del passato vissute in prosperità con un lavoro minimo. A parere di Bookchin si tratta dunque di ribaltare la lettura dominante e di pren­dere coscienza, come scrivono Schroeder e Benso, del fatto che:

L'alienazione attualmente esistente tra la società e il mondo naturale è il risultato di un costante riprodursi di ordinamenti sociali gerarchici che si sono instaurati e hanno raggiunto il loro apice durante l'illuminismo, per poi perdurare fino ad oggi. Le gerarchie sociali oppressive, però, non ri­sultano da una previa concettualizzazione della natura sulla base di mo­delli teorici improntati al dominio e al controllo. [...] Le preoccupazioni ecologiche ed ambientali del nostro tempo sono in larga misura il risul­tato di un insieme specifico di pratiche istituzionali storicamente costi­tuitesi, e non il portato di una visione teorica della realtà. Secondo l'eco­logia sociale, non vi è alcuna evidenza o ragione storica per pronunciarsi in favore di una generalizzazione come quella appena menzionata ri­guardo ai modelli culturali, ed anzi, un tale pronunciamento aggrava il problema ecologico, invece di risolverlo [44].

La contrapposizione tra società e natura, ritenuta necessaria per lo sviluppo umano, ha portato gli esseri umani a dimenticarsi di far parte dell'evoluzione naturale e di poter giocare in essa un ruolo fer­tile ed importante. Bookchin, in L'ecologia della libertà, a proposito di ciò conclude:

Abbiamo assunto che lo sviluppo sociale possa solo avvenire a spese dello sviluppo naturale e non che lo sviluppo, concepito come totalità, implica congiuntamente società e natura. Sotto quest'aspetto siamo stati i peggiori nemici di noi stessi, oggettivamente e soggettivamente. La dissociazione che abbiamo operato tra società e natura, a livello dap­prima mentale e poi fattuale, poggia sulla barbara reificazione degli es­seri umani a mezzi di produzione e oggetti di dominio, reificazione che abbiamo proiettato su tutto il mondo vivente [45].

L'immagine di una natura "demoniaca e ostile" che si contrappo­ne al progresso dell'essere umano risale almeno al mondo greco ed è arrivata al suo culmine nel XVIII e nel XIX secolo svolgendo ancora oggi un ruolo fondamentale nel rapporto tra esseri umani e natura:

Nei dibattiti sulla crisi ecologica e sociale moderna sì è portati sempre più a non riconsiderare la fondamentale importanza di una latente mentalità di dominazione che da secoli giustifica il dominio dell'uomo sull'uomo e per conseguenza dell'uomo sulla natura. Mi riferisco ad un'immagine del mondo naturale per cui la natura stessa è vista come "cieca", "muta", "crudele", "competitiva e avara": un "regno della necessità" apparentemente demoniaco che si oppone alla battaglia "dell'uomo" per la libertà e l'au­todeterminazione. "L'uomo" sembra confrontarsi ad un'ostile alterità contro cui deve misurare la propria abilità e astuzia. La Storia è così presen­tata come un dramma prometeico in cui "l'uomo" afferma eroicamente se stesso sfidando la brutalità di un inflessibile mondo naturale [46].

Tale immagine della natura, secondo Bookchin, ha dato origine al tradizionale dualismo della cultura occidentale aprendo "un profon­do, spesso invalicabile vuoto tra mondo sociale e mondo naturale e similmente tra mente e corpo, soggetto e oggetto" [47], ed ha fornito inoltre una fondamentale giustificazione al dominio umano. Ma secondo Bookchin, come si è già visto, l'ordine storico della nascita dei due domini in questa concezione è erroneamente invertito, infatti in Per una società ecologica scrive:

Tutte le nostre idee di dominio sulla natura derivano dal domino reale dell'uomo sull'uomo. Tale concetto deve essere preso esattamente nel suo senso letterale. [...] Sul piano storico, essa afferma senza equivoci di sorta che il dominio dell'uomo sull'uomo è venuto prima dell'idea di dominare la natura. È stato il dominio dell'uomo sull'uomo che ha dato origine all'idea stessa di dominio sulla natura [48].

Secondo Bookchin quindi il dominio sulla natura da parte dell'uomo non è sempre esistito, ma è il frutto storico dell'esistenza di rapporti sociali fondati su una concezione gerarchica; questa idea costituisce la base dell'ecologia sociale:

Forse uno dei più importanti contributi dati dall'ecologia sociale all'at­tuale discussione ecologica, è la constatazione che i problemi fonda­mentali che pongono la società contro la natura nascono all'interno dello sviluppo sociale stesso, e non tra la società e la natura. Ciò equi­vale a dire che la contrapposizione tra società e natura ha le sue radici in contrapposizioni che esistono in seno alla società [49].

Iovino giustamente sottolinea come nell'elaborazione di Bookchin non vi sia "un diretto rapporto causale tra il modello del dominio umano sulla natura e il modello che porta alla costituzione delle gerarchie interumane" [50] ma come "essi rientrano, piuttosto, in un'identica struttura mentale" [51]. Si potrebbe quindi non trovare giustificata, in base a tale considerazione, la conclusione di Bookchin secondo cui, eliminando il dominio tra gli esseri umani, si pone fine conseguentemente e necessa­riamente al dominio sulla natura da parte dell'uomo. A tale critica lovi­no controbatte affermando che, sebbene Bookchin non parli esplicita­mente dell'esistenza di un legame causale necessario tra le due forme di dominio, egli individua però sicuramente un nesso storico "tra il domi­nio sociale effettivo e il concetto di dominio sulla natura" tale per cui "vi può essere tra i due modelli un rapporto di reciproco rafforzamento. Ciò significa che un abbattimento delle strutture gerarchiche, dovunque pro­venga, non può che avere delle positive ripercussioni generali" [52]. Sch­roeder e Benso, individuando addirittura in questa scelta di non esplici­tare un legame causale un punto di forza dell'ecologia sociale, scrivono:

Il fatto che non si dia una connessione necessariamente determinante non è significativo di un punto debole nell'analisi dell'ecologia sociale; al contrario, il nesso storico accentua il carattere processuale della situa­zione, il fatto che la Terra è in un flusso costante. L'unica speranza per il pianeta si situa in questo preciso riconoscimento. La vita è ambigua, e la sua complessità va ben al di là dell'intelletto umano [...]. Criticare l'eco­logia sociale sulla base del suo rifiuto di dichiararsi riguardo a quello che ammonta ad un problema di connessione logica vuol dire scalzare un ele­mento di fondamentale affinità tra tutte le ecologie radicali [53].

In conseguenza del forte legame esistente tra i problemi ecologici ed i problemi sociali, a prescindere dal fatto che esso sia causale o storico, risulta evidente la necessità per Bookchin, così come si vedrà, di cambiare radicalmente i rapporti sociali per risolvere, da un lato, la crisi ecologica incombente e, dall'altro, l'attuale crisi sociale, essendo consapevole che:

Nessuna liberazione sarà mai completa, nessun tentativo di creare un'ar­monia tra gli esseri umani e tra l'umanità e la natura potrà mai avere suc­cesso finché non saranno state sradicate tutte le gerarchie e non solo le classi, tutte le forme di dominio e non solo lo sfruttamento economicosa [54].


17. Risulta già qui evidente la critica di Bookchin al sistema capitalista che si farà più esplicita negli anni seguenti. È importante sottolineare come Bookchin non si limiti a collocare le radici dei problemi ambientali nel capitalismo moderno ma come egli identifichi nella distruzione ambientale un nuovo limite, oltre a quello già individuato da Marx, all'espansione capitalistica. Cfr. M. BOOKCHIN, Per una società ecologica, cit., pp. 99-100: "Per generazioni i pensatori di sinistra hanno detto la loro circa i "li­miti intrinseci" del sistema capitalistico, i "meccanismi interni" che l'avrebbero portato inevitabilmente all'autodistruzione. Marx si è guadagnato il plauso di schiere infinite di autori per aver previsto che il capitalismo sarebbe crollato e sarebbe stato sostituito dal socialismo, in seguito ad una crisi cronica che avrebbe portato perdita di profitto, stagnazione economica e lotta di classe da parte di un proletariato sempre più impove­rito. Osservando oggi gli immensi squilibri biogeochimici che hanno aperto buchi nello strato di ozono dell'atmosfera e innalzato la temperatura del nostro pianeta in seguito All'effetto serra", tali limiti appaiono chiaramente di natura ecologica. Quale che possa essere il destino del capitalismo come sistema con i suoi specifici "limiti interni" sul piano economico, possiamo comunque affermare che esso ha dei limiti esterni sul piano ecologico".
18. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., pp. 21-22.
19. S. ROVINO, op. cit., p. 110.
20. Per un'ampia descrizione di questa nuova società cfr. terzo capitolo di questo la­voro.
21. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., p. 22.
22. Ivi, p. 46. In questo testo si è cercato di mantenere questa precisione letteraria, sacrificandola però quando si sono utilizzate espressioni consolidate come "dominio dell'uomo sull'uomo" seguendo così la traduzione italiana de L'ecologia della libertà; cfr. ivi, nota a p. 22.
23. DI., Ecologia e pensiero rivoluzionario, cit., p. 42.
24. Ivi, p. 41.
25. S. IOVINO, op. cit., p. 110.
26. Cfr. M. BOOKCHIN, Ecologia e pensiero rivoluzionario, cit., p. 42.
27. M. BOOKCHIN, Introduzione in Post-Scarcity Anarchism, cit., p. 12. 28. ID., Cara ecologia, cit., p36.
29. E. CASTANÒ, Ecoanarchismo. Cronaca di un incontro al buio, "Antasofia 3. Viaggio nella modernità", Milano, Mimesis edizioni, 2004, disponibile online: http://www.antasofia.org/libri/anta3/Ant3_Castan%F2.pdf
30. B. SCHROEDER e S. BENSO, op. cit., p. 87.
31. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., p. 24.
32. Ivi, p. 8.
33. Ivi, p. 9.
34. S. IOVINO, op. cit., p. 111. Cfr. anche B. SCHROEDER e S. BENSO, op. cit.,
-.131: "I problemi dell'ambiente sono infatti, per l'ecologia sociale, null'altro che pro­blemi di giustizia sociale".
35. M. BOOKCHIN, Prefazione all'edizione italiana di L'ecologia della libertà,
cit., p. 9.
36. Ivi, pp. 9-10.
37. Ivi, p. 8l .
38. Bookchin definisce queste comunità come società organiche. Si parlerà di tali
società nel paragrafo 2.4 di questo lavoro.
39. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., p. 81.
40. Ivi, p. 89.
41. Ivi, p. 248.
42. S. IOVINO, op. cit., p. 112.
43. Le influenze culturali sul pensiero di Bookchin sono molto ampie. Cfr. S. IOVINO, op. cit., p. 110: "la lettura socio-politica della crisi ecologica affonda le sue radici culturali in un terreno variegato, in cui la tradizione anarchica (Peter Kropotkin, Elisée Réclus), convive con i classici del pensiero politico occidentale (Marx, Hegel, Aristotele, Thoreau, scuola di Francoforte, Rawls)". Non bisogna poi dimenticare che lo stesso Bookchin riconosce più volte il proprio debito intellettuale nei confronti di pensatori come Charles Fourier e William Morris.
44. B. SCHROEDER e S. BENSO, op. cit., pp. 81-82.
45. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., p. 463.
46. ID., The Modero Crisis/La crisi della modernità, cit., pp. 54-55.
47. Ivi, p. 56.
48. M. BOOKCHIN, Per una società ecologica, cit., p. 42.
49. Ivi, p. 29.
50. S. IOVINO, op. cit., p. 112.
51 . Ibidem.
52. Ibidem.
53. B. SCHROEDER e S. BENSO, op. cit., p. 92.
54. M. BOOKCHIN, L'ecologia della libertà, cit., p. 9.

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